Curiosissimo e rarissimo è nella storia il caso di quest'impero carolino, smisurata fondazione, preparata innanzi con tante cure e fatiche, che cade e si scioglie quasi subito dopo la morte del fondatore. Nulla predisposto avea quest'ampio concetto, e nulla ne rimase poi che la robusta mano di colui che il teneva, si trovò inaridita nel sepolcro. Carlomagno passa per mezzo alle generazioni, senza lasciare altre orme che una lunga striscia di gloria, e un'incancellabile ricordanza; nè gli elementi della società di que' tempi, e lo sminuzzamento feudale che a gran passi avanzavasi, consentivano punto una podestà centrale e suprema. Carlomagno avea fatto violenza alla natura stessa delle consuetudini di tanti e sì diversi popoli, da lui a viva forza, raccolti sotto lo scettro suo; egli voleva l'unità; e tutto intorno a lui inchinava alla divisione; egli avea innalzato un gran monumento sì, ma caduche ne erano le fondamenta.

Piacemi di ripeter questa grande verità storica: spesso nella vita della società appare un uomo di mente suprema, ed egli può far trionfare un'idea grande, gigantesca, far forza a tutti gl'interessi, a tutte le consuetudini; egli ha una meta, e cammina diritto ver quella; fin ch'ei vive, e regna, e ha la forza in mano, la società si curva, e può patire e immolarsi, per così dire, a questo grande idolo; ma non sì tosto questo forzato culto svanisce, e l'uomo che ha concetto il gran pensiero è sotterra, ella ritorna, per moto naturale, alle sue consuetudini, e ogni popolo ripiglia le sue leggi ed i suoi costumi[120]. Così avvenne dell'impero di Carlomagno, egli accozzò e raccolse insieme mille diversi popoli, e li tenne fermamente sotto il suo freno, tanto ch'ei consumò tutta la vita a reprimer continuamente nazioni che si agitavano, e quasi gli fuggivan di mano. In somma, l'opera da lui creata era tutta personale: le forme dell'impero di Costantinopoli, e l'ordinamento centrale d'un impero d'Occidente erano cose estranee agli usi germanici, ed appo i Franchi, tante eran le leggi, e tanti i capi, quanti i popoli. Dove anche Lodovico Pio fosse stato un uomo di mente altissima, sarebbesi egualmente formata contro di lui una reazione di sminuzzamento e dispergimento, se mi si passi questo modo di dire. Il fascio di tante e sì diverse nazioni era mal costrutto, nè i capitolari erano un legame bastante. Quei principii di unità e di centralità ceder doveano innanzi ad ogni contratta consuetudine, chè non si pestan mica i popoli così a profitto d'un'idea; cessa colui che l'ha concetta, e l'uso rimane, tanto egli è potente!

La creazione d'un impero d'Occidente, concetto d'un uomo di mente altissima, non istette perchè mancavano gli elementi primi. Le memorie di Roma non erano forti sì da contrastar contro gli usi locali e l'amministrazione, tutta a ritaglio, delle nazioni germaniche; l'istituzione ambulatoria dei messi regii mirava bensì a introdurre la centrificazione del governo, ma ella non durò che brevissimo tempo. I capitolari stessi, leggi generali com'erano, si trovaron costretti a riconoscere il principio della personalità delle consuetudini, e la rispettarono, contenti a poche addizioni; nè i messi dovean cozzar cogli usi antichi de' luoghi, i quali usi moltiplici erano e per ogni dove, come nella civiltà primitiva; in una parte la comune dei Galli, in un'altra il municipio romano, e dove un monastero co' suoi diritti regolati da un diploma, e dove un altro dipendente dalla giurisdizione del vescovo. Il gran fine della centrificazione, quello è di tutto piegare e ridurre a un'idea ferma, ed ecco che proprio in questa società s'incontrano mille intoppi, sì che Carlomagno è obbligato ben anco di ammetter le leggi dei Sassoni, dei Franchi, dei Romani, dei Longobardi. Or come fondar così un governo che procede da un'idea comune? Allato dunque dell'unità ci ha un dissolvente; un impero alla foggia romana in mezzo alle popolazioni germaniche non era altrimenti possibile, perchè come porre ad esecuzione questo gran concetto che avea per fine il governo del mondo, per mezzo dei Barbari che tagliavano ogni dì questo nodo dell'impero col fendente della loro spada? Unire era la massima de' Romani, disciogliere era il costume dei Franchi, e niuno cambiar può le inclinazioni dei popoli. E lo stesso potentissimo imperatore può egli levarsi d'intorno interamente la scorza germanica? Egli non trovasi ad agio suo se non nella vita errante, l'impero, in sulle prime, altro non è per lui che un gran cumulo di conquiste; e il rimanente vien come frutto dell'avere studiato del mondo romano; l'amor suo per le grandi cose gli fa nascere il desiderio d'applicare, a quella barbara società, le massime dell'impero de' Cesari; l'amistà sua coi papi gliene porge i modi, e il capo degli Austrasii è salutato col nome d'imperatore e d'Augusto. Ma questo titolo in lui non si assume, nè da lui si trasmette se non nominativamente, però che Lodovico Pio vede in breve sfuggirgli di mano lo scettro pesante troppo che Carlomagno gli avea confidato nella dieta d'Aquisgrana.

CAPITOLO X. LA CITTÀ E IL DIRITTO PRIVATO CARLINGO.

La città romana, la gallica, la franca, la germanica, la longobarda, la gotica. — Il vescovo. — I difensori. — I collegi delle arti. — I conti. — I giudici. — I vidami — I prevosti. — Gli avvocati. — I centurioni. — Gli scabini. — I buoni uomini — Diritto privato. — La vendita. — Atti di manumissione. — La locazione. — Il testamento. — Formole e processure. — Il giuramento. — La testimonianza. — Le prove del fuoco e dell'acqua. — Azione della Chiesa. — Origine del diritto feudale.

768 — 814.

L'imperatore d'Occidente moriva, e quali orme lasciava egli mai del suo governamento, quali istituzioni durar doveano dopo di lui? L'impero suo abbracciava tante e sì diverse popolazioni, ch'egli è troppo difficile notar sicuramente e sceverare le istituzioni private di ciascuno dei popoli che ubbidivano a' suoi capitolari. Ben si può nel corso dei secoli trovar le orme di quelle lagrimevoli inondazioni de' popoli che vengono l'un dopo l'altro a distruggere le civiltà; ed anche raccoglier si possono gli atti principali della legislazione politica del passato; ma i fatti della vita privata dove trovarli, e come coglier le domestiche consuetudini delle nazioni? Or dunque ch'io ho accompagnato il vecchio imperatore fino alla tomba sua d'Aquisgrana, parmi cosa essenziale cercare il popolo e la città in mezzo a questa confusione, e doversi risvegliare, a dir così, le consuetudini del diritto privato caroliniano; e alla guisa che fan gli antiquari, i quali spesso riedificano gli antichi monumenti, come a dire il Partenone di Atene e i templi egiziani, e compongono superbi frontoni con pochi rottami di marmo e con la polvere delle doriche colonne; così io mi farò ardito di fare il medesimo lavoro quanto ai costumi privati del secolo ottavo, e di rivolgere per l'ultima volta quella spenta civiltà.

Queste città, che noi vediamo oggidì sì frequenti di popolo, sì ricche di edifizi, ebber quasi tutte un'origine antica che collegasi con le morte generazioni; da Roma ebbero principio le più delle maggiori città, recando essa in ogni luogo le sue leggi e la sua politica dominazione. Suo sistema fu sempre quello delle colonie militari; in ogni punto dove le sue legioni recavan le armi, esse fondavano città, ed edificavano per l'eternità. Pigliate ad esempio l'antica città d'Arli, superba de' suoi circhi e de' suoi teatri che si specchian nel Rodano; essa riconosce la sua fondazione dai veterani della sesta legione. Così Beziers, sotto l'ardente sole della Settimania, fu anch'essa un alloggiamento della settima legione, e così Frejus, così Orange, ornata tuttavia dell'arco suo trionfale, furono edificazioni di quei veterani, signori del mondo. Ben cento città delle Gallie riconoscono l'origine loro dalla grande città, dalla urbs Roma, tuttor sì magnifica nelle memorie sue. La colonia romana era generalmente piantata in una pianura in mezzo a un suolo ridente, non lungi da qualche fiume d'altero corso: le città, edificate alla stretta, largheggiavano nei monumenti pubblici, nei circhi, nei teatri dove sedean comunemente venti migliaia di spettatori; ivi era il pensier della patria, la grandigia del nome romano; il bagno, il convito, il foro costituivano la vita sociale.

La Gallia era di questo modo coperta di città romane, ma poi quanto mutata d'aspetto! Solo chi lasciando il romoroso soggiorno di Napoli e la via di Toledo, assordata dalla stridula voce dei Lazzaroni, siasi talvolta avviato per la strada di Torre del Greco o di Portici, per dirizzare indi il solitario suo cammino verso le rovine di Pompei, coperte dalle lave del Vesuvio, può formarsi un giusto concetto della città romana con la sua via sparsa di tumuli, le sue case magnifiche, i suoi bagni, i suoi triclinii, i suoi mosaici, i suoi freschi, dipinti con sì vivaci e splendidi colori! Chi scorre il tempio di Giove, con quelle sue superbe colonne, il foro, i teatri, le cantine piene d'anfore, ben può dir seco stesso: «Tali esser doveano le colonie d'Aquisgrana, d'Auxerre, della greca Marsiglia, di Narbona e di Nimes!»

Allato della città romana, tu trovavi dal Reno alla Loira ed al Rodano, sparsa una moltitudine di città di origine affatto gallica, che la vita presso alle foreste era grata a quelle celtiche popolazioni che innanzi abitavano l'ancor vergine suolo. Le descrizioni che ce ne rimangono, dipingon queste galliche città, come strette, rannicchiate, informi, con rozzi edifizi, somiglianti a quegli ammassi di pietre che s'incontrano ancora in Sardegna, e si additano col nome di monumenti ciclopici: non erano tanto città quanto borghi e villaggi in cui raccoglievansi le popolazioni sotto il loro capo. La casa gallica non altro era che una capanna, ed i templi eran costrutti di pietre, con sovrapposti sterminati macigni, ai quali si dà tuttavia il nome di tavole delle fate. Le città erano quasi tutte situate presso a un bosco solitario, all'ombra folta degli alberi; infatti l'annosa quercia, coperta di vischio e della ruggine dei tempi, non era forse l'albero sacro? Poche eran le città, che al tempo dei Carolingi, ancor durassero nella loro originale purezza; pur nondimeno alcune borgate in Bretagna conservato aveano l'incolto aspetto e l'impronta dell'antica patria gallica. I capitolari fanno anche menzione delle città che si governavano con la originaria legge delle Gallie.