L'epopea carolingia non appartien tutta alla stessa epoca, nè alle stesse idee; tre soggetti formavano il consueto racconto de' canti poetici, le canzoni dei pari o baroni di Francia, i romanzi della Tavola Ritonda, e perchè facea d'uopo mescolarvi per sempre l'antico, si contavano ancora le storie di Troia, di Roma e d'Alessandro il Grande. Ciascuna delle canzoni eroiche traeva l'origine sua da qualche personaggio, i poemi intorno ai baroni di Francia si riferivan tutti a Carlomagno, ed erano a fior d'evidenza, l'espression delle diverse nazioni. Girardo di Rossiglione, all'incontro e Guglielmo Corto Naso erano epopee provenzali; i Loreni appartengono al Nord, e i romanzi della Tavola Ritonda all'Inghilterra ed alla Bretagna. Tutti narrano le grandi avventure e prodezze cavalleresche di Orlando, di Rinaldo e d'Uggiero il Danese, che fece tanti prodigi.
Una grande quistione fu posta in campo: i trovatori del mezzodì precedettero essi i trovieri del nord nell'epica narrazione dei patrii avvenimenti? V'ebb'egli qualche influenza della letteratura orientale per mezzo delle crociate sui romanzi della cavalleria che si riferiscono a Carlomagno? Le son quistioni di parole, inutili per lo meno, a parer mio, perchè indissolubili; ognuno in questa sorta di guerre d'erudizione, si tiene il suo sistema, le sue preoccupazioni succhiate insiem co' suoi studi: questi, nato sul suolo della Provenza, sostiene appassionatamente che ogni cosa vien da' trovatori, che nulla s'è fatto da altri se non da loro, che in ogni luogo son le orme della vivace e splendida loro immaginazione, che essi soli andavan con l'arpa tra mano di castello in castello, essi soli possedevano la scienza gaia; mentre quegli che nacque nell'antica Normandia, all'ombra della vetusta cattedrale di Caen o di Rouen, sosterrà che tutto si dee alla letteratura anglonormanna; che la corte aggentilita di Enrico II diede l'impulso, che le più ridenti ispirazioni dei trovieri e dei trovatori nacquero fra le nebbie del Tamigi[198].
Ed a qual pro queste contese di preminenza? Per qual ragione ogni popolo non avrà conservato la sua propria indole, ed ogni poesia la propria originalità sua! che bisogno v'ha dell'effetto d'una fantasia sull'altra? qual rassomiglianza ci ha egli fra i trovieri di Piccardia, gli Anglonormanni, i Sassoni e i trovatori della Linguadoca e della Provenza? Ogni nazione ha le sue poetiche tradizioni; gli scaldi cantavano l'Edda e l'Olimpo mitologico di Odino; i Sassoni e gli Alemanni recitavano i loro canti nazionali, i Nibelunghi della patria, e i Provenzali aveano i loro poeti a quel modo che i Normanni i loro trovieri. Quanto all'influenza orientale dove trovare al secolo decimo e all'undecimo, in Siria e nella Spagna medesima, que' fiori d'immaginazione, quelle arabe novelle, dove in palagi di cristallo si veggono il visire Yafar ed Arun-Al-Rascid, parti poetici nati in tempi assai posteriori?[199] A legger le croniche arabe del secolo decimo, ed anche le relazioni orientali intorno alle crociate, null'altro ci troviamo che una tal quale aridezza di forme, e un modo di narrar sì misero e spolpato come nelle più povere cronache dei monasteri di Francia. Or che avrebbero potuto levar da tali monumenti i trovieri ed i trovatori? Dov'è questa vantata fantasia orientale? In tutte le opere d'arte ci sono forme consimili, e una consonanza che vien di più alto, un tipo comune, ma conchiuder da questo, che la letteratura sanscrita e l'araba ha influito nei poemi di cavalleria, e prescriver così una genealogia all'immaginazione, è grossissimo errore[200].
E per qual ragione lo spirito francese non avrebb'egli potuto, per impulso del genio nazionale, crear da sè solo questi grandi poemi che rimaser come testimoni dei costumi di un tempo? Siam noi forse una nazione che viva d'accatto? le nostre magnifiche cattedrali non sono forse opera nostra? E queste leggende di marmo, significanze delle leggende scritte, non lascian forse inferire una immaginazione vivace, profonda, sì da potere spontaneamente produr le opere della poesia carolingica? E perchè insieme con le compagnie de' muratori che innalzarono quegli egregi lavori di marmo, esser non vi poterono eziandio compagnie di poeti a celebrare i fatti gloriosi della patria? Tutte le cose, in una civiltà, si pongon fra loro in armonia, ed al tempo che l'organo mormorava nelle cattedrali, e il canto fermo risonar faceva i solenni inni di morte, ben esser ci potevan poeti sì ricchi di fantasia lor propria da celebrar le prodezze di Carlomagno.
Una tra le più antiche creazioni della scuola romanzesca evidentemente appartiene al Mezzogiorno, ed è il poema o la canzone eroica di Guglielmo Corto Naso[201]. Guglielmo dal corto naso, o d'Orange, è fra gli eroi uno di quelli che i poeti della gaia scienza più celebrarono; come la vita sua meritava. Egli era contemporaneo di Carlomagno, e forse ch'ei fu quel medesimo Guglielmo d'Aquitania, che sotto Carlo Martello, assalì gagliardamente l'esercito dei Saracini; ed infatti la presente canzone lo addita come il flagello degl'Infedeli; egli è santo insieme e prode paladino, e abbiamo intorno a lui una lunga leggenda, però che la pietà al tempo della cavalleria aveva pur essa le sue epopee, ed accanto alla storia romanzesca veniva la divota leggenda, che raccontava le religiose maraviglie e i miracoli degli epici eroi; e l'uomo celebre trovavasi sempre così tra due grandezze, quella del cielo e della terra. Varie discendenze ci sono di questo romanzo di Guglielmo Corto Naso, che conducono da Carlo Martello fino a Lodovico il Pio, creato re d'Aquitania, che la generazion dei trovieri non lasciava così un pio paladino senza mescolar la sua vita in tutti gli avvenimenti di qualche rilievo onde scosse erano le immaginazioni. Ognuno famigliarizzavasi con la storia di quei nobili personaggi: le donne, i cavalieri, che ascoltavan queste canzoni, volevano innanzi tratto sapere la prima età di colui che aveva lasciato sì alto grido di sè, donde la Fanciullezza di Carlomagno, d'Orlando, d'Uggero il danese; poi veniva l'età più operosa della vita, venivano i combattimenti, le gesta degli affettatori di giganti, i pellegrinaggi armati, e per ultimo dopo la vita focosa, il pentimento, e, come allora dicevano, il monacato (moinage).
Tutti questi racconti legavansi l'un dopo l'altro, e il capriccio del cantore li veniva con incessante volubilità disvariando. Quanti non furono i poemi su Guglielmo Corto Naso da Girardo di Rossiglione fino alla Fanciullezza di Viviano, una delle più graziose fra l'eroiche canzoni! Ed a che ripetere a voi la fanciullezza di un eroe, a voi, generazione tutta intesa a materiali interessi, e sì aliena dalle semplici impressioni di quel tempo? Trattasi pur sempre della trista e fatal rotta di Roncisvalle, che gravò per sì lunghi anni sul cuor dei Francesi[202]. «Guerino, fatto prigione, si vede intimata la morte fra' tormenti se non dà il proprio figlio in ostaggio, ond'egli manda una scritta a' suoi baroni, i quali si stringono a consiglio per deliberare se sia da mandar Viviano fanciullo, il figliuolo del prigioniero Guerino. Guglielmo Corto Naso è d'avviso che Viviano si sagrifichi per salvare il padre suo, chè non v'è albero dell'orto il quale prestar non debba l'ombra sua al suo padrone: ecco dunque il fanciullo che va a trovar la madre sua tutta in lagrime: pietosissimo abboccamento! — Vanne, Viviano, gli dice la madre, io spiccherò de' tuoi capegli e della carne delle tue unghie e delle dita, più bianca che ermellino, e mi porrò ogni cosa come ricordo attorno la persona. — Nè questa nobil madre si fa punto a stôr Viviano dal pietoso dover suo, chè troppo a cuore gli sta la liberazione del diletto suo sposo. Viviano, armato cavaliere da Guglielmo Corto Naso, il miglior uomo nato da donna, giura di non mai fuggire dinanzi ai Saraceni come farebbe un vile e malnato cavaliere. — Tremendo voto! gli dice Guglielmo, e tuttavia questo Guglielmo non è forse il più impetuoso dei cavalieri? Talvolta, soggiunge indi, la fuga è buona quando è a conservare la propria persona. — Partesi Viviano dopo aver ripetuto il suo voto di cavaliero, e lo compie bravamente, però ch'egli manda a Guglielmo Corto Naso una barca, in cui stanno più di cinquecento Saracini, quali con le braccia, quali con le gambe, quali coi nasi tronchi dal fendente della poderosa sua spada. I Saracini vogliono vendicarsi, e vengono senza numero appiè della città d'Arlephaus o di Arli, e assediano il luogo dove riposan le ossa cristiane. Viviano si precipita su loro, ma che può un solo contro cento, contro mille? Egli sta per soccombere, e già presso a morire richiama le memorie, della sua giovinezza, il suo zio Guglielmo e la nobil sua dama Gibora, che lo nutrì al suo seno. La mischia divien sì folta che più non si conoscon fra loro. Viviano è alle mani con Ordovano, uno dei re saracini, e scampato per un miracolo, ripara nell'antico castello a sopraccapo della città, ed ha il tempo di fare avvisato Guglielmo d'Orange.
«Or ecco il messo entrar nell'antica città dei conti d'Orange, ove si veggono officine in esercizio per ogni parte; chi fa scudi o maglie d'acciaio, e chi selle e chi staffe. Il messaggero trova Guglielmo che giuoca agli scacchi, e n'ha promessa di pronto soccorso. Ahi che Viviano n'ha troppo bisogno! S'ode da lungi il suono del suo corno: già perde a fiumi il sangue, e il nobil cavaliero si muore. Mentre se gli fanno i funerali, i Saracini assaltano Guglielmo d'Orange, sì che il prod'uomo è pur costretto a fuggire sul suo buon cavallo Bucento, col corpo del giovin Viviano, freddo morto. Obbligato a lasciare indietro il prezioso suo carico, egli scappa e scappa fin dentro ad Orange, la sua città, dov'ei trovasi tosto assediato». Un'altra discendenza del gran poema segue Guglielmo fino alla tomba, essendochè, come dissi, l'epopea non era compiuta, se non quando la schiatta era spenta. Di questo modo e cantori e trovieri si appigliavano ad una sola vita, la presentavan sotto tutti gli aspetti dall'infanzia fino alla morte, e cavalieri e castellane abituavansi a tutte queste memorie e a questi nomi propri d'eroi. Era la cronaca delle grandi schiatte, il patrimonio glorioso di questo o quel castello; sapevasi com'erano nati Orlando, Rinaldo, Uggero il Danese; si tenea dietro ai degni figli loro, e nipoti, e cugini; vivean della loro vita, famigliarizzavansi con le loro imprese, ed ognuno vi cercava la sua genealogia, la sua origine, la sua discendenza e gli esempi suoi. Un prode castellano avrebbe descritte, come se le avesse avute dinanzi agli occhi, le arme dei paladini del gran Carlo, e i bisanti d'oro su fondo rosso del duca Namo o del traditore Ganalon di Maganza.
Guglielmo dal corto naso è una tradizione meridionale, a simiglianza del romanzo o della leggenda di Filomena e della cronica di Turpino, di origine supremamente spagnuola. Turpino non iscrisse alla fin fine se non una leggenda, nè il suo racconto è altro più che la semplice tela d'un pellegrinaggio a Sant'Iacopo di Compostella, e non mica una di quelle grandi pitture delle prodezze cavalleresche: egli è, posto a paragon delle maggiori canzoni eroiche, quel che la leggenda di Guglielmo Corto Naso esser può a paragon dei romanzi che furono scritti sul prode conte d'Orange. I pellegrinaggi avevano a quei tempi vivissima efficacia sull'immaginazione altrui, e masse intiere di gente si moveano per correre ad un sepolcro, e questo spesso risveglia i vivi, e l'entusiasmo circonda le memorie di tutti coloro che consegnano un gran nome alla tomba.
Ed oltre questa fervente pietà, altri motivi ancora ci avea che rendevan più frequenti e rinomati i pellegrinaggi. All'udirsi esaltare i miracoli d'un'arca santa, d'un pio monumento, tutti vi accorrevano, come se a versar gli affetti del cuore fosse proprio bisogno di andar in terre lontane; i pellegrini vi recavano le loro offerte d'oro, d'argento e di zaffiri. Il più ricco di questi sepolcri era quello di sant'Iacopo di Compostella, e niuno veniva a visitarlo senz'accrescer di qualche cosa la dovizia de' suoi tesori. Questi devoti pellegrinaggi servivano altresì di pretesto alle grandi imprese militari, e quando Carlomagno meditava qualche spedizione, facea prima un pellegrinaggio a questo o quel santo sepolcro. Ivi, protetto dalle immunità dei pellegrini, niuno poteva toccarlo; esaminava quindi sicuramente i luoghi, le vie romane ancora intatte, le posate, le forze che oppor potevansi ad una prossima irruzione, confidandosi pur così di conoscere più esattamente la geografia dei siti, onde poi aggregarli a' suoi dominii. I pellegrini erano come grandi viaggiatori che vanno a scoprir nuove terre; parecchi aveano già esplorato il monte di Giove e il monte Cenisio prima di tentare il passo alle guerre di Lombardia, e il pellegrinaggio dell'imperatore a Sant'Iacopo di Compostella fu senza più un pretesto per saper la cima dei Pirenei, e assicurasi un varco attraverso di quei sentieri, e fra quei mal noti burroni.
Le canzoni eroiche dunque compongono un certo numero di discendenze o diramazioni che ne formano come alberi genealogici, ma egli è da notare altresì che quando celebrano il gran nome di Carlo o di Karll, elle non si riferiscono solo a Carlomagno, ma a tutti i Carolingi in generale. I trovatori mescono continuamente insieme e confondono Carlo Martello, Carlomagno e Carlo il Calvo o il Semplice, a quel modo che insiem confondono Lodovico il Pio e Luigi il Balbo, d'onde una confusione di nomi proprii, e quel continuo scambiar l'un per l'altro tutti questi rappresentanti della schiatta carolina. Le grandezze e le picciolezze sono accumulate sur un medesimo capo, in una medesima vita, onde avvien poi che Carlomagno è talvolta sì mal certo, sì prostrato a petto de' suoi eccelsi baroni.