CAPITOLO VII. USI E COSTUMI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.
La vita cristiana. — Il battesimo. — Il matrimonio. — Le carte testamentarie. — La morte. — Le corti plenarie. — I banchetti. — Le cacce. — La vita delle foreste. — Vestimenta e lingua. — La tedesca. — La franca. — La romanza. — Relazioni di Carlomagno co' leudi. — I vescovi. — Gli abbati. — Forme delle epistole. — Dei sigilli. — Consuetudini del palazzo per la sottoscrizione delle carte e diplomi. — Monete. — Misure.
768 — 814.
Le memorie della vita privata d'un popolo sono sparsamente comprese nelle tradizioni e nelle leggende, specchio fedele de' suoi costumi e delle sue consuetudini; le croniche generali sono sterili, e narrano bensì, per ordine di tempi, le gesta del re o dell'imperatore, le guerre lontane, le spedizioni militari; ma del viver domestico, dei costumi e degli usi della società, appena toccano, e il cronichista vi passa per mezzo senza nulla dirne, non essendo uficio suo raccontar le cose comuni, la vita del castello o anche del monastero. Carlomagno, conquistator della Lombardia, de' Pirenei e della Sassonia, è il soggetto del suo racconto, e gli annalisti, come sono i monaci di San Dionigi, di Fulda, o di San Bertino, altro non vi dicono se non che egli passò le feste di Natale ad Aquisgrana, e celebrò la Pasqua a Magonza, e indarno ivi a cercar vi fareste come nascano, vivano e muoiano i conti, i leudi, il Franco, il Romano, l'uom libero, il servo, chè di tutto ciò neppur motto.
A' tempi carlinghi tuttavia talun di que' cronisti narrò la vita pubblica e privata dell'imperatore, ed Eginardo stesso, suo biografo, suo cancelliere e suo cherico, tenne scrupolosamente dietro alle gesta di lui, e le raccontò a servigio dei contemporanei e dei posteri. Il monaco di San Gallo, cui la storia tiene in dispregio più che non dovrebbe, è quello fra' cronichisti, che meglio narri d'ogni altro le condizioni della vita privata degli uomini d'arme, e dei cherici, e accostandosi egli a' leggendari, ritrae dello spirito loro, e si intrattiene sui più piccioli accidenti, dove appunto stanno i costumi di quel tempo. Il cronista sassone usa nelle solenni sue descrizioni e nelle relazioni delle corti plenarie, dei castelli, e della vita di corte la forma poetica, e poeta com'egli è di viva ed ardente imaginazione, gode di ridir le pompe della famiglia carolina. Dopo Eginardo, il monaco di San Gallo e il poeta sassone, non si vuol cercar gli usi di quella società se non nelle leggende, nelle scritture e nei diplomi, documenti che soli vi guidano nella parte intima di quelle generazioni; e bello, parmi, vederle così appien dipinte con le vesti, con le usanze, con le passioni loro e le loro opinioni.
In mezzo a quella tutta religiosa generazione la Chiesa disciplinava la vita dalla nascita fino alla morte. Il battesimo iniziava l'uomo nella vita morale e religiosa della società; non sempre il ministravano a' fanciulli, agli adulti sì, ed osservavasi la consuetudine seguita già nei primi tempi del cristianesimo verso i neofiti, che venivano ad inginocchiarsi appiè del battistero dimandando l'acqua benedetta. Tra quelle popolazioni, pur dianzi convertite, tuttodì avveniva che uomini, a mezzo già della vita, si presentassero per esser fatti cristiani, e il battesimo era pure un segno di sommessione e d'ubbidienza alle leggi dell'impero; così quando i Sassoni, i Danesi, i Frisoni si sottomettevano al tributo, il battesimo era il primo pegno ch'ei davano della ubbidienza loro; donde l'uso di situar il battistero fuor della Chiesa, affinchè accorrer vi potesse la moltitudine. Nelle basiliche poi non sorgeva esso di que' giorni fra gl'intercolunnii, ma sì nel peristilio, con una cattedra in cui saliva un cherico ad esortar i novelli cristiani ad osservare i comandamenti di Dio e del principe. E però l'infrazione di questo patto era delitto di azione pubblica, e quelli fra i Sassoni e i Danesi che si scioglievan dal vincolo del battesimo, erano reputati ribelli, chè conversione e sommessione eran tutt'uno. Quindi le leggi politiche e gli atti, che punivan di morte il Sassone che violava gli obblighi contratti col battesimo.
Il matrimonio, secondo atto della vita cristiana, nulla serbato avea della sua casta unità, nè rado era il vedere più donne attinenti al medesimo principe, leudo o conte, sotto un medesimo tetto. Le passioni signoreggiavano i cuori di quegli uomini violenti, e quando una donna era lor venuta a noia, la gittavano come una tazza dopo tracannatone il vin del Reno o della Mosa che conteneva; il Franco, tutto inteso nelle guerre e spedizioni lontane, pigliava a grado suo una concubina, ripudiava la moglie legittima, o la serbava, dandole un'altra compagna. Le contese fra i papi ed i re, fra i vescovi ed i conti, spesso non aveano altra cagione, che il disegno in quelli di frenar le passioni della concupiscenza e del sangue; i papi principalmente instavano coi re e conti perchè abbandonassero le concubine ond'era macchiato il loro talamo nuziale, e si facevano scudo alla debolezza della donna contro la sfrenatezza di quegli uomini rotti, che la cacciavan da sè come tosto saziata fosse la loro passione. Le leggende ci narrano pietose istorie di povere mogli abbandonate dal prepotente marito preso d'altro amorazzo; e l'unità del matrimonio fu pel cristianesimo, al medio evo, la conquista più malagevole, chè quando la passion bolle, la morale è impotente, e languida è la sua voce in mezzo alle tempeste dell'imaginazione e dei sensi. I cherici stessi non erano esenti da questa tendenza verso il concubinato, e ne fan fede i canoni dei concilii che li richiamano al loro dovere. Ammirabil fu in ciò la potenza dei papi, che soli condussero a fine il grande incivilimento dei costumi in grembo alla Chiesa; rimbombar facendo il terribil grido della morte, eglino ricordavano alle genti altro non esser la vita che un breve passo verso l'eternità, e in mezzo a quelle sensuali delizie scagliavano le imagini dell'inferno.
Quanto più le passioni eran vive, strepitose, impetuose in mezzo al vigor della vita, e tanto più il pensier della religione giungea peritoso e fiacco alle soglie della morte, e curiosissimo, in effetto, è lo studio delle carte testamentarie, sì varie e moltiplici come furono al medio evo. In que' caratteri, vergati all'avvicinar della morte, cercar si vuole l'ora del pentimento di que' guerrieri chè a nulla aveano avuto rispetto nella gioventù loro, e venivano a morir sulla cenere. Le quali carte e formole testamentarie quasi sempre si risolvono in pie donazioni; ora vediamo il barone fondare un romitorio al deserto perchè si preghi per l'anima sua; ora fare un lascio ai poveri infermi, in espiazione dei ladroneggi e dei disordini d'una vita sfrenata[79]. Spesso ancora la scritta testamentaria è l'atto di qualche pia donna, di nome Ildegarda, o Emma, o Batilde, che edifica un monastero, dove si faccia orazione, e dove, in commemorazione della Santa Maddalena, donzelle e madri tergano i piedi ai pellegrini di Cristo. Giammai non v'ebbe più rapido trapasso dai pensieri sensuali alla mortificazione e alla penitenza; quel fiero leudo spregiatore dei santi, che pur ora empiea la sacra tribuna de' suoi falchi, e il battistero de' suoi cani, saccheggiatore di arche sante, quel turculento soldato di Carlo Martello, veniva in fin di morte a pentirsi, e tutto dava, fin l'abito suo, a' poveri monaci per ottener l'ultima sua dimora nella basilica, dove scolpivasi in rilievo la figura sua su quelle lapidi, quale ancor la vediamo dieci secoli dopo[80] a dispetto dei guasti del tempo, quel gran verme che rode la pietra, in quella guisa che il verme del sepolcro rode il cadavere.
La vita di tutta quella generazione era o privata o pubblica, e passava quindi o alle guerre lontane, o nelle grandi tenute e stabili del fisco, o nei monasteri; ogni stagione dell'anno aveva la sua solenne rappresentazione, la sua corte plenaria; il lusso e la magnificenza splendevano in ogni luogo. A simili ragunate convenivano i conti, i leudi, i vescovi, e tutti quelli che dipendevano dall'alto signore, e nelle cristiane solennità della Pasqua, della Pentecoste, o del Natale. Carlomagno tener solea le sue diete in Aquisgrana, sede sua prediletta, raccogliendovi Galli, Franchi, Germani a splendide feste ed a latranti cacce nelle ampie selve della Mosa e del Reno.
La Germania infatti facea sua grande occupazione della caccia, nè cosa udir puossi più vera, più evidente, più di que' tempi, della descrizione che il poeta sassone fa di quelle nobili corti plenarie raccolte dall'imperatore nelle sue reggie, al momento che i latrati dei cani e gli strilli de' falchi annunzian la caccia. «Uso è di Carlomagno (così il poeta) abbandonarsi, nelle foreste, ai dolci passatempi dalla campagna[81]; ivi egli sguinzaglia i suoi cani ad inseguir le fiere, e tra il fitto degli alberi atterra i cervi a frecciate. Al primo levar del sole, i giovani più cari al re corrono verso il bosco, mentre i nobili signori stan già raccolti alle soglie del palazzo, alle cui dorate cime s'innalza grande strepito sì che quasi turba l'aere d'intorno; il guaito risponde al guaito, il cavallo risponde all'annitrio del cavallo; i servi da piè si vanno l'un l'altro chiamando, e i valletti, pronti a seguire i passi del loro signore, si schierano dietro di lui. Il destriero che portar dee l'imperatore, tutto coperto d'oro e d'altri preziosi metalli, par che trionfi, e scuote irrequieto la testa, quasi a chieder licenza di correre a grado suo per campi e per monti. Ci son giovani che recano bolzoni guerniti di ferree punte, e reti di maglie a quattro fili, ed altri che conducono accoppiati al guinzaglio veltri latranti e furibondi mastin. Da ultimo vien re Carlo con cinta la fronte d'un ricco diadema d'oro; il volto suo risplende di lume sovrumano, e la statura sua sopravanza quella di quanti gli stanno d'intorno; i più sublimi in dignità fra i duchi e i conti lo seguono. Le porte della città si spalancano, i corni fan rintronar l'aere da lunge, e i giovani sbrigliano i cavalli al galoppo. La reina stessa, la bella Luitgarda, lasciando finalmente il superbo letto, s'inoltra in mezzo al corteo che l'accompagna; tinta ha la gola d'un vivissimo color di rosa[82], e i capelli annodati da bende purpuree, che le cingon le tempia, la clamide stretta al corpo da fila d'oro, e la testa coperta d'un tocco. Lo splendor del suo diadema d'oro e delle sue vesti di porpora si confonde con quel delle gioie ond'ha ornato il collo. Le giovinette e care sue figlie l'attorniano, e il destriero intanto va sotto di lei balzellando. Il resto della gioventù aspetta fuori i figli del re, dei quali ecco finalmente apparir Carlo, somigliante sì al padre nel nome, nelle fattezze e nei modi; e dopo lui Pipino con le tempia cinte d'un luminoso metallo, in groppa ad un generoso corsiero, ed in mezzo a numerosa comitiva; dietro a lui viene il Consiglio, e i corni udir fanno il loro frastuono che giunge fino alle nubi. Si avanzano quindi le figlie del re; Rotrude la prima, coi capegli framezzati di filze d'amatiste, sulle quali brillano altre pietre preziose, disposte senza disegno, per dar luogo alla splendida corona di cui ha ornata la fronte, e al bel velo annodato da un filo d'oro. Viene indi Berta, in mezzo alle sue figliuole, e nella voce, nello spirito, nel portamento, nel sembiante tutta il padre: ella reca in capo un magnifico diadema; ha le chiome intrecciate di fila d'oro, il seno coperto di rare e preziose pellicce, le vesti coperte di perle, ed anche le maniche tempestate di brillanti. Dopo di lei si fa innanzi Gisela, splendida di modestia, in mezzo a un drappello di giovinette vergini, vestita d'una roba tinta in malva[83], e col velo adorno di vistosi galani di porpora. Adelaide, che segue a lei dappresso, è tutta sfolgorante delle ricche gioie ond'è coperta; con un serico manto che le scende dagli omeri, con la clamide annodata da un fibbiaglio d'oro, guernito di fitte perle, e colla fronte ornata d'una corona similmente di perle. Il focoso palafreno la porta negli opachi recessi dove si nascondono i cervi. Vedi che s'avanza pur la bella Teodrada, con le chiome aggruppate da lacci d'oro, con un ricco monile di smeraldi cinta la gola, e di sofocleo coturno calzata il bel piede. Viene ultima Ilrude, a cui la sorte assegnò questo luogo in coda della comitiva. Tutti finalmente sono raccolti: si lasciano i cani, i cavalieri accerchiano la selva, il cignale è scovato, i cacciatori s'imboscano; Carlo si avventa sul cignale incalzato dai cani, e gl'immerge la spada nel fianco, intantochè i figli suoi, da un alto circostante poggio, godon di quello spettacolo. Indi egli comanda che si entri di nuovo in caccia, e si atterrano altri cignali assai. All'ultimo si giunge ad un luogo del bosco, dove furon, per questa occasione, così d'improvviso, rizzati padiglioni e fontane, ed ivi Carlo, radunati i vegliardi, i provetti e le caste verginette, li fa tutti sedere a mensa, ordinando di mescer loro il falerno a ribocco. Intanto il Sol fugge, e la notte copre dell'ombre sue tutto il creato.»