Ad evitar queste depredazioni, Carlomagno fondò un doppio ordine di fortificazioni alle foci de' fiumi, per dove i Saraceni e i Normanni penetrar potevano nelle maggiori città, e fece rizzar fari e torri e ponti militari ad ogni sbocco de' fiumi che metteano capo nell'Oceano, nel Mediterraneo e nell'Adriatico: sul Reno, sulla Loira, sulla Senna, sulla Gironda e sul Rodano; ed a presidio di queste fortificazioni, esser ci dovea, sotto gli ordini d'ogni conte, una squadra di piccioli legni, che guardasse la foce, e la difendesse contra tutti gli assalti del nemico. Poi, certi operai formati in maestranze o compagnie, i quali si trovano nei diplomi indicati sotto il nome di nautes, ebbero il carico di costruirvi ponti muniti di torri, dove stavano guardie armate ad impedire il passo ai pirati normanni e saracini. I detti legni dovean proteggere le picciole barche mercantili, che navigavano da un porto all'altro. Così, poi che Carlomagno vide il pericolo che gli sovrastava per mare, provvide tosto a difendersi contro le correrie dei nuovi Barbari, e in ogni cosa diè compimento a' concetti suoi, niente lasciando a mezzo. Se non che queste diverse precauzioni riuscivano piuttosto a un ordinamento militare, che ad una ragionevole proiezione pel commercio, chè gli argomenti dell'industria e le transazioni del traffico non giungono per lo più, se non ai tempi di più inoltrata civiltà. Carlomagno era più che altro, un guerriero ed un barbaro tagliato alla germanica, e benchè dai papi Adriano e Leone spinto a poco a poco verso la civiltà romana, ei conserva sino alla fine le inclinazioni e consuetudini dell'origine sua; non gli fa di bisogno, esempigrazia, più che un mantello di lontra, e una pelle di castrato per coprirsi; e ad amministrare e regger l'impero da lui fondato, non vuole altro aiuto che quel dei lampeggianti occhi suoi e della ferrea sua mano; si fa beffe del lusso, vuole che i suoi leudi perseverino nell'antica e soldatesca semplicità loro, temendo di vederli ammollire, e serba la splendidezza pe' giorni solenni, quando ei vuole a tutti manifestare ch'egli è l'erede dell'imperio romano, e ch'ei può gareggiare in lustro coi principi che regnano a Bisanzio!

CAPITOLO IV. STATO DELLE SCIENZE E DELLE LETTERE SOTTO CARLOMAGNO.

Indole scientifica di Carlomagno. — Suo spirito germanico. — Sua inclinazione per la letteratura greca e romana. — Le tre menti del sapere. — Alcuino sassone, Teodolfo lombardo. Landrado germano. — Protezione alle lettere. — Filosofia. — Astronomia. — Geografia. — Grammatica. — Poesia. — Musica. — Storia e cronache. — Canzoni eroiche. — Pratica generale dell'agricoltura. — Tendenza letteraria. — I dotti. — Le scuole. — Costumi ed usi dei dotti alla corte di Carlomagno. — Carteggio di questo principe. — Alcuni frammenti delle sue lettere.

768 — 814.

Carlomagno è uomo, come vediam dalla storia, d'indole evidentemente scientifica. Spesso di mezzo alle civiltà primitive emergon uomini che corrono con indicibile ardore verso lo studio, ed avviene allora che nell'opere loro si mesce un non so che di rozzo, di selvatico, di strano, che ritrae della prima loro educazione. Ben è vero che Carlomagno ama con entusiasmo gli studi romani, ma in sostanza egli resta pur sempre germanico. Eginardo narra ch'ei seppe appena accozzar le lettere e comporre a stento i caratteri del suo nome di Karolus[57], scritto appiè degli ordini e dei diplomi. Studia egli la scienza romana per genio, o solo per dare maggior lustro e profondità all'opera sua? Uomo di guerra e di conquista, egli ha nondimeno compreso tutto il profitto ch'ei trar può dall'educazion latina, — a voler aggentilire i costumi e gli spiriti; egli vide l'Italia, i suoi monumenti, le sue grandezze; egli udì la sua lingua, la sua musica; e qual pro cavar non puossi pe' popoli dalla grande educazion romana o bisantina? Egli è in amistà co' papi, i quali hanno intorno vescovi e abbati che parlano la lingua greca o latina, e scrivono in latino, egli condur vuole la doppia mossa della Chiesa e della scienza, e al par di tutte le menti sovrane, ei domina e regge ogni cosa che tocchi.

Tre uomini gli dan mano ad eseguire i suoi disegni di scientifico ordinamento; Alcuino, Teodolfo e Landrado, i quali appo lui rappresentano tre civiltà, tre lingue, tre popoli; Alcuino è sassone di stirpe, come san Bonifazio, parla l'idioma di quei popoli da Carlomagno domati fino alle rive dell'Elba, ed ha la viva ed ardente loro imaginazione; Teodolfo è lombardo, e rappresenta al di là dell'Alpi la letteratura latina, la civiltà di Milano, di Ravenna e di Roma; Landrado è uomo di patria germanica, e conserva e perpetua il profondo, solido e certo sapere. Alcuino è un cherico di fortissimi studi, come tutto il chiericato anglosassone di quel tempo, ed ha fatto laboriose e feconde indagini intorno alla Sacra Scrittura, alla grammatica, alla rettorica e scritto assai.

Teodolfo è il poeta degl'Italiani; le più dell'opere sue sono in versi, egli tutto descrive nella sua bella lingua, e vedesi ch'egli ha studiato Orazio, Virgilio e Ovidio pure. Un dei missi dominici, com'egli era, di Carlomagno, nelle provincie meridionali, lo spiritoso viaggio a Brindisi gli suggerisce il pensiero di descrivere in versi i luoghi da lui visitati nella sua legazione, e il fa con singolar magistero. La pittura ch'egli ivi porge della Settimania e della Provenza, è briosa, colorita, nè visita pure una città senza tutte riferirne a minuto le origini, gli usi, i costumi. Landrado, faticoso scrittore, come son tutti quelli di razza germanica, ha continuo carteggio cogli abbati, ammaestra i cherici, le donne, i fanciulli, ad esempio di san Girolamo, raffronta e punteggia le opere della Sacra Scrittura, e tutto pazienza, rettifica i caratteri merovingi, ad essi dando forma più pura e più studiata, che in prima non avevano. Alcuino è pur esso un grande correttore e punteggiator del greco e del latino; critico sodo e paziente, corregge gli errori de' manoscritti biblici; poi apprende l'ebraico, il siriaco, ed è siffattamente immedesimato con Roma, ch'ei dà il titolo di Pandette alla raccolta delle opere sue; il suo lavoro intorno alla Bibbia è solenne, però che la Bibbia è il gran libro dei popoli, e tutta la generazione vi applica: nelle badie si commentano i salmi, le monache stesse sillogizzano intorno al senso dei libri sacri, e la badessa di certo monastero della Neustria, in carteggio con Alcuino, gli dice come le gravi sull'animo quella sentenza del profeta: tutti gli uomini sono mendaci. A somiglianza dei primi padri della Chiesa, Alcuino è in corrispondenza epistolare con le donne consacrate alla vita monastica, e abbiamo di quel dotto abbate un trattato indiritto alla vergine Eulalia; quelle giovinette, votatesi alla solitudine, si stimavano forti sì da leggere sant'Agostino[58], ed Alcuino ne fece un ristretto per uso loro[59].

Teodolfo insegna con pari ardore, e compendia e commenta e fa ristretti anch'esso ad uso dei laici, e difficil molto essendo l'interpretazione dei libri sacri. Alcuino e Teodolfo la pongono a ragguaglio di tutti per via di compendii in lingua latina ed anche in lingua volgare. Tutte queste menti si vengono concitando sotto il forte e generoso impulso di Carlomagno, che le anima e protegge; Alcuino è guiderdonato con ricche abbazie, Teodolfo è promosso al vescovado d'Orleans, Lanfranco ottiene la metropolitana di Lione; tutti si fanno stromenti a Carlomagno per illuminarlo e sublimarlo; l'uno gl'insegna le lettere, l'altro il latino ed il greco, ed egli tien con tutti loro intimo e familiare carteggio.

La teologia è la scienza di quell'età, è il fondamento d'ogni discussione. I dommi cattolici non son eglino la base di quella società? Tutto la fede religiosa comprende, e mal conoscerebbe lo spirito di quel secolo, chi credesse ivi all'azione della filosofia, foss'anche speculativa, al tutto estranea a quella credente generazione. Se non che alcuni libri di greci sofisti incominciavano sotto i Carolingi a penetrar nell'impero franco, e le compilazioni che sotto il pseudonimo di Dionigi l'Areopagita comparvero, precedettero d'oltre ad un secolo le dottrine dello Scoto. Io non voglio magnificar l'altezza degli scoprimenti del tempo antico, chè anzi chi suppor volesse un'ampia libertà d'indagini a quel tempo di forza e di cattolicismo, mostrerebbe di non sapere che cotali ardimenti dell'ingegno non sarebbero stati pure compresi a que' giorni, dove le teoriche religiose medesime aveano alcun che di materiale, e le controversie tutte versavano intorno al culto delle immagini. Tuttavia le pratiche con Costantinopoli favoreggiar dovettero il progresso della filosofia, benchè rarissime si trovin le citazioni dei libri d'Aristotile, i quali non furono, a dir proprio, conosciuti, se non per le arabe traduzioni del secolo nono. Ella è cosa incontrovertibile che la compilazione sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita, diffusasi in Occidente verso il regno di Carlo il Calvo, operò potentemente sugli studi filosofici; lo Scoto venne solo a compierli, nel secolo duodecimo; e il mondo attinse il primo lume alle faci del greco sapere, che conserva vasi nelle scuole di Costantinopoli; poi gli Arabi recaronvi le traduzioni della scuola alessandrina col suo sincretismo, finchè due secoli dopo il medio evo accolse le teoriche dello Scoto, capo della filosofia scozzese e maestro della scienza.

Del resto, in Occidente, i progressi non erano nè grandi nè vigorosi; e valga il vero, si può egli dare il nome di astronomia ai calcoli per fissare le date ed ai computi ecclesiastici delle feste mobili? In fatto d'astronomia disputavasi intorno al sistema aristotelico, intorno alla scuola alessandrina, intorno al sistema tolemaico; Teodolfo ed Alcuino eran di diversa opinione; quegli volea che l'anno astronomico principiasse a settembre; questi ponea quel ch'egli chiamava il salto della luna in novembre. Singolari son le teoriche da Alcuino esposte intorno al sistema lunare; al tempo che la luna accostasi a quel salto astronomico, di cui tanto ragionano i dotti di quel secolo, egli segna sulla carta certe figure, che poi manda a Carlomagno, e questi discute con lui per farlo persuaso dell'esattezza delle sue proprie osservazioni, e lo regala d'imperfetti stromenti tolti dalla civiltà egiziana e romana. Non altrimenti che appresso tutte le primitive nazioni, quei dotti e quei sapienti molto osservano il movimento ed i fenomeni degli astri; al principio del secolo nono v'ebbe un lungo ecclisse di sole, che spaventò tutte quelle generazioni; il monaco d'Angouleme, che meritossi il titolo d'astronomo, prenunziò la congiunzione di Mercurio col sole nell'anno 807, e nel mese di febbraio fu veduto in cielo quel fenomeno che annunziava, al dir dei contemporanei, lo scontro di eserciti in guerra, e forse altro non era che un'aurora boreale, tinta in rossiccio. La discussione scentifica posossi quindi fra le memorie della scuola alessandrina ed i libri meramente della scuola greca aristotelica; ogn'anno, quand'aveasi a determinare la Pasqua secondo il rito del concilio Niceno, sorgeano vive discissioni procedenti da calcoli astronomici; l'astronomia era fatta scienza indispensabil pe' cherici: «un sacerdote di Dio dee saper fare i conti» dice un dei capitolari di Carlomagno. Il libro del Computo ecclesiastico, ingiunto dai concilii ai preti e nei monasteri, diviene il fondamento così d'ogni scienza, e gli astronomi furono preposti a tutti gli altri maestri, per la ragione che le feste ecclesiastiche dipendevano dalle combinazioni dei numeri e dei tempi.