Negli studi del medio evo trovasi sempre unita all'astronomia la geografia, scienza, della quale aveasi sotto Carlomagno imperfettissima cognizione; vero è che Teodolfo, sempre studioso, erasi provato a comporre un globo sferico con tutti i segni dello zodiaco, ma la spiegazione ch'egli ne dà è priva d'ogni esattezza. Egli si pare che in questa scuola domini la teoria di Tolomeo sulla forma della terra; ma non ben se la intendono intorno alle basi d'un sistema sferico: Alcuino pone per principio che la terra è quadrata, e il mondo, a dir suo, è fermo su quattro punti cardinali[60], e diviso in tre parti, Europa, Affrica ed Indie, le quali sono da lui descritte in modo vago, come uno spazio immenso dalla parte di Oriente. Tutto ciò che sapevasi a que' giorni di geografia, veniva dai pellegrini e dai vescovi viaggiatori, che andavano a predicar la fede tra i Barbari; le città e le provincie erano rozzamente segnate sopra qualche pergamena o papiro, e tutto ciò che serbavasi del mondo antico, era tolto dalla scuola romana o bisantina.
La scienza nondimeno forma tutta l'occupazione di quegli uomini che scoprir vogliono i riposti misteri suoi, e Teodolfo, il poeta italiano, uomo di fantasia, la rappresenta sotto l'imagin d'un albero, co' suoi rami madornati e coi fioriti suoi ramoscelli di mille colori; la grammatica forma la radice, da un lato esce la rettorica, dall'altro sorge la dialettica con tutto il rigoglio d'un lussureggiante rampollo, poi vengon, come tre sorelle strettamente abbracciate, la musica, la geometria e l'astronomia; e questo simbolo viene da Teodolfo svolto non senza un certo ardimento di pensiero. In tempo che gli altri sapienti altro non fanno che applicarsi alla Sacra Scrittura e allo studio dei salmi e dei libri biblici, egli confessa di gustar un interno diletto al leggere, e meditare gli autori pagani, e negli opuscoli suoi continua è la citazione de' bei versi di Virgilio e delle commedie di Terenzio. Anche i versi del sassone Alcuino san dello studio degli antichi; celebra l'arrivo di papa Leone in Francia, e usa la lingua poetica nello scriver epitafi e descriver l'oriuolo a polvere del Tempo, che corre presso all'eternità, intanto ch'egli biasima coloro i quali troppo si dedicano agli autori profani e a Virgilio principalmente, e ch'ei dice ad un suo discepolo: «tu sei troppo virgiliano,» e che ad un vescovo amico suo rimprovera la soverchia passione di lui per l'Eneide. In qualche monastero a que' giorni parlavasi il greco; v'erano scuole in cui veniva pubblicamente insegnato, e il latino era la lingua comune della Chiesa. Non è quindi maraviglia che gli antichi fossero letti e consultati quai maestri in letteratura e in poesia. Carlomagno medesimo non isdegnò il meccanismo de' versi latini, come vedemmo nel tenero epitafio suo di papa Adriano, ed anch'egli usava quella poetica lingua nelle sue epistole a Paolo Diacono.
Dettava pur versi nella patria favella, e spesso ancora in tedesco e in idioma germanico; facea raccogliere le tradizioni degli antenati, e voleva che gli scaldi e i poeti serbassero le memorie del passato e le vittorie degli avi. Di qui forse l'origine di quelle canzoni eroiche, onde ci restano oggidì ampie reliquie; se non che il tempo ha distrutto gli originali di questi monumenti in lingua barbarica, e poche parole appena, poche frasi sparse qua e là nelle iscrizioni latine, additano la lingua che parlavasi nel secolo ottavo; niuno tuttavia negar può che non vi fossero a quei tempi tradizioni e leggende scritte nel sermone della patria, alcune delle quali tradizioni mescolavansi con la vita dei santi. Le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria furono attinti a queste prime fonti; l'imaginazione dei trovatori vi lavorò sopra di ampie epopee, ma la sostanza di questa poesia vien da quelle leggende, di cui fan menzione le cronache, da quei canti in lingua teutonica, che a gran diligenza si raccoglievano per ordine di Carlomagno. Quei primi canti disparvero, perchè al tutto estranei alla vita solitaria dei monaci ed allo spirito loro di conservazione; le croniche, all'incontro, si son tramandate d'età in età, con la cura e la religione d'un sacro monumento; la lingua del chiostro fu la latina, quella del campo la tedesca; le croniche appartenevano all'ordine monastico, le canzoni eroiche all'ordine militare; le une furono conservate all'ombra delle solitudini; le altre si dileguarono, come il suono delle grandi battaglie, in preda ai venti delle generazioni.
Le canzoni eroiche si recitavano a gran voce in battaglia e nelle corti dei feudatari, ma nessun antico manoscritto ci pervenne con le note e le scale segnate come in quelli venuti dappoi; pur nondimeno non è a dubitar che siffatte canzoni non fosser cantate, e il nome loro medesimo ce lo insegna. E le poesie omeriche non furono anch'esse cantate per le campagne della Grecia? Le cantilene giocolari, come Alcuino le chiama, erano in contrapposizione col canto della Chiesa, grave e solenne; e recitavansi su arie allegre da menestrelli e trovatori, laddove gl'inni cattolici procedeano da due origini, dal canto gallico, che teneva un certo che di druidico e di selvaggio, e dal canto fermo romano o greco, e v'ebbe tra le due scuole vivo ed ardente contrasto, chè la Chiesa delle Gallie serbar voleva i suoi canti.
Carlomagno inchinava per la forma romana, siccome la più soave e appropriata agli inni di gioia, e il monaco di San Gallo ci narra come lo dilettassero gl'inni cantati, e com'ei volesse che i cherici ripetessero ad alta e sonora voce le lezioni della cattedrale[61], e come spesso a quelle assistesse, accennando egli stesso col dito o con la punta del bastone ognuno a cui toccava la volta sua di cantare.
Il canto fermo scritto consisteva nel metter sulla parola degli inni o dei salmi alcuni piccioli quadretti di note, le cui code stendevansi in alto o in basso; i fanciulli scolpivano, cantando, le sillabe, ed i cherici facevano il basso, intantochè l'imperatore mostrava, sorridendo, la contentezza sua nell'udire il perfetto accordo di quelle voci. Un giorno, tanto gli piacque il canto dei Greci, che ordinò si cantassero sul medesimo tuono le parole latine. Dalla Grecia pure venne, come già dicemmo, quel magnifico istrumento, maraviglia di tutta la generazione, l'organo dir vogliamo, che fu a Carlomagno mandato dall'imperatore di Costantinopoli, a quel modo che gli fu dal califfo di Bagdad mandato l'orologio meccanico. Fino a quel tempo i Franchi non avean conosciuto che certi strumenti a corda ed a fiato, ma poi che udirono quei mille suoni, che rimbombando si diffondeano per la cattedrale, come le mille voci del giudizio finale, quando quelle canne, artificiosamente ordinate, ad esprimer si fecero tutte le passioni del cuore e dell'anima, i cherici rinunziarono quasi spontaneamente all'arpa ed alle tibie romane. L'organo è lo strumento sacro che meglio s'accordi con le aspirazioni religiose; l'organo e gli inni sono l'espression vera dell'evo medio, e quelli che meglio di ogn'altra cosa interpretare a noi ne possono i vivi e profondi affetti, le misteriose angosce, il pio simbolismo.
Accanto alla musica veniva la pittura, ma non viva ancora che per la tradizione di Roma e di Bisanzio, nessun'arte speciale essendovi che riferir si possa al regno di Carlo, non più che al tempo dei Merovei; tutto toglievasi dalle scuole di Costantinopoli o di Roma, e le informi pitture, quali son quelle che oggidì s'incontrano in alcuni rari manoscritti, come a dire nella Bibbia di Carlo il Calvo, le coperte d'avorio, i finimenti di rame, d'argento e d'oro, incastonati, e le lettere, che pur sono un lavoro d'arte, niente hanno di originale; la pittura, la cesellatura, la miniatura venivano dai Bisantini. La forma secca germanica appare all'incontro più profondamente segnata nelle opere dell'architettura, ivi dominando la scuola lombarda con le pesanti e solide sue fondamenta. Qualche rara reliquia ci porge ancora un indizio dell'architettura carlinga, come a Poitiers alcune muraglie tuttora in piedi, e ad Aquisgrana alcuni avanzi del coro della cattedrale, a cui si adoperarono massi di solida pietra, e le colonne di porfido tolte a Ravenna; ma sono monumenti che mai non appartengono ad un'età solamente, trovandovisi innestate le colonne e i mosaici dei tempi anteriori. In Aquisgrana, esempigrazia, ci son rottami del palazzo imperiale di Ravenna, e mosaici ancor più curiosi; la badia poi di San Ricchieri, come fu descritta dal Padre Mabillon, riconosceva l'origine sua dal secolo ottavo. Ogni giorno intanto ne porta qualche resto dei monumenti dell'antichità, sì che in breve non avremo dell'età carlinga altro che polvere.
Questo quanto alle arti. Quanto alle scienze gravi, le scuole monastiche tenevano il primo luogo, favorite, a tutto potere, da Carlomagno. A cui non era giunto il grido, nella Francia neustriaca, delle scuole di Corbia, di Fontenelles, di Ferrieres, di San Dionigi e di San Germano? Così nell'Austrasia nessuna scuola contender poteva il primato a quelle di Fulda e di San Gallo, fondate da Carlomagno. In Italia, il monastero di Montecassino possedeva il meglio dell'antico sapere; ivi tutto insegnavasi, e specialmente l'interpretazione della Scrittura. Lo studio del diritto canonico ristringevasi ai concilii antichi; il diritto civile desumevasi dai capitolari e dalla legge salica e ripense; alcune città e popolazioni della Gallia erano governate dal diritto romano. Considerati come opera in corpo, i capitolari sono un bel monumento di diritto civile, e tal che può mettersi allato del codice teodosiano e del giustinianeo: considerati, parte per parte, il diritto non era ivi una dottrina, ma tutti formavano una raccolta di editti di polizia sociale, tali da richieder più obbedienza che studio.
La scienza della medicina era al grado medesimo d'imperfezione; solo gli scritti d'Ippocrate aveano alquanto rischiarata la pratica; aveasi cognizione dei semplici, per quanto Plinio ne insegna, e ci aveano alcune scuole per apprender la medicina come arte, e i capitolari ne fanno menzione, laddove ingiungono di mandare i fanciulli a simili scuole. Tale a que' tempi si era la credenza nei sortilegi e nelle malíe, che ognuno comprenderà facilmente come trascurata esser vi dovesse la scienza vera; non istudiavasi punto a que' giorni, ma si credeva. Le Regole fatte per gli ordini religiosi di San Benedetto imponevano che in ogni convento ci fosse un fratello medico ed una spezieria, ed a' tempi cavallereschi ci ebber leggende intorno a meravigliose guarigioni, che lo studio de' semplici altro non era che un passatempo di quelle nobili castellane. Recavansi dalla Siria balsamo, unguenti, droghe e medicamenti già belli e preparati, eseguivansi gli aforismi d'Ippocrate, regolati con qualche tradizione della scuola alessandrina. Tutto poi si faceva senza disamina, senza osservazione; si pigliavano i fatti com'erano, e quando la cronica riferiva un avvenimento, la generazione ci prestava intera fede; leggende, pergamene, documenti, tutto ammettevasi per verità fondamentale. Non ci ha spirito di critica in checchè sia; chè quella generazione, tutta di credenza e di fede, non ragiona punto, ma ubbidisce; e se pure ella discute, sì il fa intorno a parole; nè parimenti ella s'inabissa punto nelle interpretazioni de' sensi scritturali; quanto alla scienza razionale, ella non c'intende nulla, e la vita per lei altro non è che una gran leggenda.
In sul primo fervore di una tal quale ristaurazione degli studi romani, vediamo nei dotti dell'ottavo secolo una gioia innocente; studiando i tempi passati, contemplan essi coll'ardor de' neofiti i belli avanzi dell'antichità, s'ingolfano con entusiasmo negli studi, e quest'ammirazione in loro dei tempi antichi è sì ardente, che i vescovi, abbati e cherici, studiosi delle scienze, si danno scambievolmente i nomi dei poeti e degli oratori antichi che degni giudican del culto loro, e dl questo nodo Davide il salmista ed Omero il cantor delle sublimi rapsodie prestano i nomi loro ai letterati dell'ottavo e del nono secolo; Carlomagno forma una specie d'areopago e d'accademia, nella quale ciascuno toglie a prestito un nome: Davidde[62], Samuele, Oniaste, Omero, Virgilio; nè oramai più si chiamano che con questi soprannomi. Tale si è l'indole di tutti i tempi di risorgimento, e il carattere delle età in cui cominciasi a studiare; ognun gittasi con ardore ed entusiasmo verso le cose del passato, sempre nuove per chi le ha innanzi neglette. Le rarità dei libri sì in papiro come in pergamena, era motivo che venissero bramosamente cercati[63], pagatosi come le reliquie sacre e facevasi il giro dell'Italia e della Grecia per pur raccoglierne alcuno. E' non furono gli Arabi a tramandar, come fu scritto, i più degli autori greci per imperfette traduzioni, ma essi venner dirittamente da Costantinopoli, e ci son manoscritti che recano ancora l'impronta degli studi greci. Le comunicazioni con Costantinopoli furono frequentissime sotto Carlomagno, e ancor più a' tempi de' pellegrinaggi; d'altra parte il greco era in uso nelle scuole monastiche; onde perchè ricorrere agli Arabi, per aver da loro una traduzion di seconda mano? Ben dagli Arabi venir poterono alcuni libri di geometria e di cabalistica, padroni come essi erano d'Alessandria; ma quanto agli autori principali della Grecia ed ai poeti latini dell'antichità, essi erano pienamente conosciuti dalla generazione letterata dell'ottavo e del nono secolo[64].