CAPITOLO XVII. SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO.

Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme. — Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. — Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente. — Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno. — Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. — Miracolo. — Il tesoro di san Dionigi. — La visione di Carlomagno intorno a Sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che seguono l'Imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine di tutte le leggende favolose delle conquiste.

800 — 814.

Di mano in mano che le conquiste di Carlomagno imperatore vanno pigliando un andamento rapido e universale, anche le leggende amplificano la poesia dei loro racconti; già esse hanno accennati i punti del mondo, sui quali egli rimbombar fece lo strepito dell'armi sue, ma dappoi ch'egli ha vestito la porpora imperiale, i cronisti, con le loro ciarlerie, s'impadroniscono più che mai di questo nome per esaltarlo e portarlo sempre più a cielo. Questi racconti a fantasia non han più misura, e tale si è la potenza della opinione in onor di quell'eroe, che le cronache più autentiche raccolgon le dicerie favolose, come fossero verità, e sei secoli appresso non si mette pur dubbio che Carlomagno non abbia davvero compiuto le imprese che la leggenda gli attribuisce.

I due episodii che la Cronica di san Dionigi attende principalmente a svolgere, seguendo la relazione di Turpino, sono la conquista del Santo Sepolcro e la liberazione di Sant'Jacopo di Compostella. Le quali due imprese si compiono in dipendenza de' due pellegrinaggi, l'uno al Sepolcro di Gesù Cristo, l'altro all'arca del Santo protettore de' Cristiani in Ispagna. Il pensiero del pellegrinaggio collegavasi a que' dì con quello della conquista; prima veniva il pellegrino tutto solo per adorare il Santo Sepolcro, poi una banda, poi finalmente un esercito che invadeva il paese; tale si era il procedimento dei voti di pellegrinaggio, che a quella irrequieta generazione, era necessità di muoversi e fare; starsi ella non potea così cheta, dentro il chiuso delle sue mura, e avea bisogno di respirar l'aria aperta del paese lontano, in cima de' monti o nelle valli, alla caccia, per le scure foreste o in romeaggi alle regioni straniere. Queste favolose spedizioni ai sepolcri di Gerusalemme e di Sant'Jacopo, che troviam nella vita di Carlomagno, preparano due grandi fatti della storia, le crociate del secolo undecimo e la liberazion della Spagna, sottratta al giogo de' Mori.

Il falso Turpino, il poeta cronista, l'arcivescovo di Reims, fu quegli che primo narrò le meraviglie di questa doppia conquista; nè si vuol credere altrimenti che questa epopea sia una creazione degli ultimi tempi del medio evo, chè ella si collega invece con un'epoca quasi contemporanea, e la troviam come una santa tradizione nei manoscritti del secolo decimoterzo[231], e ognuno ne può seguire le tracce anche al secolo undecimo. Così pure, alla quarta generazione dell'epoca carolingica, teneasi per cosa certa che Carlomagno avesse liberato il santo sepolcro di Cristo, e conseguite maravigliose vittorie contro i Saraceni ed i Mori. E perchè la storia non renderà ella conto di queste due tradizioni che si mantennero nell'età più rimote? E non formavano esse il diletto dei nostri padri, e il vanto delle antiche generazioni? Per qual ragione non racconteremo le imprese e le gesta che i nobili cavalieri attribuiscono al poderoso braccio ed al senno del magno imperatore? Le sfrondi pur la critica severa, quando chiama a sindacato la cronaca delle morte età; quanto a noi che andiam cercando le vestigia delle credenze già spente e delle passate grandezze, facciamo anzi di rammentare, gloriando, questi racconti degli alti baroni, massime se rivelin lo spirito d'un tempo: chè in tutte le età la nobil nostra patria ebbe le sue gloriose credenze, il suo culto alla gloria, i suoi simboli di grandezza e di patria devozione.

Ecco dunque succedere una gran persecuzione contro la cristianità nella terra d'oltremare, i Saraceni penetrar nelle contrade della Siria, insignorirsi di Gerusalemme, e contaminare il Santo Sepolcro, sì che il vecchio patriarca, costretto alla fuga, viene a trovar Costantino imperatore di Bisanzio, e suo figlio Leone. «Con pianti e lagrime raccontò loro il grande strazio e la gran persecuzione che erano nella terra oltremare, come gl'infedeli Saraceni aveano presa la città, contaminato il Sepolcro e gli altri luoghi santi della città diserta, prese pur le castella e le città del reame, guaste le campagne, e il popolo, parte ucciso e parte menato schiavo, e fatto tanto vitupero a Nostro Signore, e tanta persecuzione al suo popolo, da non esservi cuor d'uomo cristiano che non debba andarne mesto e corrucciato.[232]»

L'imperator Costantino medesimo non poteva non contristarsi a questa novella del Sepolcro contaminato; ma non poteva egli solo guerreggiare in Palestina, e non avea forze bastevoli ad opporsi agli Infedeli. Ora tutti sapevano a quei giorni che in Occidente veniva sorgendo un grande impero, e che la stirpe austrasia maggioreggiava mercè la potenza sua ed i suoi leudi; onde Costantino mandò suoi ambasciatori a Carlomagno, con una lettera, suggellata per lui, del patriarca Giovanni, sargente dei sargenti di Dio[233] in Gerusalemme; e con essa lettera un'altra di Costantino e di Leone, tutta in seta ricamata d'oro, da cui pendeva un bel suggello; la qual lettera così diceva: «Costantino e Leone, suo figliuolo, imperatori e re delle parti orientali, infimi fra tutti, ed appena degni d'essere imperatori, al famosissimo re delle parti d'Occidente, altissimo Carlo, potenza e signoria sempre felice. Dilettissimo amico Carlo il Magno, quando tu avrai vedute e lette queste lettere, sappi che io non ti scrivo per diffalta di cuore, nè di gente nata da cavalleria, però che alcune volte io ebbi vittoria de' pagani con manco cavalieri e gente ch'io non ho, e li cacciai da Gerusalemme da essi presa e ripresa due o tre fiate, e ben sei volte gli ho vinti e cacciati dal campo con l'aiuto del Signore, e presine ed uccisi ben delle migliaia. Ma che t'ho a dire? E' bisogna che tu sia ammonito da Dio per mezzo mio, non per li meriti miei, ma sì per li tuoi, a compiere questa grande impresa. Però che una delle passate notti, mentr'io stava pensando al modo di cacciare i Saracini, ebbi questa visione: In quella, dissi, ch'io stava in questo pensiero, e pregava Nostro Signore, che mi mandasse alcun aiuto, mi apparve d'improvviso innanzi al letto un damigello che mi chiamò assai leggiadramente per nome, e scossomi così un poco, mi disse[234]: — Costantino, tu hai chiesto aiuto a Nostro Signore nella tua impresa, ed ecco ch'egli ti comanda, per mezzo mio, di chiamare in tuo soccorso il Magno Carlo di Francia, difensore della Fede e della pace di Santa Chiesa. — E allora mi mostrò un cavaliere tutto armato d'usbergo e di cosciali e schinieri, con uno scudo al collo, la spada al fianco con elsa vermiglia, e una lancia bianca in pugno, che parea mandar fiamma dalla punta. Nell'altra mano aveva un elmo d'oro, e all'aspetto era vecchio con lunga barba. Era bellissimo di volto, grande della persona, avea bianco e canuto il capo, e gli occhi splendevano come stelle. Non è adunque da dubitare che queste cose non sieno fatte e ordinate per volere di Nostro Signore, ed avendo noi di certo luogo saputo qual uomo tu sei, e quali sono i tuoi fatti e costami, ce ne rallegriamo nel Signore, e gli rendiamo grazie nelle tue gesta meravigliose, nell'umiltà tua e nella tua pazienza. Io fermamente mi confido, che l'impresa avrà felice compimento pe' tuoi meriti e per l'opera tua, però che tu sei il difensor della pace, e la cerchi con gran fervore, e quando l'hai trovata, sì la conservi e mantieni con grand'amore e carità.

«Ora, i detti ambasciatori trovarono Carlo imperatore nel suo palazzo, ed egli pure fu dolentissimo a questa novella dei disastri di Palestina, e versò largo pianto, udendo il doloroso messaggio. I messaggeri, questo pure si vuol sapere, venivano accolti nella badia di San Dionigi in Francia. L'imperatore, rotti i suggelli, fece in più d'un tratto per legger le lettere, chiedendogli i baroni: «Sire, che cosa cantar possono quelle carte?» Allora, fatto chiamare a sè il prudente arcivescovo Turpino, che era sapientissimo, il richiese d'interpretar quegli scritti, numerosissima essendo la corte dei baroni d'intorno a lui, però che era quasi un parlamento: «Orsù, miei fedeli, disse lor Carlomagno, che consiglio mi date?» ed essi ad una voce risposero: «Re, se tu pensi che noi siam sì stanchi e travagliati da non poter sostenere la fatica d'un sì gran viaggio, noi siamo qui, e protestiamo che, se tu, signor nostro in terra, nieghi di venir con essonoi, nè vuoi condurci, noi moveremo domani, al sorger del giorno, insiem con questi messaggeri, parendoci che nulla ci debba esser grave, se Dio si fa nostra guida.» Immaginate come l'imperatore fu lieto di simile risposta; egli fece dunque mandar grida per tutte le terre che: «quanti, e giovani e vecchi, marciar volessero contro i Saracini, tutti pigliassero le armi». E la moltitudine fu sì grande che più non si sapea come albergarla.

«Ecco dunque Carlomagno ed i suoi baroni, che si mettono in via con tutta l'oste loro. Niuno raccontar potrebbe le avventure accadute per viaggio; attraversati boschi e monti, giunsero, cammin facendo, ad una selva, che trovaron tutta piena di grifoni, tigri, orsi, lioni e d'altre maniere di belve; e più d'una volta smarrirono la via diritta, nè sapevan dove andassero, o se dovessero tornare indietro, e allora il gran Carlo si pose a leggere nel suo salterio: «Messere Iddio, guidaci tu con la voce de' tuoi comandamenti». Ed a gran miracolo s'udì la voce di un augellino gridar tutto giubilante: «Franco, Franco, che di' tu, che di' tu?» E i Greci anch'essi ne rimasero maravigliati, perchè ci avean bene tra loro certi uccelli che cantavano Cara Basilon Anichos (salute, re invitto), ma niuno che avesse mai parlato come il detto augellino, che guidò l'imperatore per la via da seguire.