768 — 814.

I re merovingi aveano concentrato il politico loro commercio nella nazion franca, nella salica e nella ripense, chè assorti nelle discordie e guerre intestine, furon rare volte in commercio co' popoli dell'antica civiltà. I re di Neustria o d'Austrasia, e quei d'Aquitania o di Borgogna, tra lor contendevansi il possesso delle città e delle provincie, ma quanto alle loro comunicazioni col grande impero d'oriente, con Costantinopoli e col califfato, appena è che se ne trovino di lontanissime e irregolari. Ei sono, come dire, altrettanti capi barbarici, che chieggono dall'imperatore questa o quella dignità di palazzo; popoli appena iniziati nella civiltà, che imitano le forme e le pompe dei principi più inoltrati nel lusso e negli splendori del trono. Il medesimo dir non si può della schiatta carlinga dopo Carlo Martello, chè questo lignaggio conduce a fine una grand'opera; Carlomagno fonda un impero che può per ampiezza contendere col califfato e colla monarchia dei Greci: e come re e come imperatore attiva è la sua corrispondenza, nè solo ei riceve gli omaggi e i tributi dei vinti, ma tiene ancor pratiche regolari co' papi, cogli imperadori d'oriente e coi califfi.

Le pratiche dei Carolingi sono innanzi tratto naturalmente co' papi, tanto che il pontificato e il nuovo lignaggio hanno stretto fra loro quasi un patto inviolabile, da cui, esso secondo lignaggio, riconosce il suo colore di civiltà e di legislazione romana. Stefano I, che consacrò Pipino, intimava la scomunica contro chiunque osasse portare la mano sulla costui corona, mentre in rincambio, Pipino donava alla santa sede ampie e ricche possessioni temporali, le sue città, il suo esarcato, Ravenna, Rimini e Bologna. Stefano II poi andò debitore a Carlomagno dell'ampliazione de' suoi dominii e della protezione conceduta alla cattedra di san Pietro contra i Longobardi; schiatta sì spesso a quella infesta, che fu dai Franchi domata; e questa continuazione di buoni uffizi fra Roma e Carlomagno si fa più grande ancora e più calda dopo l'esaltazione di papa Adriano.

Uscito quest'ultimo dalle grandi famiglie romane, discendeva da senatori e da consoli, e il suo palazzo risplendeva delle imagini loro[1]; astiava i Longobardi, e i Longobardi astiavano lui, ed erede come egli era delle antiche opinioni romane sul principato della città eterna, avrebbe voluto domar l'Italia con le chiavi di san Pietro, come un tempo gl'imperatori l'aveano domata con le insegne dei centurioni e dei tribuni; la mitra pontificale succedeva alla corona d'alloro dei Cesari. Adriano e Carlomagno vivono fra loro in istretta e confidente intimità; e poi che quest'ultimo è consacrato re dei Longobardi, prende gli stati della santa sede sotto la protezione della sua spada, nè alcuno osa più toccarli, Greco, Italiano o Saraceno ch'ei sia. A rincontro Adriano, esercita pel re de' Franchi attentissima vigilanza sull'Italia; gli notifica i fatti tutti che posson turbare la possanza sua in questa parte; se un conte o un vescovo lombardo prepara qualche sedizione, Adriano tosto s'affretta di darne avviso all'amico; egli è il vigile agente della monarchia de' Franchi; gli interessi sono fra loro comuni. Le epistole dal papa indiritte al figliuolo e protettor suo il re de' Franchi, sono molte e tutte relative all'ordinamento dell'Italia e allo spirito sedizioso e impaziente dei Longobardi, i quali egli ora denunzia come sciolti da ogni freno di costumatezza, ed ora come nimici della religione cattolica, e avversari implacabili di san Pietro, e del vessillo suo che splendeva sul Vaticano. Adriano testifica in una di esse a Carlomagno, l'esultanza sua per tutto il bene che egli fa alla Chiesa, e per le sue buone intenzioni verso di lei: «Mio buono ed egregio figliuolo e re signore, instituito da Dio. Io ti prego istantemente, come s'io fossi dinanzi a te in persona, di far dare compimento a ciò che tu hai promesso al principe degli Apostoli per salute dell'anima tua, ed affinchè Dio protegga il tuo regno; e il principe degli Apostoli ti assista di maggior patrocinio presso Sua Divina Maestà. Solo per l'aiuto di san Pietro, guardiano del paradiso, tu se' venuto a capo di tutti i desiderii tuoi; ad egli t'impetrò da Dio la vittoria ed il possesso del regno dei Longobardi; però abbi sempre fede grandissima in lui chè a sua intercessione, il Signore farà inchinar sotto a' tuoi piedi tutte l'altre barbare nazioni ecc.»

E di simil tenore son tutte l'altre epistole; tutte congratulazioni con Carlomagno pe' suoi gloriosi trionfi; egli è l'ottimo figliuolo, il re d'Italia per volere di Dio; egli è colui, sotto la cui grande spada ripara il patrimonio di san Pietro. Se vi ha qualche malvagio, qualche iniquo che turbi la sicurtà pontificia, Adriano tosto ne scrive a Carlomagno per ottenere ch'ei sia cacciato dall'Italia, invocando pur sempre i diritti di Roma in nome del principe degli Apostoli, affine d'imprimer negli uomini, con questa prosopopeia, un maggiore rispetto per gli uomini potenti e bellicosi. «Noi abbiamo a dolerci con la magnificenza tua, dolce e caro figliuolo, di Reginaldo, uomo iniquo che semina zizzania, e muove gli uomini al male. Costui cerca per ogni modo di fare offesa alla Santa Chiesa di Dio ed a noi, e fa ogni poter suo per ispogliare empiamente san Pietro di quanto tu gli fosti liberale per salvezza dell'anima tua, e vorrebbe farselo suo; egli è pur venuto co' suoi nella città nostra[2], e n'ha menati via gli abitanti. Non credendo io che tu n'abbia fatto dono per l'esaltazione di questo duca Reginaldo, ti prego istantemente che, per amor del buon apostolo san Pietro, tu non lasci a costui fermar piede in Italia[3]

Nè solo Adriano si tien contento al corrisponder per lettere, ma sì ancora egli fa continua istanza a Carlomagno perchè gli mandi i suoi missi dominici, saper volendo ogni pensiero e volere del caro suo figliuolo, il re dei Franchi; e insiste pure per avere suoi deputati, nè venendo essi, il papa stesso gli manda egli alcuni vescovi in legazione per conferire con lui[5].

Appresso papa Adriano invita Carlomagno, amico suo, a venir prestamente in Italia, ch'egli ha uopo di vederlo, e conferire con lui. Desiderata è la presenza in Roma di Carlomagno, tanto più che il pontefice si vede minacciato da molti malevoli, fra i quali gli addita pur sempre i Greci, i Longobardi, i Napolitani che stringono e accerchiano il patrimonio di san Pietro, per usurparselo[6]. «Salutando la tua benevolenza, noi ti annunziamo con queste lettere come i rei Napolitani, collegatisi coi Greci odiati da Dio, ascoltando i mali consigli d'Arigiso, duca di Benevento, si sono di furto impadroniti della città di Terracina, soggetta dianzi al dominio di San Pietro ed alla podestà tua. Noi non abbiamo voluto far nulla in simil contingenza, senz'aver prima i consigli tuoi, e però supplichiamo l'eccellenza tua[7] d'inviarci, al più presto, Volfrino, sì che trovandosi qui verso le calende di agosto, egli possa, mercè gli ordini tuoi, muover coi Toscani, cogli Spoletini, ed anche coi tristi Beneventani, e ricuperar la detta città di Terracina, ed insiem con essa Gaeta o Napoli, affin di rendere a san Pietro quanto appartiene al suo patrimonio nel territorio di Napoli stessa. Abbiamo nel giorno di Pasqua avuto un parlamento con Pietro, l'inviato degli scaltri Napolitani, e chiestogli quanto appartiene a san Pietro in quel tenitorio, gli abbiam significato il desiderio nostro di veder quei popoli soggettarsi alla potenza tua, e dimandato quindici statichi tra i figliuoli dei più nobili fra loro e della città di Terracina; ed egli vi aderiva a patto che fossero confidati alle mani del patrizio di Sicilia. Se non che non abbiam voluto nulla conchiudere senza il consiglio tuo, volendo noi solo trattare per util tuo, e sapendo quanto infidi son costoro nei loro disegni, però che pur sempre hanno pratiche vive con Arigiso, duca di Benevento, il quale riceve messi ogni giorno dal patrizio della Sicilia. Oltre di che, io so di buon luogo che essi aspettano i figliuoli del reo Desiderio, per combatter poi tutti uniti contro di noi e contro di te. Ti scongiuriamo adunque di venire in aiuto nostro, chè da te solo e dall'apostolo san Pietro aspettiam forza e valore. Poco c'importa della città di Terracina, ma non vorremmo che diventasse occasione ai Beneventani di sottrarsi all'impero tuo. Laonde noi ti preghiamo di aiutarci al più presto, affinchè così tu meriti di regnare eternamente coi santi».

Adriano è il Romano antico che si affatica d'ampliare e consolidare il patrimonio di san Pietro, però che, erede com'egli è delle memorie del patriziato, altro non vuole in fine che assicurare il dominio di Roma sopra l'Italia; questa preminenza è la meta dei desiderii suoi; egli è tutto invasato in Roma, ne' suoi monumenti, nei suoi circhi, nelle sue basiliche; Roma fu l'antica metropoli del Lazio, e tale esser dee ancor sotto i papi. Dalle grandi cose Adriano discende alle più minute, tanto che ei dimanda pure a Carlomagno i materiali a innalzar le sue basiliche; la costruzione dei monumenti pubblici era cura, come si legge nella storia romana, dei consoli e degli imperatori, come uno dei doveri dell'edilità, onde il pontefice pur vi pon cura, e scrive: «Poi che ci hai fatto sapere, carissimo ed eccellentissimo figliuolo, esser tu contento di aderire alla dimanda nostra in proposito dei travi necessarii ai ristauri della santa chiesa, noi ti preghiamo di far ch'essi giungano belli e ammanniti alla chiesa di San Pietro verso il tempo delle calende d'agosto. Quanto alla volta o cornice, che vuol pure essere ristorata nella basilica del detto apostolo, converrebbe innanzi mandar un maestro che vedesse qual genere di legname richieggasi a ripristinarla nello stato che era anticamente; il qual maestro si renderà dappoi a Spoleto, e cercarvi questo legname, perchè non ne abbiamo in paese di acconcio all'uopo. Ma il santissimo fratello nostro, l'arcivescovo Volcaro, non si dia fretta di venire fino a che il legname non sia ben secco, perchè se fosse ancor verde non sapremmo che farne».

Ampie, ricche e fruttuose terre, e vaste e popolose città sono i doni che Adriano, il romano patrizio, procacciar vuole all'eterna sua città; egli è il papa più devoto che mai fosse alla potenza ed alle memorie dei Romani, e quindi, alla foggia di un console antico, egli a chieder si fa a Carlomagno ch'ei liberar voglia la terra dei Sabini, mentre i malvagi gl'impediscon di prenderne possesso[8].

Adriano manda poi reliquie, bandiere conteste di seta e d'oro, e ossa di martiri a Carlomagno, a cui pur sta a cuore l'innalzamento delle basiliche. Padrone, com'egli è, delle grandi selve della Turingia, e del settentrione dell'Europa, egli possiede di forti travi, senza dei quali rizzar non si possono gli edifizii di Roma. Noi lo vediam quindi mandar legname e stagno e marmo per ristaurare la chiesa di San Pietro che tanto fu danneggiata dagli acquazzoni di primavera, intanto ch'ei pure chiede per sè, come fu detto, alcuni mosaici, avanzi della civiltà greca in Ravenna, per le barbare sue città della Gallia. L'Italia tutta invoca la presenza di Carlomagno; i Beneventani si ribellano, e turbar possono di nuovo la pace del pontificato. «Se i Beneventani ricusano di sottomettersi agli ordini tuoi, manda l'esercito alle calende di maggio, e vieni a fare una correria contro di loro. Che se un esercito non li tiene in dovere dal mese di maggio fino a settembre, quel tristissimo di Arigiso si proverà a qualcosa contro di te, mosso, come sarà, dalle suggestioni dei Greci, però che ha seco, come ognun sa, i legati loro, ed altri ne tiene a Napoli. A te spetta il risolvere sul da farsi, e noi siamo confidentissimi nel tuo potentissimo giudicio. Piacciati dunque di por mano all'opera con la maggior celerità che puoi, così per la tua come per la nostra salute».