Questa bella descrizione d'una caccia carolina, all'ottavo o al nono secolo, è una delle più curiose pitture che dar si possano delle grandi corti plenarie: essa ci porta in mezzo alla famiglia stessa dell'imperatore, alle sue donne, alle figlie sue, a' suoi sollazzi e alle pratiche della sua casa. Tutte quelle gemme, tutto quell'oro, di che risplendono le figlie regali, fanno contrasto con ciò che ci narran le cronache intorno al vestir consueto, semplice tanto, di Carlomagno. A quei tempi la vita pubblica era tutto, il capo signore tutto prestava sè stesso a' vassalli suoi; gli accoglieva pomposamente, dovea loro ospitalità alla foggia degli antichi, e banchettarli imperialmente, con le tazze d'amatista, che passavano in giro, con pavoni, con le membra del cervo palpitante, con la testa del cignale, e con vin del Reno a fiumi.

Teodolfo vescovo, il poeta per eccellenza, ci descrive uno di questi regali banchetti, alla corte di Francoforte, nei seguenti termini: «Già i grandi ufiziali del palazzo[84] arrivano, ed ognuno è sollecito a compier l'ufizio suo. Tirsi, pronto sempre al servigio del suo signore, è tutto lesto, ed ha piedi, e cuore, e mani sempre in moto. Egli porge l'orecchio alle suppliche che gli vengon da ogni parte rivolte, fa le viste di non intenderne alcune, altre ne ascolta volontieri, ed a chi concede l'entrata, a chi la nega. Questo zelante servitore si tien sempre accanto al trono, tutto prudenza ed ossequio. Ecco il vescovo, dal cui volto, candido come il suo cuore, traspare la contentezza dell'animo. Vien egli per benedire il cibo e la bevanda del re, e per mangiare anch'egli, se il re così vuole. Anche Flacco[85] è qui, Flacco, la vera gloria dei nostri poeti, famoso per l'ingegno e per le opere, che spiega i sacri dommi della Scrittura, e si ride di ogni malagevolezza del verso. Poi v'è Ricolfo dalla grossa voce, di mente svegliata, di elegante parlare. Ei dimorò lungo tempo in regioni lontane, ma almeno non ebbe a tornarne a man vuota. E per te pure, amabile Omero, avrei canti dolcissimi, se tu fossi qui, ma tu se' lontano, e la mia musa si tace. L'accorto Escambaldo v'è anch'esso venuto, con le doppie sue tabelle in mano; le mani, che gli pendono ai fianchi, stanno per ivi raccoglier le vostre parole, e le ridiranno senza ch'ei parli. Lentulo reca un cesto di poma, Lentulo, anima fida, di pronto ingegno, ma di tarde membra. Nardino corre da un luogo all'altro, simile a una formica, con instancabil piede[86]; un ospite industre abita l'angusta sua casetta, e un gran cuore anima il suo picciol corpicciuolo, onde ora tu lo vedi intento nel libro che ei reca in mano, ed ora in atto d'aguzzare il dardo che dee dar morte allo Scozzese. Frisidio prete vien poi, a fianco di Ocolfo, compagno suo, uomini semplici amendue, ma dottissimi. Insieme accompagnati Escambaldo, Nardino ed Ocolfo far potrebbono a meraviglia i tre piedi d'un desco, però che quantunque uno di loro sia più grosso degli altri, son tutti d'una medesima grandezza. Giunge indi Menalca, tergendosi la fronte bagnata di sudore, entra e rientra spesso fra panattieri e cuochi, recando cautamente le imbandigioni, ch'ei passa dinanzi al re; Eppino, il coppiere, viene anch'esso, portando vasi preziosi che chiudono vini squisiti. Tutti i convitati siedono intorno intorno alla regia mensa; la gioia regna in tutti i volti, nè sì tosto Alcuino avrà benedetto i commensali, ognuno parteciperà del convito.»

Questi splendidi conviti si tenevano solo a' giorni solenni dell'anno, però che, se deesi prestar fede a Eginardo, Carlomagno era per costume il più frugale degli uomini. Egli non mangiava solitamente più di quattro leggerissimi piatti[87], comechè avesse una statura di sette piedi, ed un ventre trionfale. A somiglianza di tutti gli uomini di razza germanica, gli piacea la carne arrosto, perchè rinforza il corpo e dà vigore alle membra; affaticava molto, sì che gli era tolto il digiunare, anche in quaresima, ed avea preso in Italia l'uso di dormir, dopo il pasto, di pien meriggio, e questo sonno meriggiano miglior gli parea che quel della notte, uso, com'era spesso, a levarsi fra quella, e porsi al lavoro co' suoi segretari. Le vesti e gli abbigliamenti dell'imperatore e de' suoi leudi niente aveano di sfarzoso, eccettochè nelle feste solenni, delle quali ho parlato; l'inverno portava, di solito, una pelle di lontra foltissima per difendersi dal freddo; nelle miniature poi del messale di Carlo il Calvo, lo abbiamo dipinto in clamide, con alcuni ornamenti tolti da quelli della corte di Costantinopoli, chè i Barbari amano essi pure il lusso, quand'hanno a mostrarsi agli occhi della moltitudine.

Nelle sue pratiche cotidiane Carlomagno era sobrio, siccome gode di dire Eginardo, e la testimonianza sua, non ostante il favore che ei mostra spesso pel principe e signor suo, ha un tal colore di verità da non poterla rifiutare. «Sobrio nel mangiare, così egli, ma più sobrio ancora nel bere, aborriva l'ubriachezza in chichessia, non dico poi in sè stesso e ne' suoi. Quanto al cibo, ei non potea tanto privarsene quanto avrebbe voluto, e di frequente lagnavasi che il digiuno lo molestava. Non dava, se non assai raramente, grandi banchetti, alle feste principali soltanto, e allora convitava gran numero di persone. Ne' suoi pasti cotidiani non si servivano mai più di quattro piatti, oltre l'arrosto, che era dai cacciatori recato in sullo schidone, e di questo egli era più ghiotto che d'ogn'altra vivanda. Durante il pranzo si facea recitare a memoria o leggere, più volontieri che altro, le storie e le croniche dei tempi passati. Gli piacevano pure assai le opere di sant'Agostino, e particolarmente quella che ha per titolo la città di Dio. Era sifattamente astemio del vino e d'ogni altra specie di liquori spiritosi che non bevea più di tre volte in tutto il suo desinare. In estate, dopo il pasto meridiano, mangiava qualche po' di frutta, beveva un tratto, poi si spogliava delle vesti e della calzatura, come facea la sera per andare a letto, e riposava un due o tre ore, uso com'egli era, non che ad interromper, destandosi, quattro o cinque fiate il sonno della notte, ma ben anche a levarsi del tutto. Nè solo egli ricevea gli amici mentre si calzava e vestiva, ma se il conte del palazzo gli avea a render conto di qualche causa in cui non si potesse giudicare senz'ordine suo, facea pur issoffatto introdurre le parti, informavasi della quistione, e sentenziava, come s'egli sedesse in tribunale; e non bastandogli di sbrigare in quei momenti le cause, spediva quanto avea a fare tra 'l giorno, e dava gli ordini a' suoi ministri.»

In tutti i dipinti della Germania a riva del Reno, che ritraggono Carlomagno, noi lo vediamo pur sempre sotto le medesime forme, con la statura medesima, col medesimo piglio; un gigante cioè, con la sua clamide, il suo manto reale, la palla del mondo, la spada e lo scettro in mano, e la corona in fronte: il quale non è forse tanto il ritratto fisico di Carlomagno, quanto il concetto che il mondo erasi fatto della sua grandezza, ed un sunto delle tradizioni contemporanee che passano di secolo in secolo. Il Carlomagno delle leggende e delle croniche è fatto sullo stesso modello, e quasi dissi, col medesimo bronzo; a Monza egli è tale quale ad Aquisgrana, in sul Reno, sull'Elba, alle Alpi ed a' Pirenei. Alemanno, Lombardo o Sassone egli è sempre qualcosa al di sopra dell'umanità.

Non pertanto quelle diverse nazioni raccolte in un solo impero conservaron le costumanze loro e le loro leggi, nè i capitolari, esperimento com'ei sono d'unità per la legislazione, ottener mai non poterono questo fine. La lingua comune e volgare era la romanza, miscuglio di latino e di gallo, unito a qualche frase sassonica, e parlavasi generalmente nelle città, nei contadi fra i servi; ma il tempo appena ci conservò qualche sparso frammento di questa lingua primitiva; i sermoni più antichi che si abbiano, appartengono al decimo secolo, poichè i concili ordinavano predicazioni in lingua volgare, a farsi meglio intender dal popolo. Il latino era usato dai cherici nelle loro corrispondenze con Roma, centro e grande unità che conservava e perpetuava la coesione fra le diverse molecole della cristianità; i concilii, la legislazione, i capitolari, tutto fu scritto in latino. La lingua tedesca o germanica fu pur essa gelosamente conservata da tutti gli uomini d'arme che seguivan Carlomagno alla guerra, ed ei pure si dilettava di parlarla, e d'udir recitare, in questo idioma della patria, le gesta degli antenati; la tedesca era la sua lingua usuale, chè germanico di costumi e d'origine, quest'imperatore non era nè gallo nè latino, e tutto in lui sapea delle costumanze alemanne. In fatti, quand'egli ha a dare i nomi ai mesi dell'anno, appicca loro epiteti di origine sassonica, e gennaio è detto il mese dell'inverno; febbraio, del fango; marzo, della primavera; aprile, della Pasqua; maggio, dell'amore; al mese di giugno dà un nome sassone, d'ignoto significato; luglio è il mese del fieno; agosto quel delle messi; settembre e ottobre, della vendemmia; novembre, dell'autunno; dicembre pure ha un nome sassone d'ignota significazione. Anche a distinguere i venti, ei toglie altre parole dell'idioma sassone[88], chè la lingua barbara gli piace, e la parla usualmente, nè per altro mantiene la pratica della lingua latina, e lo studio della greca, se non perch'ei fondar vuole un imperio romano sugli elementi delle consuetudini di Bisanzio e della città eterna.

Nelle sue relazioni coi leudi, Carlomagno anch'egli parla la lingua tedesca che usasi ne' suoi palazzi; duchi, conti, missi dominici, tutti accorrono alla sua chiamata, ed egli tutti li raduna nelle sue corti plenarie, alle grandi solennità di Pasqua e Natale; colà egli ascolta i rapporti loro, e sa quanto avviene in ogni provincia. L'adunanza delibera s'egli è a far guerra o pace, se a muovere ai confini dell'impero, se a compiere qualche nuova spedizione. Il popolo ha pur voce nei capitolari, e sotto il nome di popolo si dee intendere i grandi, i vescovi, i cherici, i conti, i leudi, i Franchi che assistevano alle corti plenarie, però che il popolo vero altro non è che la gallica turba dei merciaiuoli, dei servi, degli affrancati, che vivevano del tutto estranei alle pubbliche cose.

La vita attiva non è altrimenti pel colono, ma sì per lo leudo, pel conte, pel vescovo, pel cherico, per tutti coloro che muovono alla guerra, o signoreggiano la generazione con le dottrine religiose. L'imperatore avea bisogno degli uomini d'arme per le spedizioni lontane, e dei cherici per le preci, per la predicazione, per l'ordine, per la disciplina: d'onde l'usar suo sì frequente coi conti e coi vescovi, e il parlar famigliarmente con loro, come con la sua gente di casa. Ei regola la polizia, e quando il zelo comincia a raffreddarsi ei lo rinfoca, e scrive ad uno de' suoi conti: «Adelardo, tu non facesti il dover tuo, e ti sei quindi meritato il mio sdegno.» Ed a questo o quel vescovo: «Tu non osservi i sacri canoni, tel dico io.» Il monaco di San Gallo narra, nella sua poetica relazione, ben venti fatti circa il modo che tenea Carlomagno a invigilare sui portamenti dei conti e dei vescovi[89].

Abbiam detto che la lingua usuale di Carlomagno era la tedesca, ma pure il carteggio suo il teneva in latino; se non che i suoi scritti e le sue lettere non erano vergate da lui, essendo in ogni villa e palazzo scrivani o segretari che ponevano in carta i voleri dell'imperatore, i diplomi o i capitolari. Carlo tratteggiava assai male le lettere, ma disegnava a perfezione il suo monogramma; il nome Karolus si comprendea quasi tutto in una sola k, l'a in sulla destra, l'r in cima, l'o sulla sinistra, e lus appiè del monogramma. Il segretario cancelliere scriveva il diploma, e questo semplice monogramma, in un col sigillo, bastava a significar i voleri dell'imperatore. Rarissime volte era nel sigillo impressa l'effigie di Carlomagno, chè anzi usavasi quasi sempre un cammeo antico, con l'effigie di Aureliano, di Traiano, di Marco Aurelio, e talvolta ben anco d'un'antica deità, che improntavasi appiè del rescritto o del diploma; uso questo introdotto fin dal tempo de' Merovei. Sì belle eran poi queste imagini romane, che gli artefici franchi non si sarebbero attentati di cambiarle.

Gli atti promulgati da Carlomagno son tanti, che impossibil sarebbe di tutti annoverarli, ed a pena toccar si può per sommi capi d'alcuni di essi. Ed ecco presentarcisi primo un diploma, con cui egli elegge a messo regio Olderico, a sentenziar le cause de' monasteri in Italia. Poi un altro, con che fonda il monastero di Neustad, e piglia sotto la sua protezione le badie di San Dionigi e di San Martino, grandiose fondazioni di quel tempo. Dalle grandi cose passa indi alle più piccole, e ad un soldato gregario, di nome Giovanni, che combattè da prode contro i Saraceni, concede un gran feudo nel borgo di Narbona; e conferma le immunità loro alle chiese del Mans, i suoi privilegi a San Martino di Tours, e le donazioni fatte da sua sorella Gisela al monastero di San Dionigi; poi edifica e dota il monastero di Eresburgo, ed ancora concede a San Martino di Tours due legni per navigar la Loira e la Vienna; comanda che restituiscasi a San Vincenzo di Macon quanto gli fu ingiustamente carpito; assegna le formole al giuramento di fedeltà per tutti i monaci e canonici; conferma i privilegi della chiesa d'Osnabruc, sgrava certi monasteri d'ogni gabella di navigazione e di trasporto, e li regala d'alcune foreste. Queste carte, quasi tutte appoggiate alle medesime ragioni di pietà, hanno una formola generale, che ripetesi in tutti gli atti carolini, e siccome recano indistintamente la data del regno d'Italia o di Francia, o dell'impero d'Occidente di Carlomagno, così ci ha in queste date grandissima confusione.