Questa guerra vien terminata con un partito da fiero conquistatore, il dispergimento delle tribù militari della Sassonia, alcune delle quali vanno a congiungersi coi Danesi, per indi tornar, pochi anni appresso, ai danni dell'impero carolingico[222], mentre le altre sono come vane spoglie trapiantate sullo stesso territorio dei Franchi, tanto che dir si può i trentatrè anni delle guerre di Carlomagno contro quelle popolazioni, aver avuto per risultamento l'esterminio per le armi, per la cattività o per la fuga dei fieri e generosi Sassoni.

Nel corso delle quali guerre ha pur principio lo scontro di Carlomagno cogli Scandinavi, e in ispezialtà coi Danesi che abitavano la quasi che isola della Giutlandia, ed erano governati da un re, chiamato dalle cronache Sigifredo, il fido amico e aiutatore in guerra di Vittichindo. La Giutlandia era, siccome la Lombardia, il rifugio di tutti i malcontenti dell'impero, di chiunque volea sottrarsi alla man grifagna e ponderosa di Carlomagno, nè i Sassoni sì intrepidi furono e sì pronti a correre a ricorrer sulle terre dei Franchi se non perchè avean la spalla dietro dei Dani e di tutta la gente scandinava. Ogni volta che essi s'arretrano innanzi alla possa dell'imperatore, ecco avanzarsi come ausiliarii i Danesi, però che le terre loro sono in pericolo, onde i conti franchi, stanziati da Carlomagno a difender le marche e frontiere, vanno a rizzar loro accampamenti fin sulla terra scandinava. Le cronache fanno spesso anche menzione di quel Gottifredo che regnava sopra i Danesi, e qui pure bene sta di recar le relazioni di quel buon tempo antico. «(804) Gottifredo, re dei Dani, venne con un'armata navale e tutta la cavalleria del suo reame al luogo chiamato Schleswig, sui confini delle sue terre e della Sassonia, e promise di recarsi ad un parlamento coll'imperatore, ma impauritone dal consiglio de' suoi, non venne innanzi più di così, ed acconsentì per ambasciadori a quanto da lui si volle. L'imperatore, fermatosi vicino all'Elba, gli avea spedito suoi mandati affinchè restituisse i disertori. (808) All'entrar della primavera, avendo l'imperatore avuto avviso che Gottifredo, re dei Dani, era entrato con sua oste nelle terre degli Obotriti, inviò, con grosso nerbo di genti franche e sassoni, all'Elba, Carlo suo figlio, con commissione di opporsi a quello stolto re, se osasse trapassare i confini della Sassonia; se non che costui dimorato pochi giorni su quelle rive, ed assediata e presa qualche fortezza agli Schiavi, se ne tornò a casa con gran perdita de' suoi. (809) Gottifredo, re dei Dani, mandò certi mercatanti dicendo all'imperatore aver udito ch'egli era contro di lui adirato, per cagion dell'esercito da sè condotto l'anno innanzi nelle terre degli Obotriti a vendicar le proprie offese; però volere scusarsi dell'imputazion fattagli d'aver lui primo rotto i patti, e chiedere che si tenga, al di qua dell'Elba, e sui confini del suo regno, un congresso dei conti dell'imperatore e de' suoi, affinchè si ponga di reciproco accordo rimedio alle cose fatte. L'imperatore accolse la dimanda, e il congresso coi grandi della Dania fu tenuto nel luogo appellato Badenstein. Quivi furon recate innanzi da un parte e dall'altra molte bisogna, e l'adunanza fu sciolta senza nulla conchiuder di proposito. L'imperatore, avuta quindi a più d'un segno certezza dell'ardire e della tracotanza del re dei Dani, ordinò di edificare una città al di qua dell'Elba e stanziarvi un presidio franco; al qual uopo fatta leva di gente in Gallia ed in Germania, la fornì d'armi e d'altre munizioni, dando ordine che fosse per la via della Frisia condotta al luogo assegnato. Intanto Trasicone, duca degli Obotriti, veniva a tradimento ucciso nel porto di Revich dalla gente di Gottifredo. Determinato il luogo dove rizzar la città, l'imperatore diè il carico di questa bisogna al conte Egberto, commettendogli di passar l'Elba, ed occupar quel terreno che giace sulla riva della Stura, e porta il nome di Esselfeld. Egberto e i conti sassoni ne preser possesso verso il mezzo di marzo, e cominciarono a fortificarlo. (810) L'imperatore, stando in Aquisgrana, meditava una spedizione contro Gottifredo, quando appunto gli giunse repentinamente avviso, come un'armata di duecento navi, venuta dal paese dei Normanni, avea approdato in Frisia, e dato il guasto a tutte le isole adiacenti e alle terre littorali, e come poi, penetrata in terra ferma, era già venuta tre volte alle mani co' Frisoni, i quali avuta la peggio, erano stati sottoposti a tributo, e seppe di più ch'essi avean già sotto questo nome pagato cento libbre d'argento, e che il re Gottifredo era dopo tutto questo ritornato al suo paese. La qual novella irritò siffattamente l'imperatore, ch'egli spedì legati per tutte le parti a raccogliere un esercito, ed egli stesso recossi immantinente alle navi, e varcato il Reno al luogo chiamato Lippenheim, deliberò d'ivi aspettar le milizie che ancor non erano arrivate. Raccolta indi l'oste, si condusse, quanto più prestamente potè, sul fiume Aller, e rizzò il suo campo vicino al luogo dove questo si versa nel Veser, aspettando colà l'esito delle braverie di Gottifredo; però che costui, montato in superbia e tenendosi stoltamente sicuro della vittoria, vantavasi di voler misurarsi coll'imperatore. Ma dimoratosi quest'ultimo per alcun tempo nel detto luogo, ebbe avviso come la flotta che avea predata la Frisia, era tornata in Dania, e come il re Gottifredo era stato ucciso da uno de' suoi.»

Questi moti dei Danesi già davan molto da pensar all'imperatore, il quale fin da ora si studia di frenarli all'Elba, ponendovi un antiguardo d'alcune migliaia di lance, e facendo sulle frontiere accampare i conti sassoni a lui devoti, certo così di porre un argine alle correrie loro. Ma con quell'occhio suo che tutto vedeva e abbracciava, Carlomagno ha scorto che i mezzi militari, tanto per l'assalto come per la difesa, vogliono essere mutati, e dando maggior ampiezza alla guerra territoriale, varca i monti, i fiumi e le contrade più lontane, e imita i Romani così nella composizione degli eserciti come nelle marcie e contrommarcie loro. Se non che le irruzioni dei Danesi vengono a mutar gli elementi della guerra, chè essi non son già solamente valorosi soldati sul campo di battaglia, come i Sassoni, ma, insiem con tutte le altre nazioni scandinave, si dan con ardore alle spedizioni marittime, e hanno flotte e migliaia di navigli che trasportano arditamente grosse schiere d'armati sulle spiaggie più lontane, come si vide nella conquista della Gran Bretagna.

Carlomagno ben sa che quella è la parte da cui l'impero suo può esser ferito; egli ha sempre combattuto in istrette ordinanze sulla soda terra, e i suoi conti guidar sanno boschi di lance e cavalli bardati di ferro, ma questo non vale a fermar le spedizioni marittime. Che opporre a quella gente quand'ella si presenterà sulle spiaggie della Frisia e della Neustria?[223] No, non v'è modo a combatter contro queste flotte che penetreranno da tutte le parti; l'impero suo è simile ad un uomo tutto loricato di ferro, colto nella giuntura del cosciale, e a leone che indarno rugge e si dibatte quand'ha il pungolo della vespa entro le carni. Carlo è già troppo innanzi negli anni per creare una marineria; ci si prova, ma invano; quest'è il motivo onde tanto si accora sul destino avvenire dell'impero suo ogni volta ch'ei vede in mare il naviglio danese, chè ognun di noi è conscio dentro di sè delle cagioni che distruggeranno un dì l'opera sua.

Lo stesso modo di coazione e raffrenamento copre tutta la frontiera dell'impero, così a ostro come a settentrione; sol Carlomagno a sè riserba il carico di ridurre i Sassoni e i Danesi, e muove a questa guerra con la sua gente più bellicosa e col caro suo figliuolo Carlotto, quel Carlotto sprezzato dalla baronia, e dalle canzoni eroiche tanto svilito, confidando nel tempo medesimo a Lodovico re d'Aquitania quanto è da fare nelle provincie meridionali. Nella spedizione ch'ebbe per termine la funesta rotta di Roncisvalle, Carlomagno ebbe a combattere due grandi popolazioni, l'una disgiunta dall'altra; prima i Saracini o Infedeli, che avean varcato i Pirenei; poi quell'indomita schiatta de' Guasconi, che celebrò gloriando il fatto di Roncisvalle. E' pare anche fuor di dubbio che la più parte de' Visigoti, onde componevasi la popolazione della Spagna, si fosse disaffezionata al dominio dei Franchi e principalmente dalla stirpe austrasia. Ci erano gelosie naturali e nimicizie di razza, e i Goti accostavansi per via di nozze ai Musulmani[224]. Lodovico trovavasi dunque aver questi tre popoli a fronte, quando suo padre gli confidò il governo e il regno dell'Aquitania, sotto la tutela dei conti e governatori delle marche, quasi tutti d'origine franca.

Con l'unica spedizione che fece Carlomagno oltre i Pirenei, prima di cinger la corona imperiale, non avea portato il suo dominio più in di là dell'Ebro; ben è vero che i romanzi della cavalleria fingono la conquista feudale in lui di tutta la Spagna fino a Cadice e al Portogallo (portus Galliæ); ma essa non oltrepassò Saragozza e Pamplona. Su quella meridional frontiera venne quindi instituita una specie di reggimento feudale, pur sempre foggiato sulla forma romana dei campi militari; furon creati conti delle marche di Spagna in sull'esempio dei conti sassoni, che tener dovessero in dovere le popolazioni moresche, i Visigoti e i Sassoni stessi; nella quale occasione le conquiste di Carlo in Ispagna furon divise in due marche; la marca della Gotia o Settimania, che corrispondeva alla Catalogna d'oggidì, ed ebbe Barcellona per città capitale, e la marca di Guascogna, che comprendeva le città francesi della Navarra e dell'Aragona[225]. Indi s'erano quasi dappertutto stretti vincoli di vassallaggio tra gli alcaidi governatori delle città prossime alle frontiere e Lodovico re d'Aquitania. Il governo dei Saraceni in Ispagna erasi ridotto in brani, la guerra civile regnava colà in ogni luogo, i figli del profeta si combattevano città contro città, uomo contro uomo, e i conti franchi approfittar seppero di queste intestine discordie per procacciarsi nuovi vassalli e conquistar nuove città. Lodovico seppe bene sdebitarsi di questo incarico da Carlomagno addossatogli, e rintuzzar con vigorosa mano quelle popolazioni fino all'Ebro.

L'Aquitania avea di que' giorni un sistema regolare di tenimento feudale e di governo, e san Benedetto d'Aniano ci avea favorita la civiltà. Al quale san Benedetto si dovea in ciò dar più merito che non gli fu dato, essendo egli stato per l'Aquitania quel che fu Bonifazio per la Germania. Da conte militare nell'esercito che fece la spedizione di Lombardia, ei s'era quindi convertito a penitenza, e dato a edificar per ogni dove magnifici monumenti e chiese, tutte splendenti d'arte lombarda e bisantina. Il governo dell'Aquitania potea di que' giorni servir di modello, e Lodovico ci ponea gran cura e più d'una volta mosse contro la Spagna per consolidare il poter suo e aggiunger nuove conquiste all'antiche. Lasciate le belle sue tenute dell'Agenese, del Saintonge e del Poitù, se ne andava egli, una volta fra le altre, seguito da gran moltitudine de' guerrieri suoi, perchè era da conquistar Barcellona, sopra di che ascoltiamo ancora gli antichi annali del Mezzogiorno. «(800) Il re Lodovico venne per la seconda fiata a Tolosa, e di qua si mosse verso Spagna. Or mentre ch'egli accostavasi a Barcellona, Zaddone, duca di quella città, riconoscendosi già vassallo suo, gli venne incontro, ma senza tuttavia dargli in mano la città. Il re passò oltre, e calando sopra Lerida, la prese e smantellò, dopo di che e d'aver guaste ed arse parecchie altre piazze forti, innoltrossi fino ad Uesca, le cui campagne, tutte coperte di messi, furon dalla man del soldato falciate, e arse e guastate; tutto che trovar si potè fuor della città, fu consunto dalle fiamme. Terminata la spedizione, tornossene all'appressar dell'inverno in Aquitania.»

Indi a pochi anni, il re vuol di viva forza rappiccar Barcellona stessa all'Aquitania, necessaria essendogli questa città a compier la fronte dell'Ebro; e d'altra parte convien correre ad impedir l'irruzione minacciata dagli Arabi condotti da Acammo, i quali hanno già dato il guasto ai Pirenei. Re Lodovico ed i suoi consiglieri (son sempre parole degli annali) stimarono di dover ire a por l'assedio intorno a Barcellona, onde, partito l'esercito in tre schiere, ei rimase con la prima nel Rossiglione, mandò l'altra sotto il comando di Restagno, conte di Girona, ad assediar la città e ad evitar che gli assedianti non fossero alla sprovvista assaliti, ordinò alla terza di andar ad alloggiarsi dall'altra parte della città. Gli assediati intanto mandavano a Cordova a sollecitare gli aiuti, e il re de' Saraceni ponevasi tosto in via con un esercito. In questo mezzo la terza schiera di Lodovico, in cui combattevano Guglielmo, prima insegna e Ademaro, e cappate milizie, giunta a Saragozza, avuta spia che i nemici si avanzavano, gittossi nelle Asturie, e fece, in due repentini assalti, e principalmente nel secondo, gravissima strage, dopo di che, posto in volta il nemico, tornò a congiungersi con quelli che assediavano Barcellona, e stringendola tutti d'accordo, non permisero a persona viva d'uscire della città, la quale trovossi ridotta a tal termine, che gli abitanti si videro costretti di sveller dalle loro porte le aridissime coreggie di cuoio per farne duro e sozzo pasto; intantochè altri di quegli sciagurati, preferendo la morte ad una sì misera vita, si precipitavano dall'alto delle mura. I più ancora si confortavan colla vana speranza, che i Franchi verrebbero dal rigor dell'inverno costretti a levar l'assedio; ma questa speranza pure andò delusa per la prudenza e accortezza de' nostri, i quali, raccolti materiali da ogni parte, si diedero a rizzar tende e capanne, come deliberati a passar la vernata colà; onde gli abitanti, a tal vista, disperatisi di più lunga resistenza e ridotti agli estremi, consegnarono il principe loro, di nome Amur, ch'eglino aveano sostituito a Zaddone, parente suo, e resero la città, non altro chiedendo, che di potersi ritirar dove loro piacesse. Ma prima che ciò avvenisse, prevedendo i nostri che la città, stanca da sì lungo assedio, avrebbe per amore o per forza ceduto, aveano già, dopo matura deliberazione, mandato ad invitare il re, affinchè la caduta di tanta città, sotto gli occhi ed ordini suoi, gli procacciasse gloria maggiore; ed egli arresosi all'invito, recavasi fra l'esercito degli assediati, e vi rimaneva sei settimane, in capo alle quali la città davasi per patti al vincitore. Aperte ch'ella ebbe le porte, facevala egli occupare il primo giorno dalle sue guardie, ma quanto a sè, non volle entrarvi prima di aver ordinato le feste in rendimento di grazie al Signore, con le quali intendeva di consacrare al suo santo nome quella vittoria, di cui nulla più avea desiderato[226]. L'appresso mattina quindi, preceduto da tutto il suo esercito, dai sacerdoti e tutto il chiericato, entrò con solenne pompa nella città in mezzo ad inni festosi, e si rendè al tempio della santa e vittoriosa Croce, per ivi ringraziar Dio della concedutagli vittoria; dopo di che, lasciato in Barcellona, col conte Bera, un presidio composto di Goti, tornò a passar la vernata ne' suoi stati. Carlomagno, suo padre, intanto, udito il pericolo che sovrastavagli dal canto de' Saraceni, aveagli mandato Carlo suo figliuolo in aiuto; ma incontrato questi a Lione un corriere, che gli annunziò la presa di Barcellona, senz'andar più oltre, tornossene dal padre alla sua corte d'Aquisgrana.

Di questo modo andavan succedendosi le spedizioni contro la Spagna, e la presa di Barcellona era venuta a raccender sempre più lo spirito bellicoso delle franche popolazioni. Ora vogliono aver Tortosa, nè son più guidate da Lodovico; ma i conti loro s'avanzano da sè verso l'Ebro, ed ecco un di quei pellegrinaggi armati che prepararono le crociate. Carlomagno avea comandato di sorprendere e cacciar i Mori dalla detta città, ma non si potè fare, e il cronista contemporaneo ingenuamente racconta il motivo di quest'improvviso ridestarsi delle genti musulmane. Mentre «Abaid (così il cronista), duca di Tortosa, difendeva da un lato le rive dell'Ebro, per impedire il guado ai nostri, che già stavan più sopra varcandolo; un Moro, entrato nell'acqua per bagnarsi, vide passar vicino a sè lo sterco d'un cavallo, e tosto messosi a nuoto (i Mori sono finissimi) coglie quanto ne trova a galla, lo fiuta, poi grida: «Badate, compagni, e state in sull'avviso, che questo non è d'asino nè d'altro animale che si pasca d'erba, ma si è sterco di cavallo, perchè composto d'orzo che suole essere il cibo de' cavalli e de' muli. E però stiamo all'erta che certo più su lungo il fiume ci si tende qualche agguato. — Onde tosto i Mori salgono a cavallo, e vanno alla scoverta, e veduti i nostri, corrono a darne avviso ad Abard, il quale, colto da spavento, abbandona il campo insieme con tutti i suoi, dandosi alla fuga, e i nostri, predato quanto trovano intorno, passan la notte sotto le tende dei Mori[227]

Tortosa non s'arrese prima dell'anno vegnente, nè fu sola a contrassegnar questo periodo di conquista in Ispagna, chè Uesca pure riconobbe con essa la signoria dell'imperatore, quasi a dar compimento all'ordine di difesa e custodia da lui posto verso l'Ebro, dove i conti franchi colà accampati, oltre agli antichi acquisti, ebbero così Barcellona, Tolosa ed Uesca.