Fra queste smisurate opere, che si attribuiscono ad un sol uomo, sono alcuni disegni accennati dalle croniche, i quali mostrar possono fino a che segno giungesse di attività la mente di Carlomagno. Le tradizioni riferiscono ch'egli aveva fatto costruire un ampio ponte sul Reno[52] di rimpetto a Magonza, gli archi del quale furono portati via in una crescenza del fiume, con dolor grande di lui, che fece rifarneli di legno. Chi osservi la larghezza del fiume a Magonza, e la rapidità della corrente, non potrà far di non persuadersi che se il genio dell'imperatore godea di vincer le difficoltà opposte dalla natura, e non guardava agli ostacoli, l'arte dell'operaio dovea pure esser già portata ad una gran perfezione. La solidità delle cattedrali e degli altri edificii comprova la grandezza a cui l'arte era pervenuta; nè però Carlomagno avea solo a disposizion sua uomini di razza germanica, pazienti e laboriosi, ma sì pure gli artieri longobardi, che aveano ereditato parte del gusto e delle tradizioni dell'antica Roma, e insiem con essi i Greci, che nelle opere d'industria non aveano pari. Le macchine da guerra erano spinte ad una gran perfezione, e in ciò pure i Romani erano i maestri di tutti, sia per innalzar una torre, sia per render salda una muraglia. Quel ponte del Reno, di faccia a Magonza, ricostruito su pile di legno e di pietra, rimase incendiato per l'imprudenza dei barcaiuoli, nè Carlomagno, già volgendo il suo regno alla fine, fu in tempo più di rifarlo.

Ben più vasto e gigantesco disegno ancora, e tal che forse gareggia con le opere moderne più belle, si fu quello che Carlomagno formò di congiungere, con un largo canale, il Reno e il Danubio, con Ratisbona da un capo e Magonza dall'altro. Sfuggita non era l'importanza di simil canale all'imperatore, il quale volea congiungere il Baltico al Mar Nero, in modo da navigar giù pel Reno e pel Meno dall'Oceano fino a Costantinopoli. Com'ei videsi padron delle terre che si stendono dalla Belgica all'Ungheria, si pose a vagheggiar questo disegno; la distanza fra Magonza e Ratisbona è d'un centinaio di leghe o in quel torno; i canali di Druso e di Corbulone, il primo che congiunge il Reno all'Issel, e il secondo il Reno alla Mosa, gli danno l'orma d'un'opera più grandiosa, che farebbe abbracciar tra loro, come due fratelli, il Danubio ed il Reno. Egli stesso, recasi sulla faccia del luogo, scandaglia i fiumi, conosce la possibilità dell'opera evidentissimamente, e poi vi pon mano.

Chi scorre oltre Ratisbona un tre leghe, nel suo contado, trova un fiume, non troppo grande, chiamato anche ai dì nostri l'Altmul, il quale ha sue sorgenti presso Rattemburgo nella Franconia; oggidì esso non è in ogni parte navigabile, perchè tutte quelle belle campagne n'han tratto rigagnoli, ed assorbono le sue acque. Andando in su per questo fiume il tratto di sette leghe, trovasi poco lunge la Riza, la quale di nuovo incontrasi in Franconia sotto il nome di Renitz, e passando a Norimberga, si gitta per la via di Bamberga nel Meno. Ora in questa tratta di fiumi, che viene a brevissime distanze annodandosi come una bella lista d'argento, non aveasi a contrastar se non contro alcuni ostacoli del terreno, e contro la difficoltà di navigare in acque che non dappertutto serbano l'uguale profondità. Dal Reno al Meno elle si confondono in un ampio letto, e dal Meno al Renitz il corso era piano ancor più, e di questo andare giungevasi fino a Norimberga: la difficoltà del lavoro stava solo nell'aprire una via alle acque dell'Altmul alla Renitz, e appunto questa fu la via che venne schiusa col canale della larghezza di venti piedi, che l'imperatore scavar fece con infaticabile attività.

Gli annali di Fulda ci recano alcuni particolari intorno a questi ragguardevoli lavori, e il poeta sassone gli ha celebrati ne' suoi versi, dove chiama questo canale col nome di grande, anzi grandissimo fosso, in fatti in alcune parti esso avea quasi trecento piedi di larghezza, a guisa d'un ampio bacino. Nel compierlo ebbesi a cozzare contro le irruzioni dei Sassoni, e, cosa più difficil da vincere ancora, contro gli scoscendimenti del terreno. Ad incuorar gli operai che vi lavoravano, Carlomagno fece in persona il viaggio del canale che aprir volea, e imbarcatosi a Ratisbona[53], dal Danubio entrò nell'Altmul, per salirlo, fino al canale, in un fragilissimo navicello; nè quello essendo per anche compiuto, si condusse per terra fino alla Renitz, dove di nuovo imbarcatosi, seguitò il corso del fiume, sino a che fu entrato nel Meno, d'onde venne a fermarsi per alcun tempo a Virzburgo, e poi a Francoforte, dove tenne una dieta solenne. Anche ai dì nostri veder si possono alcune vestigia di questo canale, o meglio di quest'ampio cavamento di terra, il quale non è oramai più che un fosso; in fatti il villaggio situato ivi presso serba tuttora il nome di Graben, che in lingua tedesca significa fosso[54]. A Carlomagno si vuol pure attribuire l'edificazione di quei palazzi e la fondazione di quelle masserie, che ancor si trovano in Baviera e in Sassonia, e formarono il soggetto de' suoi capitolari. Parecchie di queste residenze, in mezzo alle fitte foreste della Gallia, vere borgate che poi si mutarono in città, erano state edificate dai re merovingi; Carlomagno le aveva quindi allargate d'assai, ed ancor durano a Francoforte alcune vestigia dei palazzi carlinghi, e in Francia parecchie città van debitrici dell'origin loro a queste ville o colonie reali.

Parlando di questi primi tempi, in cui le idee non si manifestano mai chiaramente, dir non si può in modo assoluto che Carlomagno proteggesse il commercio; e' sarebbe questo uno di quei sistemi che in istoria non s'hanno a proclamare appunto per la fallacità loro. Il commercio nasce e cresce da sè medesimo, nè si crea, così come non si governa. La regolare amministrazione di Carlomagno favoreggiò bensì pratiche più attive e più sicure; i conti, i giudici, i missi dominici cessar fecero la maggior parte di quelle rapine e di quelle depredazioni che impedivano le comunicazioni da città a città e da provincia a provincia. Avendo Carlomagno avuto politiche corrispondenze con la Grecia, coi Longobardi, coi califfi e coi Saraceni, seguir ne dovette una più attiva frequenza nelle comunicazioni e una maggior sicurezza nel commercio reciproco, sì che si trasportarono, senza tema, le spezierie della Siria, i tappeti di Bagdad, le sete di Costantinopoli, i reliquari d'oro, le manifatture d'avorio, i vini di Spagna e i profumi dell'Arabia; il qual commercio era la conseguenza delle pratiche coll'Oriente e delle nuove vie aperte fra popolo e popolo. Quella tra queste che tenevano i devoti pellegrini, ci mostra che le navi dei Franchi visitavano già le città della Siria nel nono secolo. Se non che, principe di razza germanica com'egli era, Carlomagno aveva troppo da fare in assicurar la sua conquista, e consolidare l'impero suo, onde poco pensiero pigliavasi del commercio, e animo tutto militare e avverso al lusso, proibiva gli abiti sfarzosi ed i ricchi ornamenti delle corti plenarie, sfogo naturale ai prodotti dell'industria, chè un impero senza lusso è la morte del traffico.

Pur nondimeno in alcuni de' suoi capitolari l'imperatore statuisce certe discipline, che si riferiscono all'amministrazione più ancora che all'incremento del traffico; egli stabilir vuole l'unità delle monete e delle misure in mezzo a que' popoli sì diversi di leggi e di costumi, e però assegna il valor della libbra d'argento e del danaio, e li divide e suddivide, affinchè questa base divenga comune a tutti i contratti; egli vorrebbe che non ci fosse se non una sola moneta in tutta l'ampiezza dell'impero suo, e questa unità procedente da un principio semplice, gli sta grandemente a cuore, ne tratta in tre o quattro capitolari, e cosa ancor più curiosa, si è che in questi atti ritrovasi la prima idea del maximum, o della meta, o tariffa, o tassazione del prezzo alle merci e derrate, come chiamar si voglia, che poi fu dopo secoli, messo in opera nei tempi grossi della rivoluzione francese. Infatti il pensier d'una tassazione del prezzo alle merci e la fissazion d'una meta, oltre la quale ecceder non possa, appartener dee di necessità ad un governo forte e violento, che non guarda ad interesse alcuno di privati, purchè giunga all'ordinamento sociale ch'ei si propone. Il lusso, quella gran molla delle transazioni commerciali, è da lui proscritto con quella schernevole brutalità, che spesso caratterizza la podestà sua. Le cronache ci conservarono infatti alcuni tratti di scherno, usati da Carlomagno verso i suoi baroni, e il monaco di San Gallo, quel poetico narratore dei tempi antichi, ci racconta lo stratagemma che l'imperatore usò per distorre i suoi cortigiani dal vestir sontuoso. «In un certo giorno di festa, dice il cronista, Carlo dopo la celebrazion della messa, disse a' suoi: — Non ci lasciamo annighittir in un riposo che ci condurrebbe alla scioperaggine, e andiamo così vestiti come siamo, a caccia, finchè ci venga fatta preda di qualche fiera. — La giornata era fredda e provigginosa, e Carlo aveva indosso un abito di pelle di castrato, che non valea più del sarrocchino, di cui piacque alla divina Sapienza si coprisse le spalle san Martino, per aver le braccia nude e spedite a celebrare il santo sacrifizio. Gli altri grandi, venuti pur or di Pavia, ove i Veneziani aveano di fresco recato dalle contrade oltremare tutte le ricchezze dell'Oriente, erano abbigliati, come a' dì solenni, d'abiti tutti carichi di pelurie d'augelli di Fenicia, contornate di seta, e di piume del collo, del dorso e della coda de' pavoni, cui arricchivano la tiria porpora e frange di scorza di cedro[55]; sovra alcuni di essi splendevano stoffe trapunte, sovr'altri pellicce di ghiri. In quest'arnese corsero le selve, onde ne tornarono tutti stracciati dai rami degli alberi, dai rovi e dalle spine, trapassati dalla piova e lordi dal sangue delle belve e dalle sozzure dei corpi loro. — Nessuno, disse allor Carlomagno, cangi vestito, finchè non è l'ora del mettersi a letto, che le vesti, così addosso, si rasciugheranno meglio. — A quest'ordine ognuno, più sollecito del corpo, che dei vestimenti che il coprivano, si pose a cercar fuoco per iscaldarsi; poi come furono ritornati e dimorati col re fino a notte scura, li congedò e andarono a' loro quartieri; dove al levarsi di dosso quelle sottili pellicce e finissime stoffe, che al fuoco s'erano tutte raggrinzate e contratte, le videro andare in pezzi, facendo uno scroscio simile a quel di aride bacchette spezzate, onde que' poveretti piangevano e sospiravano al veder così andar a male tanta spesa in una sola giornata. Avendo l'imperatore ad essi ingiunto di presentarsi a lui il mattino vegnente con gli stessi vestiti, ubbidirono, ma tutti allora, anzichè far bella comparita ne' loro abiti nuovi, mettevano schifo, coperti com'erano di stracci tutti sozzi e scoloriti. Carlo intanto, chè accortissimo era, comandava ad un suo cameriere, di nettare un poco il suo abito e recarglielo, e fatto questo, prendendolo tra le sue mani, e mostrandolo tutto pulito e intatto agli astanti: — O stoltissimi, disse, che siete! qual è ora il più prezioso e più utile de' nostri vestiti? Il mio che mi costò un soldo, o i vostri che vi costarono non che libbre d'argento di peso, parecchi talenti? — Ed essi precipitaronsi coi volti contro terra, sostener non potendo il terribile suo sdegno[56]. E sì costante fu Carlomagno nel dar di tali esempi pel corso di tutta la vita sua, che niun di quelli ch'ei degnava di ammettere nella grazia ed intimità sua, si ardì mai di portare in campo e contra il nemico altro indumento, che l'armi sue e vesti di lana e di lino. Che se alcuno di grado inferiore ed ignaro di questa prammatica, presentavasi a lui in abito di seta e arricchito d'oro e d'argento, lo proverbiava forte, e accomiatavalo corretto, ed anche reso più saggio con queste parole: — O uom tutto d'oro! o uom tutto d'argento! o uom di scarlatto! e non ti basta, sciaurato, di perir solo in battaglia, che vuoi anche lasciar in mano ai nemici queste ricchezze, con le quali era meglio redimer l'anima tua, perch'essi ne facciano ornamento agl'idoli del gentilesimo?»

Fra' signori franchi erasi diffuso l'amor delle pellicce, delle stoffe, de' manti lunghi, da fibbiagli d'oro, e già sotto l'impero di Carlomagno si riproducevano i tempi tanto sfarzosi e orientali del re Dagoberto; i conti e i giudici amavano di sfoggiarla; le donne tutte coperte di bende d'oro, portavano braccialetti, quali usavansi nelle pubbliche cerimonie a Bisanzio; nei palazzi venivan moltiplicandosi le suppellettili d'avorio; i libri dell'antico e nuovo Testamento erano riccamente guerniti e adorni di miniature i manoscritti; i Franchi portavano guanti di pelle di daino e corone in capo; i baroni e i conti comparivano anche nelle diete e consigli fregiati di belle gioie; i vescovi portavano pastorali e mitre e cappe d'oro.

I baratti e le compere delle merci faceansi nelle fiere, mercati e landitti licenziati e assegnati dai diplomi, e perchè le vie erano poco sicure, i mercatanti ci venivano per carovane. Alcuni di tali mercati e landitti tenevansi attorno alle cattedrali, dove a provvedersi venivano i nobili, i monasteri ed il popolo minuto, e godevano di gran riputazione; ivi si ponevano in mostra le merci e le pietre preziose, e ci si vedeano attruppati sotto a tende i mercanti sassoni, lombardi, bretoni, greci, saraceni e principalmente ebrei sotto la protezione del santo patrono del luogo e del pastoral abbaziale. Tutte le merci erano franche d'ogni gabella, salvo il livello al monastero che prestava il luogo. Varii sono i diplomi di Carlomagno che autorizzano questi mercati, dove, secondo l'antiche consuetudini, si vendea d'ogni cosa, fin anco il servo comprato in Sassonia o in Bretagna, e raso come i servi di Dio ne' monasteri; soggetto questo delle continue doglianze degli uomini santi e pietosi, i quali patir non potevano questo traffico di carne umana; e bello è legger l'esortazioni dei vescovi con che si studiavano di persuadere i cristiani a desister da quella scellerata consuetudine.

I trasporti delle mercanzie facevansi per acqua o per le strade maestre ed altre vie, di cui ci rimangon tuttora le vestigia; i Romani aveano tagliata la Gallia in mille selciate vie, utili monumenti della grandezza loro, e le merci erano a traverso di queste trasportate sulle fiere e sui mercati, esenti, per via, dal pedaggio e da mille altre gabelle stabilite dall'uso a profitto del conte o del vescovo. Quando queste mercanzie procedevano da paesi lontani, erano imbarcate e navigate sopra legni a mille remi, i più de' quali, sassoni, danesi o frisoni, venivan dal Baltico, ed erano lunghe barcacce in forma di piroghe, sì che resister potessero contro le fortune di mare. Queste barche erano moresche o longobarde o greche nel Mediterraneo, ed ivi elle s'accostavano alle galere romane; Marsiglia nel Mediterraneo, e Venezia nell'Adriatico, erano già rinomate pel traffico loro, e le flotte greche erano in grido per la forza e l'armamento loro, siccome quelle che, mercè il fuoco greco o lavorato, resister sapevano agli assalti de' Saracini.

Carlomagno volle aver pure la sua marineria, onde fece cavar porti, e Bologna di Francia a lui dee il suo ingrandimento, e la fondazione del faro che annunzia alle navi la terra vicina. La marineria del secolo nono era in un militare e mercantile; l'imperatore avea già compreso che l'impero suo era a mezzodì e a tramontana ugualmente minacciato dalle navi sassoni e saracene, e il timor di questo danno appalesasi nello spirito delle sue leggi e delle sue provvisioni; egli se ne sgomenta e le vede dappertutto; al quale proposito il monaco di San Gallo racconta il fatto di quelle barche dei Normanni da lui fatte cacciare dal porto d'una città della Gallia narbonese, e del suo pianto prevedendo i mali che coloro avrebbero, in progresso di tempo, recato all'impero suo, di che già più sopra s'è toccato. Se non che la Gallia narbonese era più esposta alle correrie dei Saraceni, che non a quelle dei Normanni, però che gli Scandinavi tentato ancor non aveano il Mediterraneo, laddove i Mori, arditi al par di quelli, depredavan con le flotte loro la Provenza e la Settimania; e coloro che l'imperatore pigliò per Normanni, erano forse Mori di Spagna o d'Affrica, grandissima essendo la confusione che regna intorno a questo proposito nelle cronache; nè in mezzo alle grandi tribolazioni di quei tempi, non ben sapevasi d'onde procedesse il male; il provavano, e ne accagionavan sempre la causa principale; nel tempo che il monaco di San Gallo scriveva, i Normanni erano il maggior flagello della generazione, ed essa attribuiva loro tutti i mali che su lei traboccavano.