Queste tradizioni della cavalleria furono quasi tutte scritte al tempo delle guerre feudali tra il signore e i vassalli, quando la superba effigie di Carlomagno era già cancellata e la monarchia in guerra coi feudatarii maggiori. I romanzi cavallereschi rappresentano continuamente i baroni in atto di negare il servizio loro, o i sussidii che ad essi i sovrani domandano. I trovatori che andavano di castello in castello a sollazzar le corti e i superbi siri, lusingar doveano l'inclinazione di questi a resistere all'autorità regia, onde, allorchè parlavano di Carlomagno, nol dipigneano altrimenti come il supremo e potente signore, innanzi a cui tutte le volontà s'inchinavano; ma nei loro canti, i baroni gli tengono fronte, ed egli è costretto a far la guerra co' suoi vassalli. Qua egli è messo in campo contro i quattro figli di Amone e il castello di Montalbano; colà cacciato sull'orme di Doolino di Maganza, tanto ch'ei ti pare Luigi il Grosso, quand'è costretto a combattere i castelli che attornian Parigi, e ad assediar la torre di Monmorencì e di Monterì.

Quanto all'epopee che si riferiscono al Mezzogiorno, altro havvi motivo a giustificar ivi questo svilimento di Carlomagno, ed è l'odio contro la razza del Nord, che evidentemente ci si vede; che, se le provincie meridionali conservaron qualche memoria del passaggio di Carlomagno, esse conservarono più ancora gli odii loro e risentimenti contro di lui, e in quasi tutti i romanzi di cavalleria l'invecchiato Austrasio è vituperato come il leone infermo della favola; il fanno marito deluso, principe imbecille; Malagigi lo mette in un sacco; pien di puerili debolezze pe' suoi bastardi e per Carlotto suo figlio prediletto, non ha più volere in cosa che sia, e tutti si fan giuoco di lui. Il Mezzogiorno parea vendicarsi così col dileggio del passar che egli aveva fatto colà, conquistando la razza austrasia, e quanto l'Aquitania erasi affezionata al pacifico governo di Lodovico il Pio, fattosi tutto meridionale, altrettanto conservava la mala sua preoccupazione contro gli uomini del Nord ed i conti che la governavano, e se la pigliava con Carlomagno, l'imperatore di schiatta germanica.

Allato alle discendenze meridionali dell'epopee carolingiche por si dee la canzon de' Loreni, che essenzialmente appartiene all'epoca del Nord. Numeroso n'è il lignaggio, e tutto rannodasi al principal tronco di Lorena. I trovatori hanno a raccontar prima i fatti e le gesta del conte Ernigi di Metz, di Garino il Loreno e di Begon di Belino, suoi figli; poi di Gerberto, figlio di Garino, e della sua lunga discendenza che vien a finire all'epopea più moderna di Guerino di Mongrana. Il qual corpo di gran canzone intorno ai Loreni sembra così antico, per lo meno, come i canti eroici accumulati d'intorno ad Orlando, a Guglielmo d'Orange o a Rinaldo di Montalbano; anzi creder si può che la canzon dei Loreni sia di prima origine, però che il trovatore non allude a nulla d'antecedente, nè cita, secondo l'uso de' poeti, le antiche canzoni, le tradizioni o le croniche. Essa è l'epopea della Francia settentrionale, traslatata in appresso nel dialetto di Sciampagna, di Lorena, di Piccardia, di Normandia, epopea ch'ebbe un altissimo grido, perchè il lignaggio suo si mantien ragguardevole pel corso di ben tre secoli; il primo de' suoi rami è quello d'Ernigi, che nel blasone si dice essere lo smalto e il sostegno dei Roani, dei Monmorenci, dei Talleyrand e dei Ferenzac. Il manoscritto è del secolo XII, e questa data v'è segnata con un carattere particolare. La gente di stato mezzano principia quivi ad entrare in campo, che Ernigi non è uomo da cavalleria, ma figlio d'un semplice borghese chiamato Teoderico, e giovin di mestiere qual è, ha nondimeno sposata la figliuola del duca di Metz, con le quali nozze egli ha contratto le inclinazioni cavalleresche. Suo padre vuol ch'egli continui ad esercitare il traffico, e vada a vender le sue mercanzie alle fiere di Laguy, di Provins e di San Dionigi; ma egli, giovin liberale, anzichè venderle, davale in dono ai baroni e ai cavalieri alla foggia de' gran signori. L'intento di questa canzone eroica, quello si è, come chiaramente si vede, di stabilir la differenza che era di que' dì, tra l'ordine liberale de' cavalieri e la borghesia tutta lesina e povera in canna. La canzone d'Ernigi finisce al tempo in cui Carlo Martello è assalito dai Saracini, i quali il cantore confonde cogli Ungheri, e però comincia il romanzo di Garino il Loreno, che rannodasi, come detto è, col suo primo canto all'epoca di Carlo Martello, e finisce alla morte di Begon di Belino, toccantissimo episodio del romanzo. Questa massa sterminata di versi, che sommano a ben sessantamila, può essere con pro consultata a conoscere gli usi e le consuetudini della cavalleria, e principalmente ad apprendere e seguir le invasioni dei Goti, degli Unni e dei Saraceni dal settimo fino al nono secolo, lugubri avvenimenti che aveano lasciato profonde impressioni; esso è il racconto epico di quei tempi di conquista, fatto dai trovatori, entro ai castelli, a' tempi di Filippo Augusto e di San Luigi[203].

Ora questi grandi poemi somministraron essi materia a scriver le cronache, o furon piuttosto le cronache quelle d'onde attinsero i cantori? Nel corso de' tempi, i canti recitati precedettero i gravi annali dei popoli; Omero cantava le sublimi sue rapsodie ben prima che i grandi storici della Grecia avessero raccolti i primi annali; havvi dunque tutta l'apparenza che i canti guerrieri, recitati dalle popolazioni germaniche, le saghe, i Nibelunghi delle nazioni scandinave o sassoni, abbiano preceduto tutte le cronache scritte; i fatti e le gesta si narrano prima di confidarle allo scritto, e però le primissime canzoni eroiche esser deggiono anteriori alle croniche de' monasteri.

Se non che quest'influenza d'una letteratura sull'altra, non è guari sì potente come altri crede ed afferma. La cronica veniva da una sorgente tutt'altra da quella del poema epico; i trovatori, che cantavano le grandi prodezze, appartenevano generalmente ad un ordine di persone che pellegrinavano pel mondo, e frequentavano i campi di battaglia, nè punto aveano dello spirito monacale; camminavano con gli eserciti, viveano sguazzando nei castelli, ed erano per così dire, la significazione della parte fattiva e bellicosa della società. Che cosa aver potean essi di comune con quei poveri cronisti, che in fondo alla loro cella scriveano gli avvenimenti d'ogni giorno, i disastri, il turbine fischiante, il tremuoto che agitava le città? Le croniche sono il registro delle esequie anniversarie della badia; le canzoni eroiche il racconto dell'allegra vita de' cavalieri; il vecchio cronista narra come questo o quel re, questo o quell'abate, venne a inginocchiarsi sull'arca del monastero; come il lupo udir fece le sue urla in mezzo al nevaio nella nuda foresta; come nella notte di Natale furono udite le mille grida di gioia de' pastori sorti a celebrar la nascita di Gesù; come a Pasqua di resuressi l'erba intorno era tutta verde; come il contagio, a guisa di cavaliere ardente, s'è mostrato per la contrada; come le reliquie furono insultate; il cronista raccoglie gelosamente tutte queste novelle e le consegna agli annali suoi. Volete ora un saggio del modo loro di raccontar gli avvenimenti politici, eccolo appunto: «Carlomagno s'è ricoverato nel nostro monastero, ed i Sassoni han dato il sacco agli oratorii; il tal conte fu percosso dalla man di Dio, per aver insultato i battisterii.» Queste si erano le grandi novelle pel monastero, per la badia e pei poveri cronisti.

Così non è a dirsi del trovatore: se il signore tiene gran corte, ei te la descrive in tutto il suo sfarzo; tutto è maraviglioso nei natali del figliuol del barone, e la sua vita è circondata di una non so quale aureola fantastica. Le battaglie occupan gran parte di questi romanzi, nè quivi i combattimenti sono altrimenti narrati in due o tre righe, come nella cronaca; il trovatore ne descrive tutti i particolari, ne scorre tutti gli accidenti; è l'aurea leggenda in altra leggenda. Se mai ti avvenne di por l'occhio in questi antichi manoscritti, certo ci avrai notato le miniature di quelle battaglie, dove i cavalieri, con la lancia in resta, colla visiera calata, si mischiano, s'intrecciano, si confondono; il sangue scorre rosso come grana, si veggono le famose prodezze; un paladino affetta i nemici a centinaia. Ebbene ivi è appunto ripetuta l'epopea cavalleresca, ivi è il romanzo disegnato e dipinto, a quel modo che le mille figure della cattedrale ti ridicon le leggende del santo, e queste scene dipinte passano nei mille versi del romanzatore, con tali e sì minute particolarità, che spesso inducono stucchevolezza.

Così, qualunque giudicio facciasi dell'epopea carolingica, s'ella non appartiene all'età che vide il magno imperatore, almeno essa tutta a lui si riferisce, vive dell'immagin sua, del suo splendore, è protetta dal suo nome; e soprattutto comprova la grande popolarità di Carlomagno. E valga il vero: ecco una dinastia scaduta, i suoi discendenti furon sì fiacchi, che bastò il voler de' baroni francesi a metter in pezzi lo scettro loro; e nondimeno, uno o due secoli appresso, questo nome di Carlomagno risplende per ogni dove; in tutte le veglie della cavalleria si rammenta l'antico imperatore dalla lunga barba; di lui trattano le prime epopee, e mentre la stirpe sua cade in dispregio, il nome del fondatore va pur sempre ingigantendo. Le son cose che si veggono talor nella storia, un nome splende grandissimo, poi si spegne e cancella per la dappocaggine o viltà della sua discendenza.

CAPITOLO XV. RESTAURAZIONE DELLA DIGNITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE.

Finita la prefettura del palazzo. — Il titolo regio nella persona di Carlomagno. — Patriziato. — Consolato. — Istituzione dei regni d'Italia e d'Aquitania. — Pipino e Lodovico. — Andamento e progresso delle idee romane. — La porpora. — Lo scettro. — Il manto. — Viaggio di Carlomagno a Roma. — Cambio del patriziato nella dignità imperiale. — L'impero d'occidente. — Diete militari. — Diete per la guerra e giudizio. — Triplice ordinamento del governo. — I duchi e difensori delle marche. — I conti uffiziali civili. — I Missi Dominici. — Natura dell'opera di Carlomagno, quanto alle sue conquiste.

780 — 800.