Or credi tu d'aver tagliato a pezzi tutti i nemici tuoi, o valoroso imperatore? Oh no, ti convien vincere ancora. Agolante è oppresso, ma ecco qua Ferraù che giunge cogl'infedeli della Siria; Ferraù non è mica un uom da dozzina, egli è un gigante che piglia con la man destra un cavaliere e te lo getta, come un'arista, parecchie leghe lungi dal campo di battaglia. Sì grande era, ch'egli avea dodici cubiti d'altezza, un cubito la faccia, un palmo il naso, quattro cubiti le braccia e le coscie, e tre sommessi di lunghezza il dorso della mano. Chi manderemo a combattere un uomo tanto gagliardo? Qui torna in campo il fiero conte Orlando, che noi morir vedemmo a Roncisvalle; o che battaglia mai, che spadate! Ferraù si fa innanzi, solleva con una sola mano in collo al proprio cavallo il paladino, e se lo porta via; ma Orlando allora lo prende pel mento, e gli torce in modo il capo che ambedue cascano a terra; poi con un rovescio della sua Durindana, il paladino parte in due il cavallo a Ferraù, indi si afferrano e stringono corpo con corpo, sì che il gigante, spossato, dimanda tregua fino al giorno appresso. Il paladino assale indi il gigante a colpi di mazza, e il combattimento dura parecchi giorni. Or che vuol dire che la spada d'Orlando non fa se non rimbalzare su tutto il corpo di Ferraù? Vuol dire che il pagano è fatato, nè può esser ferito se non al bellico[241].
Negl'intervalli di questo combattimento a tutto transito, ci son sempre discussioni teologiche; Carlomagno convertir volle Agolante; Orlando, buon teologo, vuol convincere Ferraù; a simiglianza degli eroi d'Omero, i combattenti sospendono i rovesci e i fendenti per discorrerla e ricordar le cose loro passate di famiglia e di cavalleria; ma indi tosto la zuffa ricomincia, la mazza di Orlando è tagliata in due dalla spada di Ferraù, il quale gli s'avventa sopra, ma il paladino, cacciatosi fra le sue gambe, afferra la spada e gliela ficca nel bellico, ed ecco in qual modo ebbe fine il combattimento e la guerra di Spagna.
Tanto narran le favolose tradizioni che all'imperator Carlomagno dispensano una gran rinomanza, nè la storia dee altrimenti sdegnarle, facendo esse conoscer gli usi d'un tempo eroico. Qual è il conquistatore, qual è l'uom di gran ventura, che non abbia dopo di sè lasciato qualche cronaca favolosa, qualche leggenda ripetuta dai contemporanei e accolta spesso dai posteri? Noi stessi lunge non siamo da tempi che videro altre maraviglie; quante gloriose credenze non abbiamo accettate, che passano come istoriche verità? Racconti di battaglie, parole dell'imperatore ai soldati, combattimenti epici, detti di grandezza e di maestà gittati a' morienti. Accanto ai fatti storici degli imperi, crescono l'epopeie, nè si vuol rimbrottarne le nazioni, chè quest'è un atto della riconoscenza loro verso chi le innalza e ingrandisce. Tutte queste poesie, tutte queste cronache intorno a Carlomagno, che nelle parti loro ci sembran puerili, si collegano pur nondimeno con due grandi episodii del medio evo, la liberazione di Gerusalemme e la Spagna sottratta al giogo dei Mori. Egli vi ha ne' popoli de' nobili pensamenti e de' generosi istinti, e quando un nome sia venuto, quasi meteora ignita, a risplender nel mondo, il volgo gli attribuisce tutto il passato, il presente e bene spesso ancor l'avvenire.
RICAPITOLAZIONE. PERIODO DELLA CONQUISTA.
768 — 814.
L'opera militare di Carlomagno, chi la segua dall'origine sua, abbraccia il più lungo periodo di guerre che mai la storia offerisca negli annali suoi più lontani; però che la durata sua, a principiar dalla spedizione d'Aquitania fino ai rintuzzamenti delle popolazioni slave, e alla guerra contra gli Unni e i Boemi, è di quarantasei anni. Le spedizioni d'Alessandro il Macedone, rapide al par d'impetuosa fiumana, finiscono con questa verde e superba vita che si abbevera nella tazza d'Alcide; la vita militare di Cesare, comprendendovi anche l'ordinamento delle Gallie, non si stese più in là di diciott'anni; Annibale e Scipione prima di lui, e tutti quegli altri nomi famosi, fecero guerre più o men lunghe e difficili, ma niuna si produsse così continua da settentrione a mezzogiorno. I Romani soli, presi come corpo di nazione, ebbero, nella successione delle loro conquiste, quella sì costante perseveranza e sì grande tenacità ch'ebbe Carlomagno.
Or questa vita sì faticosa di gloria procedeva ella dall'indole personale di Carlomagno, dalla vigorosa natura sua, o era ella una necessità della sua politica, una ineluttabile fatalità dell'opera da lui concetta? Quest'opera, sì attiva sempre, non era tanto individuale quanto un legato di famiglia, e una conseguenza necessaria della sua condizione, però che non si vuole sceverar mai la vita da conquistatore di Carlomagno, dalla storia di Carlo Martello e di Pipino. E qual era infatti l'intento che questa nuova stirpe de' prefetti austrasii proponevasi? La corona. Ora un'usurpazione non compiesi altrimenti senza grande travaglio, nè senza gran fatica distruggesi un culto antico, foss'anche una superstizione; e il fatto dell'esaltazione de' Carolingi è, a proprio dire, una specie d'invasione della stirpe austrasia sul territorio della Neustria; i Merovingi, effemminati, son cacciati di trono da uomini vigorosi che vengon dalla sponda del Reno e della Mosa. La stirpe austrasia, d'alta statura, che passò la vita nelle provincie germaniche, viene a corsa condotta da' suoi prefetti, e in breve comanda nelle piagge di Neustria, domando i re imbastarditi, corrotti dal troppo vivere alla romana, nelle loro ville di Compiegne, di Palayeau, di Querzì all'Oisa e nelle badie di San Dionigi, dell'uno e dell'altro San Germano, o di San Martino di Tours; ed insieme coi re imbastarditi, doma pure i Franchi tralignati.
Se non che questa dominazione si compie solo a patto di condur senza posa i popoli alla conquista e alla guerra; quivi comincia l'opera gloriosa di Carlo Martello, il quale si rende famoso per la maravigliosa sua vittoria di Tours o di Poitiers. Egli libera l'Aquitania, ributta gl'Infedeli fino al di là de' Pirenei, e questo è il primo dei grandi benefizi dei prefetti della stirpe austrasia. Carlo Martello, capo del lignaggio carolino, serba pur sempre il tipo natío, imperioso, selvatico, delle sponde del Reno e della Mosa; non pensa che a' suoi guerrieri, e sdegna qualunque mescolanza co' Neustrii. Prodi compagni il seguirono nella guerra sua contro i Saraceni, con esso lui liberarono quelle ricche provincie, or che dar loro? ricompense in terre e benefizi[242] ch'essi faranno appresso coltivar dai coloni. Carlo Martello s'impadronisce quindi senza scrupolo delle terre ecclesiastiche, e le riparte fra' suoi, in che si vede la fera potenza germanica che trionfa, senza mescolanza d'altro in quest'indole silvestre, in questo tipo agreste e barbaro, che si riman, soprattutto, guerriero.
Vien Pipino, e già tempera la natura della podestà sua e del suo mandato; vero è ch'ei pur si rimane austrasio e serba la preminenza dell'armi sue sulle popolazioni che abitan le rive della Senna e della Loira, ma pur noi lo vediamo andare a poco a poco accostandosi alle consuetudini, alle idee romane ed alle usanze de' Neustri. Egli non è altrimenti inesorabile in guerra come Carlo Martello, le sue sollecitudini non son già solo per gli armigeri suoi; ma poichè gli sta a cuore di fondar una dinastia, vede ch'ei non sarà riconosciuto re se non per l'autorità del papa e della Chiesa, vede che imprimer non potrà sulla fronte sua il sacro carattere che sublimava innanzi agli occhi di tutti la schiatta de' Merovei, se non porgendo la mano ai vescovi, ai vescovi che imperano nelle sacre basiliche; ei sa tutto questo per mirabile istinto, ed opera mirando a questo fine. In che egli non punto abbandona la sua guerriera missione, chè egli dee, prima di tutto, farsi appoggio della razza d'Austrasia, cui suo padre condusse dai boschi della Turingia. Per essa la conquista comincia; Pipino dee far le sue prove; tutte le guerre che poi compier dee Carlomagno, son principiate da suo padre; al Mezzogiorno reprime gli Aquitani; varca le Alpi due volte per combattere i Longobardi, e gran frutto ivi ottiene da un cambiamento di lignaggio, passando la corona di ferro da Astolfo in Desiderio. A Pipino parimenti è dovuta la prima suggezione della razza sassonica; egli tragitta il Reno e il Vesero, per imporre tributi; egli prepara le ampie vie della conquista carolina, onde alla morte sua un carico smisurato da sostener lascia a Carlomagno, suo degno erede, perchè a questo pur corre obbligo di guidar la razza austrasia alla vittoria ed alla conquista.
I principii di questo regno sono incerti comparativamente alle grandi cose che lo precedono, e non è già che Carlomagno non sia nel rigoglio della vita, però che quando suo padre scende nel sepolcro, egli ha già ventisei anni; la complession sua, quale ce la ridicon le Cronache di San Dionigi, è fortissima; poderoso il suo braccio; egli accompagnò suo padre in quasi tutte le guerre; giocava fanciullo col giavellotto e con la chiaverina, e lo portavano sovra un lungo scudo; egli è insomma degno figliuol di prefetto e di re. Ma quel che gli toglie di dar alle prime sue imprese tutto l'ardor suo di conquista e tutta la potenza del genio suo predace, si è la division del trono con Carlomanno; nell'esercizio d'un poter comune e assegnato egli non trovasi ad agio suo, chè gli spiriti, anche mezzanamente sublimi, non si attentano alle grandi imprese, se non quando e' son padroni assoluti del campo e dispor ne possono a grado loro; se non sien arbitri appieno della podestà, non sanno esercitarla e la sdegnano. Così avvenne a Carlomagno, finch'ei regnò di conserva con Carlomanno; quindi quelle sue inquiete concitazioni e quelle sue gelosie verso il fratello; Carlomanno si muore, e tu lo vedi allora correr con le sue selve di lancie raccolte nei regi dominii; vedi que' fieri Austrasii non riconoscere i figliuoli di Carlomanno, ed ei cacciarli in un chiostro, farli radere a quel modo che il padre suo rader già fece i Merovingi, e difilandosi diritto al suo fine, insignorirsi delle due corone d'Austrasia e di Neustria, congiunzion questa di forze che gli è indispensabile. Nè il potere è gran cosa per lui, se non quando l'ha tutto intero in sua mano.