Non è per questo ch'ei non cominciasse l'opera sua militare nel tempo che Carlomanno ancor regnava in comune con lui. Gli Aquitani, mirando a separarsi dal dominio franco, s'erano raccolti d'intorno ai duchi loro, nè ciò procedea solo da antipatia di razza, e da quegli astii di nazione verso nazione, o tribù verso tribù che tuttavia ardevano in que' tempi di barbarie, ma in questa rivolta dei meridionali d'Aquitania ci avea pure una ragione politica, chè fedeli, come sempre furono, a' Merovingi, questi aveano ancora fra loro di molti partigiani, ed i duchi d'Aquitania medesimi, stando alle tradizioni, formavano un ramo collaterale del lignaggio de' Merovei. In tale stato di cose Carlomagno non si tien punto dal muover tosto verso le città del Mezzogiorno, preceduto dalla memoria dell'avolo suo Carlo Martello, il vincitore di Poitiers o di Tours, e in men di sei mesi mette quella gente a dovere. Sottomette di più i Pirenei, ordina militarmente le terre della Loira e della Garonna, ben sapendo non poter egli acquistar valida autorità sopra i guerrieri suoi, se non gratificandoli con la vittoria e con donativi di terre. Da ora in poi i popoli d'Aquitania non gli son più d'ostacolo, ma anzi d'aiuto nella nuova guerra ch'egli sta per intraprendere, e noi li vediamo schierati sempre sotto le sue bandiere.
La prima guerra di Lombardia è impetuosa e rapida. Vero è che Pipino fu due volte a Milano ed a Ravenna, ma egli però non disfece la nazion longobarda, e quei re rimaser tuttavia potenti sotto la loro corona di ferro. Or donde avvien mai che a Carlomagno sì facil cosa riesce, e quasi in una sola stagion campale, l'atterrar questa medesima nazione? Forsechè in questa natura d'uomo era qualcosa di più fermo, di più imperativo, di più superbo, che in quella del padre e dell'avolo suo? Dicasi tutto: i tempi erano meglio apparecchiati; ci son pe' popoli certe età di decadimento, da cui preservar non si possono; la monarchia lombarda cadea già in ruina, e Carlomagno altro non fece che affrettar un tracollo che sarebbe avvenuto anche senza di lui[243]. Quand'ei varcò le Alpi, i Longobardi più non erano quella conquistatrice nazione, di cui Paolo Diacono ci lasciò quella fierissima pittura; non eran più quegli uomini gagliardi, con le negre chiome, che ondeggiando sulle gote, si confondevano con la lunga e folta barba loro; col viver nelle città d'Italia s'erano infiacchiti ed effeminati; portavano vesti di seta con trascico alla maniera de' Greci, a stento sostenevan lo scudo, e il commercio con l'impero bisantino avea tolto ad essi l'antico marziale aspetto loro. Senzachè, eran fra loro divisi da gare e gelosie; l'ubbidienza non era più intera come innanzi; i feudatari supremi s'erano separati dalla corona di ferro; la Puglia, Benevento, il Friuli non riconoscevano tutti per titoli conformi Desiderio in re de' Longobardi; la nazione era perduta, sparpagliata! Il travasamento della signoria da Astolfo in Desiderio, compiuto da Pipino, giovava del pari gl'interessi di Carlomagno, essendone venuto raffreddamento nel servigio feudale e guerre civili di città contro città. Aggiungasi ora a tutto questo un esercito agguerrito, che dall'alto delle Alpi si scaglia in mezzo a questa razza effemminata, con uomini vigorosi, condotti da capitani di sì universal grido, come sono Carlomagno e Bernardo, i quali cominciano la guerra alla gran foggia d'Annibale e dei Romani, e prendono i Longobardi da fianco e da fronte.
Giunti poi che sono in Italia, i Franchi non usano solo i modi della guerra, ma tengon pur certi semi in mano di discordia, cui vanno spargendo con frutto; Carlomagno piantasi innanzi tratto con un piede su Roma, l'altro su Milano, e trova l'antica nazione italica in contrasto sempre co' Longobardi; i rappresentanti della quale sono i papi, ed ei di questi si fa spalla nel suo conflitto contro Desiderio. E' non si pose troppo mente che i pontefici erano a que' dì come il simbolo dell'antico Lazio, della patria romana[244], appresso i quali i Longobardi altro non erano che usurpatori e conquistatori; eglino volean liberarne l'Italia, e Carlomagno fu lo strumento da essi tolto a quest'uopo. Or questa monarchia longobardica si scioglie in una sola campagna, e bastano a ciò due soli assedii, quel di Pavia e l'altro di Verona, e questo perchè essa era effettivamente in ruina al momento in cui i Franchi giungevano al di là dell'Alpi, e sarebbe caduta per altre cagioni, anche senza Carlomagno. Ci sono tempi così predisposti, che gli uomini altro non sono che il braccio di quella misteriosa provvidenza, la quale altro non è infine se non la grande preconoscenza dei tempi. Ogni nazione ha i suoi periodi di grandezza e di fatalità; un popolo sparisce, e un altro apparisce tutto rigoglioso di forza e di gioventù; il nuovo edificio s'innalza sull'edificio caduto: sì vero è questo, che i mosaici di Ravenna servirono ad ornare la basilica d'Aquisgrana. E poi mirate con che facilità Carlomagno dispone di Desiderio; ei lo converte in un monaco, e insieme con esso disperde nei monasteri i capi longobardi, nè alcuno resiste al voler suo. A suo tempo l'antica capitale di Carlomagno, città morta e silenziosa, cedè pure essa la sua magnificenza e il suo splendore ad altre città oggidì floride e potenti
Le guerre contro i Sassoni paiono anch'esse contrassegnate d'una indole speciale; esse non durano soltanto i trentatrè anni, che comprendono le spedizioni di Carlomagno in Sassonia; ma al pari della guerra di Lombardia, principiata già sotto Pipino, esse pure vengon solo a terminarsi sotto il figlio suo; e qual figlio! sì che tu diresti Carlomagno avere il carico di por l'ultima mano al disegno carlingo. Due volte il re dalla breve statura, varcò le Alpi, e Carlomagno viene a cinger la corona di ferro a Milano; Pipino spiegò le insegne sue militari sul Vesero ad impor tributi ai Sassoni, ed a Carlomagno tocca pur di disperdere questo popolo e farlo, per così dire, disparir dalla Germania. La guerra contro i Sassoni non ha nulla di ordinato, ella si ristringe in sulle prime a subitane irruzioni di quei popoli che vengono a molestar la dominazione dei Franchi sul Reno: quanti sudori, quante fatiche per domarli! Una delle grandi vie per giungere a quei fini di depressione, a cui Carlomagno costantemente mirava, si fu la predicazione cristiana. A Roma i Franchi ebbero il papa per aiutatore a conquistare la Lombardia; sul Reno e sul Veser i vescovi e i santi missionari apparecchian le vie alla franca dominazione. San Bonifacio e Levino furono strumenti di civiltà e di conquista. Quando Carlomagno domar vuol questo o quel popolo, instituisce vescovadi, fonda monasteri, spedisce operosi missionari a convertirli, e mentre appoggia la podestà sua sul pastorale dei vescovi, orna della croce la sua corona, ben sapendo egli come tutto che sarà cristiano diverrà suo, intantochè tutto ciò che tale non sia, rimarrà estraneo al suo impero.
E' si vuol parimenti tener conto della militare attività di Carlomagno, che nulla v'ha di comparabile a quell'alacrità, a quelle guerre sempre continue che portavano i suoi paladini su tutti i punti della Sassonia. Bello è vedere tutta la forza dell'unità così nella guerra come nell'amministrazione di rincontro a quella repubblica divisa, a quelle sparse tribù. I Sassoni così sminuzzati, si rompono a somiglianza dell'ettarchia che divide l'Inghilterra, sono senza vincoli fra loro, i capi loro sono sparpagliati, trattano ad uno ad uno con Carlomagno. Due sono le cagioni che spengono i popoli, o una soverchia sovrabbondanza di forza che li fa lacerarsi in guerre civili (e tale era la condizion sociale dei Sassoni), o il morale infiacchimento di quella prima vigoria che assicura la vittoria, e quest'è il segno a cui giunti erano i Longobardi. La forza di Carlomagno al contrario è costituita dal congiunger ch'egli fa in sua mano l'unità e l'ognor crescente vigoria del potere; senza eguali, come egli è, intorno a sè, altro non ha che seguaci alla guerra. La resistenza di Vittichindo, avversario suo, veste altra forma; quest'ultimo è per avventura grande al pari di lui, ma non regna altrimenti su tutta la nazione dei Sassoni; gli altri capi che a costui stanno intorno, son pari suoi, ei congrega sì le tribù, ma solo per forza morale, ed esse lo acclamano come un grand'uomo di guerra, ma non è nè re, nè imperatore come Carlomagno, e questa è la ragione ond'egli alla fine è domato.
Nondimeno far non possiamo di non affezionarci a questa nazion sassone, e in leggendo la storia, non sappiam perchè, lo sguardo nostro si volge malinconico verso tutti questi popoli che resistono e cadono poi dopo lungo conflitto. Gli annali dei vinti esercitano una misteriosa forza su noi; quell'avvicendamento di grandezza e di sventura ne induce a rifletter su noi medesimi e sui disegni della provvidenza divina; nel curvarsi di tutti dinanzi a un uomo, ne piace spesso contemplar la lunga e vigorosa resistenza di chi cade; strazio che stringe il cuore, come se tu vedessi palpitar le viscere d'una vittima. Questo senso ci mosser le guerre contro i Sassoni: e chi non applaudì alla grande indole di Vittichindo? tu l'ami come Arminio nella guerra dei Romani, e come quei capi dei Galli che resistono di città in città, armata mano, contro Cesare e gli antichi suoi pretoriani. Ogni secolo seco ne porta qualche popolo o qualche monarchia, e niuno ardisca eguagliarsi agli immortali, dice Omero; sentenza vera in parte, applicata così alle nazioni come agli uomini; tutto è soggetto alla legge inesorabile della morte.
Le spedizioni oltre i Pirenei, così come svolgonsi per le guerre continue di Lodovico re d'Aquitania, sono per ciò stesso contrassegnate d'un'impronta men carolingica che le altre. Nella conquista della Lombardia, già dissi, doversi tener conto dell'antica nazione italica; infatti Carlomagno è ivi aiutato dall'antica popolazione soggetta ai Longobardi, e rappresentata o caldeggiata dai papi. Nella guerra contro i Saraceni di Spagna, il medesimo aiuto; i Saraceni accampavan su quelle terre, in quella forma che i Turchi son oggi accampati in Costantinopoli e in Siria, e come per gran tempo furono sul territorio d'Algeri. Le nazioni tartare, sempre a cavallo, non formano altro mai che un popolo sovrapposto ad un altro, le razze antiche vivon sotto le nuove; e però, siccome pare indubitato, le spedizioni di Carlomagno fino all'Ebro, furono assecondate dalle antiche popolazioni cristiane, dai Goti che occupavan le città e le campagne dalla Loira quasi fino alle colonne d'Ercole. Vinta che fu in qualche battaglia, come dire a Poitiers, la parte attiva e militare dei Saraceni, da per tutto svegliossi l'antica nazion de' Goti, e la spedizione di Carlomagno in Ispagna, fu la cagion prima della compiuta emancipazione che seguì pochi secoli appresso. I Franchi poterono bensì, per giro delle vicissitudini, esser cacciati di Spagna, chè la guerra ha sue sorti, e suoi sinistri il combattere; ma pur sempre si mantenne in quegli antichi cristiani la credenza che con poco sforzo essi avrebber potuto liberarsi dal dominio degl'infedeli, donde quegli assalti dei Conti di Castiglia, quelle improvvise irruzioni dei Goti, che calavan dai monti delle Asturie, per affrontarsi con la dominazione moresca.
Per questo rispetto specialmente, dir per l'appunto si può che le spedizioni di Carlomagno favorirono l'impulso della civiltà, comechè in sè stesse non recassero questo nobil germe. I capi che seguivan l'imperatore alla guerra, nullo di culto avean che sceverar li potesse dalla barbarie; quei conti ch'egli ponea nelle marche militari, tutti germanici infino a' capegli, non erano per nulla più innanzi dei Sassoni, degli Alemanni e dei Saraceni, e anzichè recare la civiltà in certe contrade, vi gittavano, a così dire, un nuovo strato di barbarie, e gli Austrasii tutt'altro facean che favorire i lumi e il moto della civiltà nell'Aquitania e nella Lombardia. E non pertanto avevano in sè stessi due cause che cacciano innanzi mirabilmente il progresso e la grandezza dei popoli, dir vogliamo l'unità e la autorità. Anche dell'elemento cristiano, gran macchina di civiltà, Carlomagno erasi impadronito con le sue pratiche co' papi, e lo ristringeva nell'unità, che è la grandezza del comandare, e nell'autorità che abbatte ogni sorta di resistenza e di forte impulso così al bene, come al male.
A ridur le molte parole in una, le conquiste di Carlomagno non possono altrimenti considerarsi sotto l'aspetto dell'incivilimento, che quella mente sua conservò pur sempre alcun che di selvatico a simiglianza delle foreste germaniche; l'opera sua è appunto sterminata perchè serba l'impronta sua barbarica; non reca civiltà, ma sì la riceve; però che l'impero da lui fondato, altro non è che l'effettuazione del concetto romano. Infatti che cosa è mai l'impero d'Occidente, se non pur sempre una reminiscenza della città eterna? Tutto concorre a quest'opera, e nelle grandi nazioni che l'accerchiano, non v'è azion veruna di resistenza; l'impero di Costantinopoli è una civiltà logora, che ancor dà lume sì, ma che niente ha più del suo primo vigore; i Saraceni non sono più nel periodo loro della conquista; dopo il flusso viene il reflusso; onde vediamo aprirsi un'ampia via dinanzi a Carlomagno, il quale arriva in buon punto, in un tempo, dir potrebbesi, fatto a disegno suo; ei raccoglie sotto il suo freno le nazioni, per così dire, attendate nell'Austrasia e nella Neustria; raccozza e rappicca i minuzzoli, e fattane unità, ei quindi la santifica con la sua confederazione con Roma. Benchè forte sì da potersen restare Germano, ei si fa Romano, ben sapendo egli che con la spada un può farsi bensì materialmente padrone dell'autorità, ma ch'egli conservarla non può, se non coll'uso e incremento della forza morale; pe' costumi suoi, egli appartiene pur sempre alle sue antiche foreste, e pel suo pensare ei vuole accostarsi a quella civiltà ch'egli scopre da lontano come un orizzonte di splendore e di luce; nè invano ei visitò Roma e corse l'Italia, chè al vestire il manto imperiale, ben sa quanta forza sta per dargli la croce ch'ei porta sulla sua corona.
Nondimeno la guerra è pur sempre la prima delle sue affezioni, tale si è l'originaria natura sua, nè la dimentica; i Carlinghi non vivono altro che per la vittoria; si vuole raffermar le conquiste, si vuol ripartir le terre. Riandando la sua legislazione noi vedremo in breve che i capitolari di Carlomagno si riferiscono anch'essi alle sue guerre, che assorbiscono, a così dir, la sua vita. Curioso è vedere queste tre generazioni d'uomini forti da Carlo Martello fino a Carlomagno, tutti aver un medesimo intento e compierlo con quella loro stupenda fermezza! Coperto ch'egli è del manto de' Cesari, questo ultimo attende (tale si è il faticoso suo carico) a ritenere sotto lo scettro suo i popoli da lui conquistati; ma il serbarli in soggezione lo aggrava di maggiori fatiche e sudori che non la conquista medesima. A esaminare da presso le grandi spedizioni di Lombardia, di Sassonia e di Spagna, noi vediamo ch'elle si compiono, a dire così, nel termine di una stagione. Carlomagno varca le Alpi, ed eccolo pochi mesi dopo a Pavia; supera i Pirenei, ed eccolo a Pamplona; passa il Reno, si precipita in Sassonia, e spiega le sue schiere sul Veser; laddove il tener in freno, il reprimere i vinti, è un'opera continua, uno stento, una cura di tutti i giorni; egli dee portar incessantemente le armi su tutti i punti dell'impero, ed a terminarla trovasi costretto a fieri partiti, quai sono gli accampamenti dei conti sugli estremi confini, il dispergimento dei vinti, ed un modo di coazione sì inesorabile, ch'ei fa mozzare il capo a intiere masse di popolo.