Chi resister poteva a questa grand'oste di gente a cavallo? Gerusalemme fu liberata, i Saracini giacquero sul campo, e Carlomagno tornossene a Costantinopoli, dove rimase tre giorni colmato di presenti e d'ogni maniera di ricchezze: «Destrieri, palafreni, uccelli da preda, pallii e drappi di seta, di varii colori, e tutta la gloria delle pietre preziose. Carlomagno non volle niente accettare, e il medesimo i suoi baroni, però che essi eran venuti da pellegrini, e per liberare il Santo Sepolcro; quando Costantino, l'imperatore d'Oriente chiamò Carlo, l'imperatore di Francia, e gli parlò in questo modo: «Sire, diletto amico, re di Francia ed imperatore augusto, io ti prego umilmente, per amore e per carità, che tu e l'oste tua vogliate prendere e scegliere a grado vostro di queste ricchezze, che sono qui raccolte per voi e per le vostre genti, e molto più ci gradirebbe che le pigliaste tutte.» A che l'imperator Carlo rispose che nol farebbe in modo niuno, perchè egli e le sue genti eran venuti colà per l'acquisto delle cose celestiali, e non delle ricchezze terrene, ed aveano di buon cuore sofferte quelle fatiche e quel viaggio per meritarsi la grazia di Nostro Signore, e non mica la gloria di questo mondo».

Questo nobil rifiuto d'ogni mercede per parte dell'imperatore e de' suoi baroni, non comprese tuttavia le reliquie. Le reliquie erano la gloria e il tesoro di tutta quella generazione; le chiese ne facean raccolta come di stupendi trofei; Costantinopoli ne era piena; ivi i reliquari erano lavorati con arte squisita e indicibil perfezione; la porpora v'era mista con la seta, i topazii e gli smeraldi incastonati nell'oro; l'arte romana erasi conservata nella sua perfezione; e nondimeno, a dir dei cronisti, queste non eran le ricchezze che più agognassero i baroni; le sacre reliquie bensì erano agli occhi loro più preziose di tutti questi vani ornamenti. A Carlomagno stava più che tutt'altro a cuore d'aver la corona di spine, che già toccò la fronte a Cristo; santa corona che spandeva intorno un dolce olezzo, come di paradiso terrestre; egli si pose in ginocchio dinanzi a quel reliquario, e colui che fondato aveva lo sterminato impero d'Occidente, si mise a pregar Dio come l'ultimo dei pellegrini, dicendo: «Io ti prego dunque, messere Iddio, ti prego di cuore umile e devoto, in cospetto della tua maestà, di concedere che io possa portare una parte delle tue sante pene, e di voler visibilmente mostrare a questo astante popolo i miracoli della tua gloriosa passione, sì ch'io possa far vedere al popolo d'Occidente il vero segno delle tue pene in modo che niun miscredente possa dubitar più che tu non abbia patito e tribolato corporalmente sulla santa croce sotto la spoglia della fragile nostra umanità!» E detta ch'egli ebbe questa preghiera, scese una dolce rugiada dal cielo, e le spine della corona fiorirono.

«Meravigliando tutti del miracolo, e tutti gittandosi su quei fiori, Carlomagno affrettassi d'avvolgerli in un lembo del purpureo suo pallio, poi mise tutto questo nel guanto della sua mano destra (che guanto e che mano! ecco pur sempre l'idea del gigante!). Quanto magnifiche, o Dio, sono le opere tue! e tutta la schiera dei baroni, inginocchiatasi, rendè grazie a' Gesù Cristo. Essi stavano ancora orando, allorchè il vescovo Daniele recò il vero chiodo che aveva servito alla passione di Nostro Signore. Carlomagno partissi, portando le reliquie in un sacchetto di bufalo appeso al suo collo, le quali reliquie erano la Santa Croce, il sudario di Nostro Signore, la camicia di Nostra Donna ch'ella vestiva nell'ora che partorì senza doglia Nostro Signore, la benda con cui lo fasciò in culla, il braccio destro di Simeone, con cui prese nostro Signore il dì che fu offerto al tempio in Gerusalemme. E il fondatore del grande impero era tutto glorioso di portare al collo questi avanzi della morte, queste polveri, quest'ossa del sepolcro.

«L'imperator d'Occidente pigliò dunque commiato da quel d'Oriente, e portando egli sempre al collo, senza mai da sè dipartirlo, il sacrosanto deposito, ebbe perciò, cammin facendo, il dono di far miracoli; toccava gli infermi e guarivano, nelle città dov'era moria, all'appressar dell'imperatore tosto ella cessava. La via di questa grande cavalcata fu lunga e per mezzo a mille pericoli, finchè Carlomagno giunse alla sua città d'Aquisgrana, dove da tutte le parti accorrevano per vedere e adorare le reliquie, nè ci vennero solo i vescovi, ma papa Leone ancora co' suoi cardinali, tutti attoniti in veder cose tanto miracolose! Quand'essi furon ivi così radunati, l'imperatore fece ad essi una dimanda, dicendo loro in questa forma: «Signori tutti, che qui siete adunati, e voi primieramente, ser papa di Roma, che siete capo di tutta la cristianità, e tuttissimi[236] voi, signori prelati, arcivescovi, vescovi, abati, io vi prego che mi facciate un dono». A che, rispose Turpino, l'arcivescovo di Reims, a nome di tutti. «Dolcissimo imperatore e sire, chiedi pure quel che ti piace, che noi lietamente e di buona voglia tel concederemo. — Io voglio, ripigliò l'imperatore, che voi scomunichiate dalla communione di Dio e di Santa Chiesa tutti coloro che impedissero o turbasser, dovunque io passi di vita, che il mio corpo sia trasportato ad Aquisgrana, ed ivi sepolto; però che io desidero di esser deposto qui, che deposto in qualunque altro luogo, onorevolmente, come si conviene alla sepoltura di re e imperatore». E tutti risposero al grande imperatore, che in mezzo alle vittorie già pensava al suo sepolcro: «Sire, così sia».

La tomba è un pensiero che preoccupa tutti coloro che hanno a compiere un gran destino! Essi preparan la loro dimora, il gelido letto per la spoglia loro mortale; godon d'additarla dall'alto d'una peritura grandezza, e Carlomagno sceglie Aquisgrana per metropoli dell'impero suo, ed insieme per la città capitale de' suoi funerali. Ad Aquisgrana infatti egli istituì il primo landitto o fiera, al digiuno delle Quattro Tempora, con perdono e indulgenza per quanti ci verrebbono, chè in tempo di agitazioni e turbazioni era d'uopo ricoverare il commercio sotto la protezione d'un pio pensiero, e le merci così stavano all'ombra delle reliquie.

«Or come fu, soggiunge l'antico cronista che scrive impressionato dalle solitudini di San Dionigi e dalle tradizioni della badia, or come fu che le reliquie e il landitto vennero di poi trasportati sotto la giurisdizione del nostro monastero? Fu, dice la leggenda, che, avendo un imperatore, o re ch'ei fosse, bisogno di denaro, e possedendo noi un reliquario e alcuni altari tutti coperti d'oro, ce li chiese, e ci diede in cambio le reliquie e il landitto d'Aquisgrana.» Di questo modo già principia la gara fra Aquisgrana, la città di Carlomagno, e Parigi, la città dei Capeti, San Dionigi di Neustria e la gran basilica d'Austrasia si contendono il primato; finchè Carlomagno abita Aquisgrana, la preminenza è per la marmorea sua basilica; essa è il tesoro suo, egli ha caro di soggiornarvi, di bagnarsi in quelle tiepide linfe; ma poi, morto lui, i suoi successori aman d'abitare più spesso le selve d'intorno a Parigi, e allora San Dionigi vince il primato, e le sue reliquie, le sue fiere ottengono privilegi. Aquisgrana riman pur sempre carlinga anche dopo spariti dal mondo gli ultimi avanzi di questa schiatta; Parigi è la città dei Capeti, e dee il suo lustro ad un nuovo lignaggio di re. Ma ecco qua un'altra storia che ci racconta il buon arcivescovo Turpino, e forma il quarto dei libri dei fatti e delle gesta del forte re Carlomagno, inserito nelle Croniche di San Dionigi. «L'imperatore, compiute ch'ebbe tutte le sue conquiste, avea giurato dinanzi a Dio che per l'appresso avrebbe dedicato la vita alla Chiesa di Gesù Cristo; ed ecco che una notte, mentr'egli stava nella foresta di Compiegne, guardando il cielo, gli venne veduta una via di stelle, la quale, come gli parve, principiava dal mar di Frisia, e dirizzavasi tra Lamagna e Lombardia, tra Basco e Guascogna, e tra Spagna e Navarra, dirittamente in Gallizia, colà dove riposava, senza nome e memoria, il corpo di messer Sant'Jacopo. E veduto per parecchie notti questo sogno, cominciò a pensar fortemente in cuor suo, che significar potesse, e mentre stava così fra sè pensando, ecco apparirgli un uomo di maravigliosa bellezza, e dirgli: «Bel figliuolo, che fai tu?» E l'imperatore gli rispose: «E tu, sere, chi sei tu?» Allora il bell'uomo gli disse che era sant'Jacopo, il cui corpo stavasi in Gallizia, senza nessuna memoria in mano dei Saracini.

«Dio ha fatto sì potente Carlomagno appunto perch'egli compier possa la liberazion della Spagna: quella traccia di stelle significava la nuova via che i pellegrini dovean seguire.[237] Carlomagno inginocchiasi, e fa orazione; poi, convocati i suoi baroni, come fece nella spedizione di Palestina, parte e s'impadronisce di Pamplona. I principi saracini s'inchinavano e umiliavano dinanzi a lui; le città si arrendevano, e le lontane gli mandavano messaggeri di pace, per modo che fece tributaria a sè tutta la gente di Spagna. Visitò indi con gran devozione la sepoltura di sant'Jacopo, mio signore, poi passò oltre, senza impedimento, fino al monte; piantò sua lancia nel mare, e veduto che non poteva andar oltre, rese grazie a Dio e a sant'Jacopo, mio signore, per aiuto ed assentimento de' quali era venuto[238]».

Qui il cronista novera tutte le città di cui s'insignorì Carlomagno, da Pamplona fino a Lamego. «Nulla resister seppe alla furia delle sue conquiste, non pur Gibilterra. E di questo modo Carlomagno conquistò tutta la terra di Portogallo, di Navarra e di Catalogna. A Cadice trovò quell'idolo famoso in figura umana sopra una colonna larga e quadrata, con una chiave in mano rivolta verso il mezzogiorno, la quale cader dovea il giorno in cui la Spagna fosse libera dagl'infedeli.[239] Ma quel giorno non era sì presso ancora, però che non sì tosto Carlomagno avea tocca la terra di Francia, un pagano, di nome Agolante, usciva, guidando un potentissimo esercito, dalle terre d'Affrica, e scagliavasi sulla Spagna. Al quale annunzio Carlomagno ripassa i Pirenei, e vola in Andalusia; il Saracino non si spaventa, vuol combattere corpo contro corpo, e manda a chiedergli battaglia in quella guisa che più gli piace: venti contro venti, quaranta contro quaranta, cento contro cento, mille contro mille, duemila contro duemila, o uno contro uno. Carlo mandò cento cristiani contro cento Saracini, e questi furono tosto morti, poi Agolante ne mandò altri cento, che furon pur tosto uccisi, poi dugento contro dugento, ed anche quelli uccisi. Da ultimo Agolante ne mandò duemila contro altrettanti dei nostri, e parte furon subito morti, parte fuggirono; (così fatti eran gli usi della cavalleria, uomo contro uomo, corpo contro corpo), poi Agolante intimò la giornata, ed ella fu sanguinosissima, che ben quarantamila cristiani vi perirono, ed oh miracolo! le lance loro fiorirono come le palme dei martiri. Carlomagno stesso versò in gran pericolo di sua persona, chè gli fu ammazzato sotto il cavallo; ma, rosso il volto di sdegno, trasse Gioiosa, e precipitatosi con grand'animo addosso dei Saracini, si pose ad affettar pagani, e fece intorno a sè una maravigliosa uccisione.»

Nè tutto è ancora finito; Carlomagno ripassa in Francia per convocare i baroni e cavalieri suoi, intantochè Agolante raccoglie anche esso tutti i vassalli suoi, Mori, Moabiti, Etiopi, Saracini, Turchi, Affricani e Persiani, e tanti re e principi saracini, quanti potè avere da ogni parte del mondo. Questi Infedeli calano sulle città cristiane, nulla resiste loro, e vengono fino alla città di Agen. Carlomagno non è vinto per questo, e adoperando l'inganno viene ad esplorar trasvestito il campo di Agolante; niuno lo riconosce così con lo scudo in ispalla, senza lancia nè mazza; ma invano ei tenta d'ingannare Agolante.

Anche il re saracino viene al campo di Carlomagno per trattar della tregua, e qui un lungo e caloroso diverbio fra loro[240], in cui Carlomagno si dà a fare il convertitore; non combatte già solo, ma predica e con questa doppia qualità il rappresentan continuamente le Croniche di San Dionigi; egli disputa coi Maomettani, e spiega loro la legge e la verità di Gesù Cristo. I cronisti si deliziano in così fatti racconti, e que' poveri monachelli trionfano nel raccontar la potenza delle cerimonie cristiane e la vittoria ch'esse danno a chi invoca il nome di Dio; e però ci narrano: «Come i Saracini furono tutti sconfitti ed uccisi insieme con Agolante, tranne pochi che si salvarono con la fuga, e come i Francesi furono uccisi per la loro ingordigia, tornando di notte al campo di battaglia; come il re dei miscredenti combattè con Carlomagno, e fu morto insiem con la sua gente. E poi di coloro che morirono fuor di battaglia».