Ecco ora la tenera storia della leggenda di Emma[112] e d'Eginardo, tal quale dalla cronica è riferita: «Eginardo, arcicappellano e segretario di Carlo imperatore, siccome colui che onoratissimamente esercitava l'ufizio suo in corte, era da tutti ben voluto, ma sopra tutto dalla figliuola dell'imperatore medesimo, di nome Emma, e già fidanzata al re dei Greci, che lo amava di ardentissimo amore; il quale in brevissimo tempo era venuto in amendue a dismisura crescendo, ma temendo l'ira del re, non s'attentavano di pur mirarsi in viso. Se non che Amore, sagacissimo, di tutto trionfa; e quell'orrevolissimo uomo, acceso di tanto fuoco senza ristoro, non osando indirizzarsi per messaggeri alla donzella, fattosi animo, tutt'a un tratto recossi, nel bel mezzo della notte, nascostamente alle sue stanze, dove picchiato pian piano, e come avesse ordine di parlarle da parte del re, ottenne licenza di entrare. Trovatosi indi solo con lei, seppe tanto piacerle coi segreti suoi ragionari, che dopo vari vicendevoli abbracciamenti, gli fu dato cogliere il tanto desiderato frutto dell'amor suo[113]. Ma ecco che volendo, all'appressar del giorno, tornarsene fra le ultime ombre della notte, s'avvede esser d'improvviso caduto un gran nevazio, onde non s'attenta d'uscire per tema che l'orme del piede non palesino il suo segreto. Amendue dunque si rimangon chiusi, tutti angosciati pensando a quanto avean fatto; quando nel consigliarsi tra il turbamento loro, intorno a ciò che far doveano, la vezzosa donzella, fatta coraggiosa dall'amore, pose innanzi un suo partito, e disse: che curvandosi ella il terrebbe in ispalla, il porterebbe innanzi giorno fin presso alla sua dimora, e ritornerebbe poi, ricalcando diligentissimamente le stesse orme; alle proprie stanze. Ora avvenne, per voler divino, siccome pare, che l'imperatore, avendo passato in veglia quella notte, levatosi prima del giorno, si ponesse a guardar dalle finestre del suo palazzo, e vedesse la figlia sua camminar lentamente e con passo malfermo sotto il suo carico, e poi depostolo, ripigliar frettolosa l'orme sue. Ma dopo di averli amendue tenuti d'occhio per un pezzo, côlto in uno d'ammirazione e di dolore, e stimando che ciò non fosse accaduto senza disposizione del cielo, raffrenossi, e tacque intorno a quanto aveva veduto. Eginardo intanto, straziato dal suo fallo, e ben sapendo che in un modo o nell'altro la cosa verrebbe all'orecchio del re suo signore, prese, dopo molto dubitare, un partito, ed andò all'imperatore, pregandolo in ginocchio, di affidargli una legazione, sotto pretesto che i grandi e moltiplici servigi suoi non erano stati ancora convenevolmente ricompensati[114]. Alle quali parole il re, senza dare indizio di saper quanto sapeva, si tacque alcun poco; poi assicurando Eginardo che avrebbe dato in breve risposta alla sua dimanda, gli assegnò un giorno per venire a riceverla. Dopo di che convocò tosto i suoi consiglieri, i baroni del regno e gli altri della sua corte, e ragunato che fu questo splendido consesso, cominciò dicendo che la maestà imperiale era stata sfacciatamente oltraggiata dall'amor di sua figlia pel proprio suo segretario, onde era grandemente offeso e turbato. Gli astanti a questo dire rimasero stupefatti, e alcuni di loro, mostrando di pur dubitarne, tanto la cosa era temeraria ed inaudita, il re la fece loro toccar con mano, raccontando quel che veduto aveva con gli occhi suoi propri, e si fece a dimandar loro consiglio in proposito. Diverse furon quindi le sentenze contro l'audace autore del fatto; chi voleva ch'ei fosse sottoposto a un castigo senza esempio; chi esiliato, e chi punito con altre pene, parlando ciascuno a seconda della passione che il movea. Certi altri tuttavia, tanto clementi più quanto più savi, dopo essersi stretti a consiglio tra loro, supplicarono istantemente il re d'esaminare da sè questa faccenda, e giudicar secondo la prudenza che avea ricevuto da Dio.

«Visto ch'ebbe il re l'amore che ognun gli portava, e scelto fra i vari pareri quello a cui voleva attenersi, fecesi a parlar loro di questo modo: — Voi sapete gli uomini andar soggetti a vari casi, e accader cose spesso che cominciano male e finiscono in bene. Non ci disperiamo adunque, ma in questo fatto che per la novità e gravità sua ha sorpassato la prudenza nostra, cerchiamo anzi piamente e rispettiamo i fini della Providenza che mai non s'inganna, e sa convertire il male in bene. Io non assoggetterò dunque per questa condannabile azione il mio segretario ad un castigo, il quale non farebbe se non accrescere il disonore di mia figlia anzichè cancellarlo; meglio stimando e più dicevole alla dignità del nostro impero il perdonare alla gioventù loro, e congiungerli in legittimo matrimonio, dando così all'impudica colpa loro una veste d'onestà. — Alle quali parole del re tutti assai si rallegrarono, altamente lodando la magnanimità e la clemenza sua. Fu quindi introdotto Eginardo, e il re, salutandolo, gli disse con piglio benigno: — Voi ci avete mosso lagnanza perchè la regia nostra munificenza non abbia per anco degnamente rimunerato i vostri servigi: ma, per dir vero, ne dovete dar colpa alla negligenza vostra, perchè quantunque avvolto in tante brighe, delle quali io solo porto il peso, se avessi saputa cosa che vi piacesse, avrei conceduto con essa il premio dovuto al vostro servire. Ma per non trattenervi più in parole, farò sul fatto cessare ogni vostra lagnanza con un magnifico dono, e volendo avervi sempre fedele a me, come per lo passato, vi concedo in isposa la figlia mia[115], la vostra portatrice, colei che, succignendo le vesti, si mostrò sì mansueta a portarvi. — Poi tosto, per comando del re, fu fatta entrare in mezzo a numeroso corteo la figlia sua, coperto il volto di bel rossore, e il padre mise la sua mano in quella di Eginardo con una ricca dote in terre, oro ed argento a dovizia, e altre robe preziose. Morto poi il padre, anche Lodovico, piissimo imperatore, fece dono a Eginardo della signoria di Michlenstad, e dell'altra di Mulenheim, che ora si chiama Seligenstad[116]

La storia d'Emma e d'Eginardo è fors'ella pure una di quelle cotali leggende cavalleresche, di quelle tradizioni dei paesi in riva al Reno, che sì piacevolmente dilettano l'imaginazione del viaggiatore mentre scorre la Turingia e la Svevia, framezzo alle ruine di quegli alpestri castelli, o lunghesso le acque del fiume che attraversano le antiche città di Strasburgo, Magonza e Colonia? I critici di maggior senno, combattono l'autenticità di questa leggenda; prima di tutti, essi dicono, non trovarsi punto questo nome d'Imma o d'Emma nella lunga lista delle figlie di Carlomagno, tutte nominate nei diplomi e nelle croniche; ma e queste croniche stesse non dicon pure che: «L'imperatore ebbe ancora molti figliuoli naturali ch'esse non nominano?» Poi gli stessi critici aggiungono, che Eginardo medesimo non fa pur parola ne' suoi annali della tenera avventura sua; ma quand'egli scrisse gli annali, era uomo di tutta santità e la memoria dell'amor suo per una donna conturbava l'anima dell'uomo divenuto austero e religioso, del fondatore d'una badia[117]. Del resto i palazzi di Carlomagno erano popolati de' figli suoi, e il superbo imperatore mitissimo era con essi, e quegli occhi suoi, sì spesso sfolgoranti di sdegno e di furore, tosto si rabbonacciavano alla vista loro, e sappiamo che le figlie sue, libere troppo e scostumate, gli empievan la reggia di scandali, tanto che dopo la morte di lui, il medesimo Lodovico, suo figlio, non può fare di non dolersi del vivere licenzioso delle proprie sorelle; altro punto questo di rassomiglianza tra Carlomagno ed Augusto, e con l'antica famiglia dei Cesari di Roma. La tenerezza dell'imperatore germanico per le sue figlie passò il segno, e le croniche toccano di triste e incestuose loro passioni, che travagliaron la vita del comune padre e signore.

L'imperatore, attempatosi, elesse per sua stabil dimora il palazzo d'Aquisgrana, laddove quand'egli era giovine, e sentiva bollirsi il sangue nelle vene, non avea residenza ferma, e mostravasi in ogni luogo, sul Reno, sul Meno, in Baviera, in Ischiavonia, o ben anche sull'Ebro; indole impaziente in un corpo vigoroso ed attivo egli godea d'abitare i monti e le rive dei fiumi; ma di mano in mano ch'egli s'inoltra negli anni quella vigoría e quell'attività lo abbandonano, e allora il luogo del suo soggiorno è Aquisgrana; chè assalito com'è da frequenti spasmi reumatici, contratti nei tempi delle sue regie cacce framezzo ai boschi, e logorato dagli esercizi d'ogni sorta cui si diede senza riguardo in tempo di sua gioventù, or ch'egli è vecchio ne patisce, e ha bisogno di bagni caldi e dell'acque minerali che scaturiscono ad Aquisgrana, dove fatta costrurre un'ampia vasca di marmo, si tuffava tutto in quell'onda gorgogliante, per fortificare le debili sue membra, e nuotando in quei bagni come un figlio del Reno e dell'Elba, vi rimanea gl'interi giorni a tentar di rinvigorire il corpo già fiacco e indolenzito, accorgendosi oramai che la vecchiaia lo stringe, e ch'egli non è più il medesimo uomo.

Poi, ordinato ch'egli ha il suo vasto impero, Carlomagno attende più specialmente ad apparecchiarsi il cammin della morte, ai doveri suoi religiosi; moltiplica le carte di donazione ai monasteri e alle chiese; edifica, innalza, costruisce, e tutto intento a cercar modi con che perpetuare l'opera sua, trovasi in procinto già di lasciare un immenso retaggio. Ma l'impero potrà egli durare ancora? Molti pericoli tuttavia gli sovrastanno; i popoli del Nord, per poco rintuzzati, non sono altrimenti sottomessi; gli Scandinavi serbano pur sempre la loro fierezza e il desiderio di vendicarsi; i Sassoni fremono sotto il giogo, onde, in cospetto della tomba, una viva inquietudine s'impadronisce di Carlomagno, che ha misurato il pericolo e avuto bisogno di ferrea mano ad arrestare il sollevamento dei Barbari contro il grande impero da lui fondato. Ivi è l'immensa, l'inevitabil causa di sua dissoluzione; ei ben se 'l vede, e vuole impedirla, onde s'accinge a nuove guerre, e disciplina i Sassoni, e promulga capitolari; i Danesi minacciano le sue frontiere, e l'imperatore, che non si sente più forza per combattere, vuole che i suoi conti e leudi trattin d'accordo con loro; vuole e desidera una pace, una tregua, una determinazion di confini: la Baviera, la Sassonia, la Frisia fanno parte dell'impero suo, e i Danesi rimangono nella penisola della Giutlandia; vorrebbe ivi rattenerli, ma il potrà egli?

No; la vasta centrificazione da lui fondata dee cessare con lui; egli ha rispinto le nazioni scandinave fin entro al Baltico, rincacciati gli Unni fino al di là del Danubio, ma quei popoli bellicosi si vendicheranno sui figli suoi. Un trattato con gli Schiavoni è l'ultimo atto diplomatico della sua vita, tutto vien fatto oramai da' suoi messi, chè giunto è il momento in cui il pensier della morte occupa il grande imperatore più che le vane cose del mondo, e sceglie il luogo dell'eterna sua dimora, la sua casa funerale, sotto la cupola della cappella da lui edificata in Aquisgrana, cui tanto gli piacque ornar dei marmi ravignani, e d'arche d'oro, e di pietre preziose. Il suo monumento, costrutto di larghe pietre, sarà di otto piedi, ed ivi, coricato ed avvolto nelle imperiali sue vesti, fermo e con le mani giunte in atto d'orazione, aspetterà la grande sveglia del giudizio finale. Alcun tempo prima della sua morte ei detta il suo testamento, poi lo ritocca e rivede, chè quando s'è a stento costruita qualche grand'opera, si vuol pur tramandarla per ultima disposizione, con quelle condizioni che a noi sopravviver la facciano.

Strana cosa! Quell'imperatore, che ha consumato la vita a costituir l'unità, si lascia prendere in morte dal pensiero di romperla in pezzi! Le consuetudini delle merovingiche spartigioni durano tuttavia, e il concetto della centrificazione dileguasi e sparisce dalla mente di Carlomagno, poichè il suo testamento altro in fine non è che un ampio ripartimento, non solo degli Stati della monarchia, ma sì ancora delle masserizie e ricchezze sue, ch'ei va distribuendo fra i poveri e le chiese. Anche quest'ultimo atto della sua vita ci fu trasmesso da Eginardo, cancelliere di lui. «Tre anni prima della sua morte (così quest'ultimo) egli dispose la divisione de' suoi tesori, del suo argento, della sua guardaroba e d'ogni altra sua suppellettile in presenza dei famigliari e ministri suoi, e questo volle affinchè dopo la morte sua la spartigion di tutte le robe da lui fatta e da essi approvata fosse appieno eseguita. Poi consegnò le ultime sue volontà intorno alle cose che di questo modo intendea fossero distribuite, in uno scritto sommario, del quale ecco lo spirito e il testo letterale: — In nome di Dio onnipotente, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Qui principia la descrizione e distribuzione ordinata dal gloriosissimo e piissimo signore, Carlo imperatore augusto, dei tesori e dell'argento trovati in questo medesimo giorno nelle sue stanze l'anno ottocento undecimo dell'incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, quarantesimoterzo del regno di questo principe sulla Francia, trentesimosesto del suo regno sull'Italia, e undecimo dell'impero, indizione quarta. Seguono esse qui sotto, quali, dopo maturo consiglio, egli le deliberò e fece con approvazione del Signore. E prima di tutto e principalmente ei volle provedere, affinchè la distribuzione delle elemosine, che i Cristiani usan di fare solennemente di parte dei loro beni, sia per lui e del danaro suo, fatta con ordine e giustizia; poi, affinchè gli eredi suoi conoscer possano chiaramente e senz'alcuna ambiguità quanto a ciascun d'essi appartener dee, e mettersi in possesso delle singole loro porzioni, senza contese nè liti. Al quale intendimento e fine egli ha in prima diviso in tre parti tutti i mobili e le robe, come oro, argento, pietre preziose e ornamenti reali, che, come detto è, si troveranno questo giorno nelle sue stanze, poi suddividendo ancor queste parti, ne ha distribuito due in ventuna porzione, onde ciascuna delle ventuna città, riconosciute nel suo regno per altrettante metropoli[118] riceva, a titolo d'elemosina, per le mani de' suoi eredi ed amici, una di queste porzioni. L'arcivescovo che reggerà in quel tempo questa o quella metropolitana, dovrà, com'abbia avuto la porzione appartenente alla sua chiesa, partirla co' suoi suffraganei per modo che il terzo resti a quella, e gli altri due terzi dividansi tra i suffraganei stessi. Ognuna di queste porzioni formate con le due prime parti, e in numero di ventuna, pari a quello delle città riconosciute per metropoli, è separata dall'altre e rinchiusa appartatamente in un armadio col nome della città a cui dee esser data. I nomi delle metropoli, a cui debbono farsi queste limosine o largizioni, sono: Roma, Ravenna, Milano, Frejus, Gratz, Colonia, Magonza, Giovavo (oggi Salisburgo), Treveri, Sens, Besanzone, Lione, Rouen, Reims, Arli, Vienna, Moustier in Tarantasia, Embrun, Bordò, Tours e Bourges. Quanto alla parte ch'egli ha decretato conservarsi intiera, è intenzion sua, che a differenza delle altre suddivise, come fu detto, in porzioni, e chiuse sotto il suo sigillo, ella serva ai bisogni cotidiani, e resti come cosa non obbligata da voto alcuno in man del proprietario, e ciò per fin che duri la vita di questo, ed in quanto egli giudichi necessario l'uso di essa per sè; dopo la sua morte poi, o nel caso di sua volontaria rinunzia ai beni del secolo, questa parte sarà divisa in quattro porzioni: la prima da aggiungersi alle ventuna di cui più sopra è detto; la seconda da appartenere ai figli e alle figliuole del testatore, o ai figli e figliuole de' suoi figli, dividendola fra essi secondo ragione ed equità; la terza da distribuirsi ai poveri secondo l'uso dei Cristiani; e la quarta da ripartirsi nello stesso modo, ed a titolo di elemosina, tra i servitori e le serve del palazzo, ad assicurare il sostentamento loro. Alla terza parte intiera del totale, che a par delle due altre, consiste in oro e in argento, si aggiungeranno tutte le masserizie di rame, di ferro e d'altri metalli, i vasi, gli arnesi, le armi, le vesti, i mobili tutti di molto e di poco prezzo, acconci a diversi usi, come sono tende, coperte, tappeti, panni grossi, cuoja, selle e tutto ciò che nel dì della morte del testatore sarà trovato nelle sue stanze e nella sua guardaroba; e ciò a fine che le suddivisioni di questa parte sieno più grosse, e un maggior numero di persone participar possano delle limosine. Quanto alla sua cappella, vale a dire a tutto ciò che serve alle cerimonie, ecclesiastiche egli ha ordinato, che così quel ch'egli medesimo ha fatto fare o acquistato, come quello che gli è venuto in eredità dal padre, resti intatto, nè sia soggetto a divisione. Che se tuttavia ci fossero vasi, libri od altri ornamenti che certo sia non essere stati da lui donati alla detta cappella, chi li volesse potrà comperarli e serbarli per sè, pagandone il prezzo al giusto valore. Lo stesso sia dei libri in buon numero da lui raccolti nella sua biblioteca; chi li volesse potrà comperarli a giusto prezzo, e il ritratto ne verrà distribuito ai poveri. Fra i suoi tesori e il suo argento ci son tre tavole di quest'ultimo metallo, ed una d'oro assai grande e d'un peso ragguardevole. Quella fra le prime, di forma quadrata, con su disegnata la città di Costantinopoli, sia recata, così ordinando il testatore, alla basilica del beato apostolo Pietro in Roma, insieme con gli altri doni che le sono assegnati; l'altra, di forma rotonda, col disegno della città di Roma, sarà consegnata al vescovo della chiesa di Ravenna; la terza, superiore d'assai alle altre per la finezza del lavoro, e per la gravità del peso, cinta di tre cerchi, in cui è figurato in picciolo e con diligenza l'universo, verrà, insieme con la tavola d'oro, che fu notata per la quarta, messa in cumulo con la terza parte da dividere fra' suoi eredi e in limosine. Quest'atto e queste disposizioni furono dall'imperatore fatte e ordinate in presenza di quanti vescovi, abbati e conti raccoglier potè in tal giorno d'intorno a sè, e ne seguono i nomi: Ildebaldo, Ricolfo, Arno, Volfero, Bernoino, Landrado, Giovanni, Teodolfo, Jesse, Azzone e Valgando vescovi; Fregiso, Aldoino, Angilberto ed Irminio, abbati; Vala, Meginario, Ottolfo, Stefano, Unroco, Burcardo, Meginardo, Attone, Ricvino, Eddone, Ercangario, Geroldo, Bera, Ildigerno e Rocolfo, conti[119]

Questo testamento, di forma tutta romana, posa intieramente sul concetto, quanto più dir si possa assoluto, del ripartimento, nè tien punto della politica unità di cui Carlomagno improntar voleva l'opera sua; singolar contraddizione! passar l'intera vita a porre ad effetto il divisamento d'un grande impero, ed al momento della morte, scioglierlo e annichilarlo con quello dello sminuzzamento! Ma omai la morte avanzavasi a gran passi, e con essa la vecchiezza e la infermità. Ei non vuole che il titolo d'imperatore perisca, e però chiamar fa in Aquisgrana suo figlio Lodovico, re d'Aquitania, il solo che gli rimanesse degli avuti da Ildegarda, la più amata delle sue donne, ed ivi raccolti in corte plenaria tutti i conti franchi, i vescovi, i leudi, i cherici, e ogn'altro che dar potea consistenza e pompa a una grande solennità, si assume, col comun consentimento, a compagno, nel titolo d'imperatore il detto Lodovico, e fattolo come tal riconoscere e gridare, gli mette con le fiacche sue mani, la corona in fronte e dice: Ecco, d'ora innanzi, l'imperatore e l'Augusto. «Poi, rimandato il figlio in Aquitania, segue a raccontare Eginardo, il re, secondo il suo costume, se ne va, quantunque spossato dalla vecchiezza, a cacciare nei dintorni della sua residenza d'Aquisgrana, dove ritorna in novembre a passar l'inverno, dopo aver consumato lo scorcio dell'autunno in quell'esercizio. Nel mese di gennaio fu indi preso da violenta febbre, e si pose a letto, astenendosi da ogni cibo, persuaso che la dieta avrebbe vinta o almen mitigata la malattia; ma alla febbre si aggiunse quella doglia di costa, detta grecamente pleuritide, e il re continuando pur sempre a non prender cibo, nè con altro oramai più sostentandosi che con qualche sorso d'una pozione, passò di vita dopo ricevuto il viatico, nel settimo giorno della sua malattia, il dì 28 gennaio, nell'ora terza, e nell'anno settantaduesimo della sua vita, e quarantasettesimo del suo regno.»

Di questo modo cessò Carlo imperatore, e quasi ad una con lui, l'opera sua, con tanta fatica compiuta. Siccome poi a tutte le morti d'un grande le cronache assegnar vogliono vari prodigi che annunziaron l'ultimo termine di quella vita potente, così in sul dileguarsi di Carlomagno v'ebbero frequenti eclissi di sole e di luna, e videsi per sette giorni una macchia nera nel sole; e un portico che abbracciava il palazzo, rovinò tutto ad un tratto, e il ponte di Magonza fu arso in tre ore. Un giorno ancora, l'imperatore vide una grande striscia di fuoco, che fendendo le nubi, correva dall'Occidente all'Oriente, e il cavallo suo cadde in aperta campagna, gittandolo a terra con grande scossa, sì che la fibbia d'oro che tenea la sella si ruppe, e così la cintura della spada, e il suo giavellotto fu trovato ben dieci piedi entro terra. Ad Aquisgrana si sentirono parecchie scosse di tremuoto, e la palla dorata che ornava la cupola della cappella, fu colpita dal fulmine, e nella iscrizione a caratteri rossi, fatta por dall'imperatore nell'edificar la basilica, e che dicea: «Carlo principe, nell'anno che egli morì;» la parola principe erasi per modo scancellata che non poteasi più leggere. A Roma medesimamente la morte di Cesare fu annunziata da una cometa e da altri sinistri presagi. Ai quali segni, avendoli per altrettanti avvisi del cielo, Carlomagno tutto s'immerse nel pensier della morte, e poi ch'ebbe ricevuti i sacramenti, si stese sulla cenere, e morì in penitenza come già Davide e Salomone. Passato ch'ei fu, la campana della chiesa d'Aquisgrana diede il segno dell'esequie sue solenni, e fu sepolto nel monumento da esso fattosi rizzar sotto gli occhi suoi, e accostumatosi da lungo tempo al pensier della morte, corcavasi tranquillamente nell'ultima sua dimora.

Eterna rimase indi fra i popoli la memoria di Carlomagno, nè sol come signor supremo e imperatore, ma sì ancor come santo, e i breviarii della Chiesa germanica, conservano ancora certe orazioni a san Carlomagno; tale si è l'effetto dell'ammirazione e della gratitudine dei popoli, nè il progresso dei tempi altro fa se non mutarne le forme. Al medio evo, quando un uomo avea sfolgorato in mezzo a ogni maniera di gloria, era fatto santo, e la Chiesa il collocava nel suo panteone, nè certo alcuno meritava più quest'onore del principe che fondò la potenza e la costituzione germanica. Vero è però, che in quest'entusiasmo per un'umana creatura, la Chiesa non perdea mai d'occhio lo scopo morale, però ch'ella compier ben sapeva ogni mandato suo. Carlomagno non aveva in vita osservato mai troppa castità nei domestici suoi costumi; egli, all'usanza di tutti i Germani, avea prese e lasciate le mogli a suo libito, e parecchie concubine aveano accomunato il letto con lui; or la Chiesa gli perdonerebbe ella queste scostumatezze? E non ci sarebbe anche qui qualche leggenda composta a far trionfare l'unità del matrimonio? e l'uomo carnale, perchè grande e potente, avrebbe libero l'adulterio e il concubinato? Mainò; la Chiesa aveva anche in ciò le sue giustizie, nè la perdonava a niuno, per grande e forte ch'ei fosse, e a quel modo che quando Carlo Martello spogliò i pacifici coloni ed i cherici dei beni loro per distribuirli a' suoi guerrieri, si ebbe una spaventosa leggenda che lo infamò, e inseguì la violenza fin dentro al sepolcro, così, col medesimo rigore frecciossi il concubinato nell'alto personaggio di Carlomagno stesso, e un santo monaco, di nome Vettino, ebbe una visione alcuni anni dopo la morte di lui, nella quale gli comparve il signor dei Franchi in mezzo alle ardenti fiamme del purgatorio, e questo per aver carnalmente peccato con più mogli ad un tempo e concubine. Ben poteva la Chiesa innalzar Carlomagno, ma non volea nel medesimo tempo che quest'esempio dell'uom prepotente, che sprezzava le leggi della morale, avesse pur troppo ad operar sui costumi della intera società cristiana.