Indole delle canzoni eroiche. — Origine loro. — Epoca loro. — Le discendenze o lignaggi. — Primissime canzoni eroiche. — Addizioni. — Incremento dei romanzi di cavalleria. — Le canzoni dei pari o baroni di Francia. — Originalità nazionale delle canzoni eroiche. — Tradizione intorno a Guglielmo Corto naso. — La fanciullezza di Viviano. — I Loreni. — I pari di Carlomagno. — L'ultima delle canzoni eroiche. — Effetto dell'epopea carolingica sulla storia.
DALL'VIII AL XIII SECOLO.
Le canzoni eroiche dell'epopea carolingica tutte si riferiscono alle vittorie ed alle conquiste di Carlomagno, e ad altro non intendono che a celebrare ed esaltar lui solo, senza che niuno di quei poeti si dia cura di descrivere l'andamento delle instituzioni, o pensi tampoco al progresso delle leggi o alla formazione degli imperi. In quel tempo di guerre e battaglie un principe non mostrava la sua grandezza se non per le forti spadacciate che dar sapesse, ond'è che i poemi di cavalleria relativi a Carlomagno sono tutti consacrati intieramente alla vita attiva e bellicosa di lui. Il perchè ci sembra cosa essenziale collocarli nella parte di quest'opera dedicata al periodo della conquista.
Chi tratto dall'amore dei tempi poetici del medio evo entra nelle lunghe gallerie dei manoscritti della Biblioteca reale, vede, su quelle ampie scansie fregiate di ricchi dipinti, antichi volumi in folio, quasi tutti coperti di testi o legature a marocchino rosso, in cui si vedono le arme di Francia coi tre gigli d'oro accanto a quelle di Colbert, con la vipera aggruppata; o anche vede manoscritti guerniti di velluto sopra il legno, che recano talvolta i fiordalisi di Francia a ribocco, o i tre leopardi d'Inghilterra, o la banda rossa di Lorena coi tre alerioni d'argento; o ben anco la luna e la mezzaluna su fondo nero, di Diana di Poitiers. Se tu apri quei ricchi volumi, ci trovi spesso, così alla rinfusa, canzoni eroiche, e leggende, e croniche in versi o in prosa, che poi la pazienza degli eruditi cerne e riconosce con sudato lavoro. Colà entro in quei manoscritti a due colonne sono stipate masse di quindici o venti migliaia di versi, tutti di caratteri del decimoquarto e decimoquinto secolo, abbastanza bene tratteggiati e con le abbreviature e i segni di quell'età. Alcuni hanno lettere squisitamente ornate di rami d'alberi intrecciati o di fiori vermigli, e sopravi augelli, il falco dal lungo becco, lo sparviero della castellana o il timido augellino che si nasconde nel nido. Molti di così fatti libri hanno miniature e rappresentazioni che si riferiscono al secolo decimoquarto: qua tornei con aguzze spade, e padiglioni coperti d'arme gentilizie ed imprese, da cui pendono i gonfaloni e le insegne delle grandi case di Francia; colà un varletto o paggio inginocchiato, che presenta un messaggio al suo signore; più lontano una castellana in groppa della bianca sua chinea, vestita d'una lunga roba di colore azzurro e col capo cinto d'un di quegli alti berretti alla foggia di Normandia e di Caux; a tergo un monaco con la tonaca di bigello di San Benedetto o un santo eremita nella sua capanna; poi assedii e battaglie ove si vede rosseggiar il sangue come se fosse versato ieri. Alcune di tali miniature son d'oro, altre di carmino, e ci si vede il gran Carlo con la lunga sua barba, il suo scettro in mano, e col suo diadema in fronte sormontato dalla croce; gli stanno intorno i paladini ed i pari, congregati a corte plenaria per muovere contro i Saraceni, o per difendere il papa nostro santo padre; in un luogo egli sta pellegrinando per Gerusalemme, in un altro ei se ne va a conquistare la Spagna contro il re Marsilio.
Questi ricchi manoscritti, che formano il vanto degli antiquari, comprendono le grandi epopee carolingiche, col nome quasi sempre dell'autore, il quale esser suole un trovatore o cantor di gaia scienza, come sono: Lamberto il Corto, Pietro di Santafiore, Giovanni Bodel, Guglielmo di Bapaume; o qualche cherico di Troyes, un trovator delle Corti d'Amore di Normandia o d'Inghilterra, Benedetto di San Mauro, esempigrazia, o Roberto Wace. Questi canti eroici recano quasi tutti titoli appetitivi:[196] Il romanzo di Lancillotto, o di Girone il Cortese; la canzone di Guiteclino di Sansognia; le imprese di Guglielmo Corto Naso, Fiora e Biancofiore e altri siffatti, tutti componimenti poetici che si riferiscono, qual più qual meno, ai tempi della cavalleria.
E qual secolo nascer vide questo grande ammasso di monumenti dell'antica età? Venner eglino tutti spontaneamente e d'un sol tratto, o per una lenta e progressiva formazione, al pari d'ogni altra cosa prodotta in quel tempo? L'arte bisantina e longobarda si trasformò, nel secolo duodecimo, nelle cattedrali frastagliate, e così le prime canzoni eroiche, recitate dai Franchi nelle antiche foreste, divenner solo a poco a poco e progressivamente que' bei poemi di cavalleria che formavano il passatempo delle corti sotto i regni di San Luigi e di Filippo il Bello, il che val quanto dire, che quei poemi non appartenevano altrimenti, per sè stessi, all'età carolingia, non più che le cattedrali a sesto acuto appartenessero all'arte longobarda o bisantina.
E tuttavia non è da dubitar che gli Austrasii, seguaci di Carlomagno, non avessero lor canti e grida di guerra, e ricordi di vittorie o di sconfitte; le cronache antiche ci hanno conservato alcuni informi versi d'una canzone che i soldati cantavano nei campi di battaglia sotto Lodovico il Germanico, ed Eginardo e il Monaco di San Gallo fanno menzion di poemi in barbarico idioma de' quali faceva diletto suo Carlomagno. E non era questa, d'altra parte, l'usanza delle nazioni boreali? E la poesia degli scaldi non era forse giunta sino in Germania, dove ancor duravano i canti nazionali antichi? Al decimo secolo recitavasi la canzone di Roncisvalle e la leggenda di Guglielmo Corto Naso, in lingua volgare d'oil o di oc, che le grandi spedizioni e le lunghe guerre dan sempre origine a qualche canto poetico.
Così l'età primitiva di Carlomagno non ebbe in fatto se non queste canzoni guerriere, e non punto poemi, chè ancor non sono se non tradizioni che si vengono perpetuando: il gran nome del sovrano signore non passa d'età in età, e quando già i Carolingi sono caduti, quando già regna un nuovo lignaggio, al tempo o in quel torno, di Filippo Augusto, questi poemi sono ricomposti per frammenti o discendenze. Tornato è il tempo delle grandi imprese, Filippo Augusto incomincia a distrigare la matassa feudale, a quel modo che Enrico II viene a suo tempo a ingentilir le corti plenarie degli Anglonormanni, e allora la generazion dei trovatori raccoglie le tradizioni, i canti antichi, e gli abbellisce e ricama in quella forma che la regina Matilde, chiusa le lunghe sere nel suo castello, tessea di mille colori le imprese di Guglielmo il Bastardo. Questi tre secoli, che abbracciano il periodo da Carlomagno a Filippo Augusto, son fecondissimi; poichè certamente il tempo che creò l'organo per la musica, le cattedrali per l'architettura, sì gran copia di canzoni eroiche per la poesia, non era povero d'ingegno nè d'immaginazione.
I maggiori poemi intorno a Carlomagno, quali ora ci durano con loro discendenze e lignaggi, non furono scritti se non dopo le crociate, che sì grande impulso diedero alla cristianità quando Goffredo di Buglione andò a piantar i suoi vessilli appiè di Gerusalemme. Non è punto maraviglia che in quell'età, sì piena essa medesima di prodigi, tornasse a quelli di Carlomagno: le cronache d'altro non risonavano che del suo nome; la sua imagine era in tutte le corti plenarie, egli avea dietro a sè lasciata quella lunga traccia di gloria, che una strepitosa fama lascia sempre dopo di sè; l'imagine del grande imperatore era per tutto; e le canzoni eroiche, in prima recitate solo da qualche cantore, divennero grossi volumi che leggevansi nelle corti bandite in presenza delle dame e dei varletti[197].
Questi poemi di cavalleria si dividono in più epoche, nè io adoprerò pei tempi antichi la prosuntuosa parola di cicli. Che mai direbbono i cantori di gaia scienza, se alzando il capo dal sepolcro, vedesser l'opere loro incastrate nelle inflessibili cerchie della scuola, essi che recitavano i bei fatti e le imprese con la viola o la ghironda tra mano, come il fedel Biondello di Riccardo I.... Che direbbon essi di quelle invariabili misure, tra cui chiuder si vogliono le semplici e cicalatrici lor poesie. Certo, quand'essi riceveano dalla mano dei baroni la pelliccia di fine armellino, o il mantelletto, o il tôcco ornato con piume di falco, quei semplici cantori di prodezze non credeano che un giorno verrebbon tenuti in conto di tutt'altri che nobili trovatori, chiamati dal barone e dal cavaliero a vegghiare nella sala del convito. I modesti nostri antecessori nella scienza dell'erudizione, i Lacurni Sainte-Palaye, nobili gemelli, che passaron la vita loro a studiar gli antichi costumi della patria, simboli dell'anima loro schietta ed affettuosa; il marchese di Paulmy, quel gran ricoglitore di biblioteche, il marchese di La Valliere che avea tutta mossa la polvere dei manoscritti; e il grande d'Aussy, e la Revelliere, e Freret, e Ginguené, con le loro filosofiche opinioni, ben maggior lume gittarono sull'antica epopea francese, già rivelataci dal Pasquier e dal Fauchet, che non tutti i nomenclatori dei sistemi e dei cicli, i quali spesso anche non han pur letto le opere dei tempi de' quali magistralmente ragionano. Nè a te, immenso Ducange, nell'ammirabil tuo Glossario; nè a voi, pazienti Benedettini, nelle vostre prefazioni alla Storia letteraria di Francia, nè a voi tampoco, modesti giovani, che sedete nella Biblioteca reale, copiando ad uno ad uno i versi di quelle grandi epoche, certo è mai passato pel capo di ordinar per cicli questi semplici trovatori dei tempi mezzani, amici vostri e confidenti, che vi accompagnano nelle notturne vostre vigilie!