In mezzo all'antica Italia, e sul confine quasi dei Borgognoni, era venuto per forza e per conquista, fondandosi lo stato d'una gente di stirpe germanica, la cui civiltà si foggiò poi su quella di Roma e della Grecia. I Longobardi (la gente di cui parliamo) che sono sì gran parte del primo periodo dell'età media, avevano stabilito l'imperio loro nelle ridenti pianure chiuse fra l'Alpi, gli Apennini e il Tirolo, e avevano Milano per città capitale; i capi loro sotto il titolo di conti o di re, si cingevan la fronte della corona di ferro nel monastero di Monza. Popolo solerte ed industre, avean essi arricchito le città romane di quei monumenti di pesante e solida architettura che contrassegnarono il loro passaggio per mezzo all'Italia; convertivano Aquileja, sull'Adriatico, in città che servir dovea di scala al traffico loro, e conquistavano Ferrara, Bologna e l'esarcato di Ravenna, sede militare e civile che i greci avean lasciato in Italia. Laonde per la loro postura i Longobardi si trovavano in perpetua nimistà coll'impero greco[25], pur dianzi padron dell'Italia, ed insieme coi papi che governavano Roma e le sue basiliche; ma quanto al dominio imperiale sull'Adriatico, essi l'aveano quasi del tutto atterrato, rincacciando i Greci fino agli ultimi confini della penisola entro i monti del reame di Taranto. Quanto ai papi, i Longobardi diventaron i più ardenti loro persecutori, e ancorchè convertiti al cristianesimo, erano in guerra col pontificato, e il vescovo di Ravenna contendeva il primato al vescovo di Roma. Al dominio dei Longobardi sol mancava la grande città dei Cesari, e la volevano a ogni modo per compimento dell'italica lor signoria; i re dalla corona di ferro agognavan dunque l'acquisto della metropoli dell'impero romano, e di qui ebber cagione in appresso le prime pratiche fra i papi e i Carolingi, i quali a combattere i Longobardi, chiamarono i Franchi, ed ai Barbari opposero altri Barbari più fermi e meno effeminati dalla civiltà.
Il regno dei Longobardi distendevasi fino alla Provenza con la città di Nizza al confine; i Provenzali, razza mista di Galli, Greci e Romani, occupavano il gran delta formato dal Rodano, dalla Duranza e dal Varo; Marsiglia era il porto a cui venivano ad approdare tutte le merci della Siria e del traffico orientale, le sete, le spezierie[26]. Marsiglia andava pur famosa nei fasti del cristianesimo, e superba del suo monastero di San Vittore, e della sua cattedrale (la Maggiore) che sporgeva come un promontorio sul mare. Non lungi da Marsiglia, retta a comune, splendeva Aix, città romana, la colonia di Sestio, con l'acque sue termali, emula di quell'altra Aix del regno d'Austrasia, città tanto cara a Carlomagno. Il Rodano e la Duranza confinavano la Provenza, che contender potea d'antichità con la metropoli d'Arli, culla del cristianesimo, a buon dritto superba delle sue romane reliquie, de' suoi circhi, de' suoi teatri, dove ben trentamila spettatori agiatamente sedevano sopr'ampi sedili, come nel Coliseo di Roma[27].
Al di là del Reno cominciava la Gotia o Settimania, che non vuol essere confusa coll'Aquitania, confinata dalla Garonna. Se il regno degli Aquitani vantavasi di Tolosa e d'Albi, la Gotia avea per città capitale Narbona, che diede il nome alla provincia romana, nel primo partimento delle Gallie, e Nimes, sorella vera di Roma, che conserva pur tuttavia i frammenti più intatti delle antichità sue, la sua Casa Quadrata e le sue Arene, quasi altrettanto spaziose quanto il Coliseo[28]. La Settimania era come il maggior vestibolo del regno de' Goti, e stendevasi oltre i Pirenei fino all'Ebro. In sulla cresta de' Pirenei occidentali abitavano i Guasconi, fieri montanari indurati alla fatica, popoli di pastori che non pativano l'estranie dominazioni, e verrà fra breve il giorno in cui costoro insorgeranno contro l'invasione de' Franchi, e le cronache risuoneranno per lungo tempo della rotta di Roncisvalle, dove perirono i paladini di Carlo il Magno.
Di questo modo a occidente del reame de' Longobardi, erano i Provenzali, i Goti, i Visigoti e i Guasconi, intanto che a oriente altri popoli ancor serbavano la selvaggia vigoria de' tempi primitivi; eran dessi gli Schiavoni, i Croati, i Dalmati, padroni delle terre fra la Sala e l'Adriatico. A lato di Venezia, che sorgea come nata dall'acque, addobbata già delle ricchezze orientali, e non lungi dalla colonia di Giustino e dalla civiltà greca, vivean popoli tuttora nello stato primitivo, i tremendi Ungari, gli Avari e i Bulgari, dalla tralignata Bisanzio tanto temuti[29]. I Bulgari, accampati intorno al Ponte Eusino, fondavano un regno ordinato; avevano lor capi o re[30], e più tardi il cristianesimo apportava loro l'alta civiltà sua, però che non si vuol dimenticare come la predicazione de' vescovi fu di que' tempi l'impulso più potente a far che le nazioni avanzassero in quella, e v'ebbero apostoli ferventi, infaticabili, principiando da Bonifazio, il vescovo germanico, fino a sant'Anscario, il predicatore dei popoli scandinavi[31]. I Bulgari mossero verso le arti e la coltura più rapidamente degli Ungari, selvagge popolazioni che vedremo nel secolo decimo venir a disertare il regno dei Franchi. I Bulgari si trovaron quasi sempre in commercio coll'impero di Costantinopoli, e ne imitarono gli usi.
In mezzo a tanto scrollo di popoli, quando tutti si precipitavano sulla vecchia civiltà, alcuni imperi tuttavia rimasero in piedi, ed esercitarono un'operosa influenza sull'epoca di Carlomagno: io intendo qui parlare dei Greci, dei Saracini, e della terra d'Italia, essendochè ivi le idee e le instituzioni medesime di Roma sopravvissero alle ruine del mondo antico. Chi si faccia a studiar bene addentro la storia bisantina, dee sentirsi commosso a quel carattere di grandezza che contrassegna fino anco il suo decadimento, chè certo v'ha qualcosa di lacrimabile nell'affralimento e nella debolezza di un vasto impero, incalzato da tutte le parti, e quasi affogato sotto le strette dei Barbari. Lo spettacolo di quegli eunuchi coperti d'oro, di quei Cesari fiaccati sotto la porpora nei marmorei loro palagi, inspira pur qualche pietà alle più rigorose nazioni: ma chi poi riconoscer non può e salutare l'infinito incremento delle arti, la civiltà inoltrata, l'ordine maraviglioso che per ogni dove si manifestano in quell'impero? Bisanzio era la metropoli del sapere, della filosofia, del commercio e dell'industria; in ogni luogo dell'Asia Minore verso cui il viaggiatore volgesse i suoi passi, così a Laodicea come a Corinto, così nelle isole dell'Arcipelago come in terra ferma, dappertutto ei vedeva i tesori dell'industria d'una coltissima nazione: ippodromi, teatri, statue antiche[32], sontuosi palazzi, ampie strade, flotte innumerevoli che scorrevano i mari, il maraviglioso trovato del fuoco greco, il traffico della porpora e della seta, un lusso che appalesavasi in tutti i monumenti. L'amministrazione dell'impero, le forme del suo governo erano un modello di gerarchia; ogni uffizio era segnato, ogni ordine chiamato a concorrere con la sua forza d'azione e di mente all'amministrazione delle provincie. Il Libro di porpora e d'oro regolava il governo e l'autorità di ciascuno; l'erario riboccava, tutto era opulenza: i Greci alimentavano la vigoria loro nelle guerre civili; l'indole loro antica era questa, furon essi mai altri al tempo di Sparta e d'Atene, e si corressero eglino mai? Si perdeano nelle sottili disputazioni intorno al cristianesimo, intorno alla procreazione del Padre e del Figlio, alla misteriosa Trinità, a quel modo che in altri tempi disputavano sopra tesi filosofiche negli areopaghi. Nè l'aspetto di sì potente civiltà lasciava però d'aver qualche azione sui Barbari del Nord, e gli annali di quei secoli attestano che i re dei Franchi chiedevan titoli pomposi agli imperatori di Costantinopoli[33], e mandavano più d'un'ambasceria a sollecitar dai Cesari la porpora, il consolato, o il patriziato. L'ordinamento amministrativo di Bisanzio, e le forme sue di governo furono altresì, per più d'un rispetto, il fondamento e il principio delle prime instituzioni di ordine e di gerarchia che contrassegnarono il regno di Carlomagno[34].
Accanto alla greca preminenza si vien manifestando il corso sagliente delle provincie moresche. I settatori di Maometto stanno per aver sì gran parte negli avvenimenti, ch'egli è impossibil sceverarli dall'istoria e dalle civiltà contemporanee. Fino al secolo ottavo il loro corso è tutto di conquiste: sono popoli armati che si spargono rapidamente dall'Asia e dall'Africa fino entro la Spagna e l'Aquitania, nè leggi altre han che il Corano, altra ragion che la spada. Il califfato, per ben forte ch'ei fosse in sè stesso, non potea servir di modello alla instituzione d'un ordinato impero in Occidente[35]: chè esso era un miscuglio di dispotismo religioso e politico: con amendue le spade in una man sola, e non altro. Quel poco che il califfato aver può di civile, esso lo debbe a Costantinopoli, ai Greci dell'Asia Minore ed all'India, ed ei toglie ai popoli conquistati, anzichè donar loro. Gli Arabi precedono nel medio evo gli Ebrei nel gran monopolio del sapere. I Saracini, torrente distruttore, s'uniscon nel settimo secolo, agli altri Barbari per trinciare il romano impero. Fu solo dopo lo stabilimento loro nelle città dei Goti in Ispagna, ch'essi esercitarono il poter dell'immaginazione e della poesia sui tempi appresso. Furon eglino i Saracini quei che recaron fra' Goti le arti e le maraviglie d'una più inoltrata civiltà? Sarebbe pur bello provare che i Goti, con quel vivo sentir loro, più donarono ai primi che non ne ricevessero[36]. E che avean mai di comune con lo spirito e il progresso cristiano quei popoli che procedevano innanzi con la spada di Maometto in pugno? Vero è che alcune città della Spagna eransi fatte fiorenti sotto i Mori, che ivi sorsero le frastagliate moschee, fino al cielo salirono i minareti, ma qual ebber opera in questo le leggi e le arti della Grecia, di Roma e delle Gallie? I figliuoli del Profeta atterrarono più che non edificarono. Qual maraviglia che in tali città, come son Cordova o Toledo, Siviglia o Granata, sotto a quel sole, le orientali fantasie crear potessero monumenti maravigliosi? Ma le reliquie dell'arti che ancor si veggono sulle meschite, quei fiori, quelle frutta d'oro son tolte per la più parte dagli artefici bisantini.
E d'altra parte i Goti non avean essi pur qualche parte redato della civiltà romana? Tutto il mondo echeggiava del nome di Roma; l'autorità sua era in ogni parte quella d'uno spento ma immenso potere; non v'era città dell'Austrasia, della Neustria o dell'Aquitania che tenacemente non conservasse le vestigia di quel grande rivolgimento; non acquedotti solo, nè ampie vie segnate di tombe funebri, e come a dir vie de' morti, come a Pompei, ma sì pur costumanze, leggi, municipii che avean sopravvissuto alla distruzion dell'impero e al passaggio dei Barbari. Qua e là spuntavano instituzioni: i municipii, le compagnie degli artieri, i procuratori delle città, le leggi sulle annone, sulle magistrature, sui decurioni[37]; Roma e le Gallie avean segnato in ogni parte della profonda loro impronta le franche instituzioni.
E' si vuol dunque far conto di siffatti elementi in ciò che costituisce l'opera di Carlomagno, il quale non si fa a creare altrimenti una cosa nuova, ma si serve dei fatti ch'egli ha sotto la mano, e gli organizza; egli lascia ad ognun la sua legge, ad ogni popolo i suoi costumi: la legge salica ai Franchi, ai Longobardi le loro formole, i codici loro ai Romani. Solo in mezzo a questo sminuzzamento egli pianta un principio di unità, toglie dal cristianesimo la sua forza morale, dai papi la loro perseveranza nei disegni, e nella costituzion del suo grande impero prende Roma per base e la Chiesa per modello.
CAPITOLO II. ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ.
Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli uomini di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione dei monasteri. — Neustria. — Austrasia. — Aquitania. — Germania. — Le leggende. — Apostolato alle terre barbare. — I reliquiarii. — Le chiese. — Concilii provinciali. — Instituzioni municipali. — Le città, i borghi. — Ricordanze di Roma e delle Gallie.