In queste spedizioni i Franchi furono fiaccamente anzichenò secondati dai discendenti della razza visigota, popolazione attigua della Spagna. In sulle prime ed al tempo della prima spedizione di Carlomagno, i Goti gli aiutarono, per verità, fortemente, per sottrarre sè stessi al giogo dei Mori; ma poi che videro i conti franchi stabiliti fermamente sull'Ebro, entrarono in sospetti e gelosie. Essi pure aveano i loro capi nazionali, rozzi cavalieri che, usciti della schiatta de' Visigoti e di quella prima famiglia di conquistatori, dal conte Giuliano tradita col chiamare i Saraceni dall'Africa, viveano nelle Asturie e nei monti della Navarra e della Castiglia; onde ingelositi de' Franchi padroni de' Pirenei, eglino non vollero più aiutarli per tema di non passar sotto un altro giogo. La conquista dunque di Carlomagno non si stende, come si vede, gran fatto al di là dell'Ebro, mal grado gli sforzi del figlio suo Lodovico; tre sole città a lui si sottomettono con alcuni emiri che tradiscono la religion del Profeta; intanto che Acammo, re di Cordova, riman pur sempre il dominator della Spagna.
L'alpigiana razza di Guascogna serba tuttavia le radicate ripugnanze sue e gli astii suoi vivissimi contra gli Austrasii ed i Neustrii. Già veduto abbiamo per Roncisvalle quanto potessero i duchi guasconi in quelle inaccessibili loro dimore, e ancor ne parlano le insanguinate rupi della Navarra; benchè sempre col piè sul collo, pur non mai costoro rimangono cheti un istante sotto la dominazione di Lodovico. Lupo, duca loro, era morto, lasciando due figliuoli, Adalrico e Lupo Sancio, che diviser fra loro il ducato di Guascogna, come feudo dipendente da Carlomagno. Ma qual doveva essere mai la fede di quegli indomiti alpigiani? Imbaldanzivano alla memoria del fatto di Roncisvalle, e le cronache antiche pur sempre toccano dell'irosa indole loro e della loro inclinazione a levarsi in capo.
Lodovico altro non era in Aquitania che il prefetto di Carlomagno, ed a così dire, il braccio meridionale del potente imperatore a tener i vassalli in devozione. Ecco parole ancor dell'antico cronista. «(787) In questo tempo, un Guascone, di nome Adalrico, avuto nelle mani, per inganno, Corsone duca di Tolosa, gli fece prometter, con giuramento, fede a lui stesso, poi lo lasciò andare. A castigar la quale insolenza, i re ed i grandi, col cui consiglio governavasi il reame d'Aquitania, convocarono una dieta generale in certo luogo della Settimania, chiamato la Morte dei Goti, innanzi cui fu citato Adalrico; ma egli conscio a sè della sua colpa, non ci volle venire finchè non fu rassicurato da reciproci ostaggi, e pel rischio ch'essi correvano, non gli fu fatto male alcuno, anzi largamente presentato, renduti i nostri statichi e riavuti i suoi, gli fu concesso d'andarsene. Re Lodovico, convocata una dieta generale della nazione, vi deliberò intorno alla presente condizion delle cose. Poi che Borgognone era morto, il contado di Fezenzac fu dato a Luitardo, ma i Guasconi partir non potendolo, si sollevarono, e uccisa col ferro una parte degli armigeri del nuovo conte, condannaron gli altri a morir nelle fiamme. Chiamati quindi in giudizio, sulle prime ricusaron d'ubbidire, ma costretti a comparire, soggiacquero alla pena che tant'audacia si meritava, e parecchi di coloro, condannati alla legge del taglione, furon fatti morire sul rogo. (813) Convocata una dieta generale, re Lodovico vi annunziò aver avuto avviso della sollevazione d'una parte della Guascogna, la quale volea spiccarsi da' suoi stati, a cui da lungo tempo apparteneva; il pubblico bene richiedere che si castigasse quello spirito di ribellione. Applaudirono tutti al partito del re, persuasi di non dover altrimenti sostenere tanta tracotanza da parte di quei sudditi, e aversi a troncare il male dalla radice. Raccoltosi dunque e ordinato l'esercito, il re mosse fino a Dax, dimandando che gli fossero dati in mano i motori della sollevazione, nè obbediendo essi, entrò nelle loro terre, e consentì ai soldati di far man bassa d'ogni cosa. Finalmente quando i rei si videro dato il guasto a tutti i loro averi, vennero a pregar perdono, e l'ottennero a prezzo di tanta ruina. Dopo di che il re, superato il difficil varco de' Pirenei, calò a Pamplona, ma poi, quando fu a ricalcar que' burroni, i Guasconi si provarono a esercitar la solita perfidia loro, ventura però ch'essi furono antivenuti e delusi dalla prudenza e destrezza dei Franchi. Un dei loro, che s'era troppo innoltrato, fu preso e impiccato per la gola, intantochè agli altri si toglievano le donne e i figliuoli. Insomma sì ben si provvide, che in questa volta la iniquità de' Guasconi non fu di pregiudizio alcuno nè al re nè alle sue genti[228]».
Carlomagno dunque imponeva di questo modo anche a' Guasconi la legge di dispergimento che avea per sempre disfatta la nazione dei Sassoni; tale si era il sistema di unità politica che quel conquistatore a' popoli imponeva. Ciascun anno era di questo modo contrassegnato d'una sollevazione di quegli alpigiani, se non che Carlomagno, fermo ne' suoi castelli e poderi del Settentrione, se ne dava, quanto al domarli con l'arme, poco fastidio e lasciava fare a Lodovico re d'Aquitania, suo figlio. Appena ei fece in persona due corse e rapidissime nelle provincie meridionali, e sia che gli cuocesse in cuore la memoria di Roncisvalle, sia che, figlio di schiatta germanica, non si dilettasse alla vista delle australi campagne della Gallia, ad altre mani confidava il raffrenar que' popoli meridionali, e contenta va si delle relazioni dei missi dominici e della valida soprintendenza dei conti franchi da esso instituiti nell'Aquitania.
Senzachè, noi siamo già in tempi che i Saraceni o Mori d'Affrica o di Spagna mostrano di ristarsi dalle tumultuose loro irruzioni per mezzo a' Pirenei, nè più compaiono a torme innumerevoli, come già faceano sotto Carlo Martello e Pipino; anzi nè indizio pure abbiamo d'alcuna un po' rilevata spedizione contro i Franchi, nè di veruna di quelle guerre sante comandate da Maometto a' suoi ardenti settatori. Dopo la predicazione di Acammo nelle moschee e la rapida sua correria nella Settimania, noi li vediamo starsi continuamente in sulle difese, nè mai primi ad assalire; anzi beati per quel poco di riposo che l'attempata età di Carlomagno da pochi anni ad essi concede, conchiudono paci e tregue a dispetto di quella inesorabil sentenza di Maometto: «Combattete gl'Infedeli, finchè sola domini sulla terra la religione di Dio».
Ma se i Saracini di Spagna s'accostavano per trattati a Carlomagno, così non faceano i Mori d'Affrica; se non che le forme della guerra mutavano. Già fin dall'ottavo secolo, arditissimi navigatori, costoro si danno, al par de' Normanni, alle spedizioni marittime, armano flotte, e abbiam dalle cronache antiche com'essi depredarono le isole Baleari, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica; tutte le coste di lor paventavano, e il Mediterraneo era pieno delle armate barche loro che giù pe' fiumi penetravano fino alle città principali, e ben lo seppero la Provenza, la Settimania, da que' barbari disertate, sì che le città loro anche più floride videro violati i monasteri, disperse le reliquie, spogliati gli altari, e il convento di San Vittore a Marsiglia, per salvarsi, fu costretto di cingersi d'alte mura a guisa di rocca.
Di questo modo le condizioni della guerra vanno mutando. Carlomagno è certamente il principe più formidabil che sia nelle grandi spedizioni di terra, niuno può tenergli fronte quand'ei muove guidando i suoi leudi alla guerra; i popoli sono gli uni su gli altri incalzati e ributtati con rapidità quasi miracolosa; ma ecco in breve operarsi contr'essi la riazione; tu diresti che, al veder sorgere questo gigantesco edifizio, i nemici della razza austrasia ne indovinino quasi per istinto e preconoscano il lato debole, onde e Danesi e Saraceni si gittano al mare, e si danno al corseggiare, al predar la marina. Essi contender possono l'impero a Carlomagno e render vane le forze sue, quella germanica sua cavalleria, bardata di ferro, è fatta impotente; nulla può l'arte sua militare; le animose flotte lo sfidano sul Mediterraneo e sull'Oceano; a settentrione già si mostrano i Danesi sulle barche loro costrutte nel Baltico; a mezzodì i Saraceni di Spagna e d'Affrica già stanno per penetrar fino al Rodano.
In Italia il tener in devozione le razze vinte è cosa più facile che altrove, e le conquiste son ivi più durevoli, perchè a tutto si pon rimedio con una spedizione militare, e il varcar le Alpi è cosa da nulla per quei tanto intrepidi eserciti austrasii. Pipino, re d'Italia, è luogotenente colà dell'imperatore, in quella guisa che Lodovico ha questo titolo alla frontiera de' Pirenei; nè Carlomagno per altro attende a questa guerra, se non perchè l'Italia si congiunge col Tirolo e coll'Alpi, che sono le chiavi della Germania, e padron come egli è della Pannonia e della Dalmazia, gli convien serbare la Lombardia insiem co' feudi che gli danno il dominio dell'Adriatico. Le guerre d'Italia divengono dunque il suo campo d'esercizio dov'ei trovasi a fronte non che dei Greci, degli Unni ancora, degli Avari e dei Bulgari, che accampano nel mezzo dell'Europa; ond'è che le sue guerre italiche van di conserva con le germaniche, e quando Pipino si parte dal regno di Lombardia a condursi per la via del Tirolo e dell'Alpi venete fino in Lamagna, anche l'imperatore si parte dal Reno e dal Danubio, per venire a congiungersi con suo figlio, e muovere di concordia contro le tribù erranti che vivono sotto la tenda, dal Danubio fino alla Bulgaria.
Gli Unni e gli Ungheri sono i primi contro i quali fa impeto Carlomagno, che avendo essi spalleggiata la sollevazione dei Bavari, tanto bastò ad accender contro di loro la collera dell'implacabile Austrasio. Questa guerra contro le tribù erranti e questi scontri tra i Franchi ed i Barbari, ebbero principio di buon'ora, però che si legge nelle cronache: «(792) Il re si trattenne in Baviera a cagion della guerra cogli Unni, e rizzò sul Danubio un ponte di barche per giovarsene in essa, e celebrò la festa del Natale e quella di Pasqua. (795) Nel tempo che il re stava a campo sull'Elba, furono a lui alcuni inviati, venuti dalla Pannonia, l'un de' quali era un capo degli Unni, da' suoi chiamato Tudone, che promise di ritornare e farsi cristiano. Il re tornò quindi ad Aquisgrana, dove passò il suo tempo come al solito, e celebrò le solennità di Natale e di Pasqua. (796) Pipino cacciò gli Unni oltre il Tibisco, smantellò il palazzo del re loro, al quale palazzo gli Unni danno il nome di ring e quel di campo i Longobardi, predò quasi tutte le ricchezze degli Unni; poi si rese ad Aquisgrana per passarvi l'inverno con suo padre, a cui offerse le spoglie del regno che seco avea portate. Tudone intanto, colui di cui detto è più sopra, serbando la sua promessa, recossi dal re e fu battezzato con quanti lo accompagnavano, e avuti di bei presenti, tornò al suo paese, giurando prima fedeltà; ma non la tenne gran tempo, nè gran tempo andò ch'ei fu castigato della sua fellonia. (805) Il cagano[229], o principe degli Unni, venne all'imperatore pe' bisogni de' suoi popoli, e gli domandò un luogo da abitarvi tra Sarvaro ed Amburgo, però che quei popoli durar più non potevano nelle loro prime dimore a cagion delle continue irruzioni degli Schiavi, chiamati Boemi. Infatti codesti Schiavi, il cui capo avea nome Lecone, correvan le terre degli Unni, il cagano de' quali era cristiano, e chiamavasi Teodoro. L'imperatore lo accolse benignamente, esaudì le sue dimande, lo presentò largamente e l'accomiatò. Tornato al suo popolo, poco tempo dopo uscì di vita, e il nuovo cagano inviò uno de' suoi grandi a dimandar la conferma dell'antica dignità sopra gli Unni in lui pervenuta; e l'imperatore fu contento, e ordinò che il cagano avesse la signoria di tutto il reame, secondo la consuetudine de' loro antenati».
Queste guerre con le tribù erranti e questi trattati di pace con barbare nazioni, van seguitando per un lungo tratto di tempo sino a finito il regno dell'imperatore. Certo la fama di Carlomagno doveva esser ben grande, se da ogni parte venivan così a fargli omaggio; non v'era nazion barbara che non s'inchinasse al suo piede, chè il nome d'un conquistatore, avea per quelle selvagge nazioni ben più potente prestigio, che non il nome d'un legislatore o d'un supremo intelletto; quella che più d'ogni altra cosa sbalordisce i Barbari, si è la forza prepotente che mostrasi nelle battaglie, e si fa ubbidir dalla terra; Alessandro, Cesare, Carlomagno e Tamerlano, sono i nomi ch'elle serbano nella memoria, e raccontano sotto la tenda; questi nomi vivono al sicuro dai guasti del tempo, benchè sfigurati, come i bronzi dalla ruggine dell'età. Ora niun di così fatti nomi può a quel compararsi di Carlomagno; perchè in qual contrada non risonò egli? e qual è il paese che non serbi memoria di lui? qual è l'opera del nono secolo che non porti impresse le orme sue?