[231]. Già più addietro abbiano notato che nessuno crede oramai più all'autenticità della Cronaca di Turpino. Aggiungeremo qui che il Ciampi, in una sua dissertazione critico filologica intorno a questa cronaca, dove ha raccolto quanto fu scritto in tale proposito, inclina a credere ch'ella sia opera dell'undecimo secolo e forse di Goffredo, che fu priore del monastero di Sant'Andrea di Vienna in Delfinato nel 1092. Il Traduttore.
[232]. Questa e l'altre citazioni originali che seguono, sono nella lingua antiquata francese, ed io mi sono ingegnato di tradurre senza spogliarle per quanto mi fu possibile, dell'antica semplicità loro. Il Traduttore.
[233]. È una imitazione della formola pontificia; Servorum Dei servus.
[234]. I manoscritti di San Germano riferiscono ogni frase di questa lettera, prima in un linguaggio immaginario, poi in latino. Ecco questo linguaggio col suo preambolo: Sed sacræ Constantini imperatoris et epistolæ patriarchæ, una et eadem est prope sententia. Imperatoris autem exemplar hoc est: Ayas Anna bonac sua Caiibri milac Pholi Ansitan Bemuni segen Lamichel bercelin fade abraxion fatitatium. Hoc est: Constantini, ecc.[235] Vuolsi notare altresì che la lettera del patriarca e quella degl'imperatori, finiscono a disegno con tre o quattro frasi rimate, che il cronista di San Dionigi non ha tradotte. Ecco la fin di quella dell'imperatore: Nil opus est ficto. — Domini quo visio dicto. — Ergo dicto tene fundum. — Domini præcepta secundum. Tu diresti che queste conclusioni in rima erano di que' giorni fatte a tener luogo delle nostre epistolari formole finali.
[235]. Così anche il nostro maggior poeta mise in bocca ai demonii e a Nembrote quelle parole di sua fantasia, a cui poscia la semplicità di tanti commentatori è andata cercando le radici e il significato nelle lingue forse più strane ancora di quelle che Dante al suo proposito si foggiava. Il Traduttore.
[236]. Trestous dice il testo. Tutta quest'antica lingua francese accostasi, più assai della moderna, all'italiana, e nell'indole delle voci e nell'ortografia, tanto che ne appar chiarissimamente l'origine comune e ad un parto delle due favelle. Il Traduttore.
[237]. In alcune provincie la via lattea chiamasi ancora la strada di sant'Jacopo, tanto son forti le tradizioni carlinghe.
[238]. Lungo tempo s'è conservata nel tesoro del nostri re questa lancia, con la quale, fu detto, aver Carlomagno scandagliato il mare.
[239]. Che idolo era questo? Forse il falso Turpino ha confuso la guerra di Spagna con quella di Sassonia, però che quest'idolo accostasi a quello d'Irminsol.
[240]. Qui l'autore riporta il discorso fra Carlomagno e Agolante, togliendolo dall'antica cronaca; lo abbiamo lasciato a risparmiar noia ai nostri lettori. Meglio è legger nell'Ariosto le parlate fra Carlomagno e Agramante. Il Traduttore.