Ogni buona ventura di Carlomagno, le sue vittorie, i suoi trionfi, son celebrati a Roma come festa del pontificato medesimo. Carlo ha vinto i Bavari, e il papa se ne congratula di cuore con lui. «Ma e i Greci infidi non saranno anch'eglino posti a dovere, e castigati delle tante insidie che tendono a Carlomagno? I Greci sono sempre d'accordo coi duchi o coi conti longobardi o beneventani, gli assecondano nelle sediziose lor mire, ed assaltano il pontificato e la podestà di Carlomagno in Italia. Di grandissimo contento ci furon le tue lettere di vittoria, e abbiam reso grazie a Dio, leggendovi che la tua salute e quella della regina, nostra signora, e de' tuoi figli, è pur sempre buona. Caro ci fu soprattutto l'intendere la soggezion dei Bavari, che noi ti avevamo già predetta e augurata. Ora, io credo che ti ricorderai di quanto ti dicevamo nelle precedenti nostre lettere intorno a certi Capuani venuti a noi, ai quali giurar facemmo innanzi all'arca di san Pietro d'esser fedeli all'apostolo di Dio ed alla regale eccellenza tua. Or bene, dopo fatto il giuramento, un di loro, Gregorio prete, ci chiese di parlarci in disparte, dicendo che dopo fatto un simil giuramento ei non poteva più nulla tenerci celato. Lo interrogammo a farlo spiegare in modo più chiaro, ed egli allora ci raccontò come in quella che il gran re Carlo si partiva da Capua, l'anno scorso, Arigiso duca mandasse legati a Costantino imperatore, dimandandogli aiuto e protezione, e nel medesimo tempo l'onore del patriziato, e tutto intero il ducato di Napoli; e il pregasse inoltre di mandar con forte schiera di armati il cugino suo Adelgiso, promettendo di sottomettersi all'autorità dell'imperatore, ed anche agli usi dei Greci, così nella tosatura dei capelli, come nel vestire».
Papa Adriano non sa darsi pace all'udir questa lega dei Greci con Arigiso, il rappresentante dei re longobardi. «O diletto mio figliuolo, egli scrive a Carlomagno, Costantino ha mandato due suoi domestici del palazzo a conferire il patriziato ad Arigiso, i quali portavan seco vesti d'oro, una spada, un pettine ed un par di cesoie, per dar effetto a quanto costui avea promesso, dicendo che si sarebbe sottomesso a farsi tosare i capelli ed a vestire all'uso dei Greci. Essi domandaron, di più, Romoaldo, figliuol d'Arigiso, in ostaggio. Quanto ad Adelgiso, l'imperatore adduceva non avere potuto mandarglielo, perchè avviato l'avea con un esercito contra Trevigi o Ravenna. Se non che, al giunger loro, e' trovarono sconciati i loro disegni dalle mani di Dio e dall'aiuto degli Apostoli, perchè Arigiso, ed insieme con lui suo figlio Valdone, erano morti, e i Beneventani non vollero in alcun modo riceverli, mentre Azzone, tuo fido legato, stava in Salerno. Partitone poi questo diacono, se ne andarono a prenderli per terra sul tenitoro greco, e gli ammisero in città, dove passarono tre giorni in parlamenti con Adelberga, vedova di Arigiso, e coi Beneventani, i quali dicean loro: — Noi abbiamo mandato deputati al re Carlo per chiedergli che ei ci dia Grimoaldo per duca, e fattagli la medesima istanza per mezzo del diacono Azzone; rimanetene dunque a Napoli fino a che Grimoaldo arrivi, e quel che suo padre Arigiso non potè fare, sì il farà esso Grimoaldo, come sia in possesso delle dignità che gli pervengono; si assoggetterà all'autorità imperiale, come promise suo padre, e adempirà tutte l'altre profferte sue. Ond'è ch'essi ricondussero i due messi imperiali per terra e in gran pompa fino a Napoli, e che i Napolitani gli accolsero a processione, recando in fronte stendardi e pitture[9]; ed ivi essi dimorano, godendo in fantasia della vittoria che speran d'ottenere, e tramano insidie contro gli stessi Napolitani, insieme con Stefano vescovo e Costantino, al quale mandarono avviso della morte d'Arigiso e di suo figlio, aspettando gli ordini suoi intorno a ciò che far deggiano. Nelle quali cose tutte, figliuolo eccellentissimo, che Dio abbia in custodia, risplender fate la saggia potenza vostra, tanto per la esaltazion della madre vostra spirituale, la Santa Chiesa romana, e per la nostra salute, quanto per la sicurtà del vostro reame[10].»
Tali sono i sensi, quasi sempre, del carteggio di Adriano con Carlomagno; sono due podestà che se l'intendon tra loro, due interessi che si collegano, due menti che procedono di concordia a ristaurar l'unità della Chiesa e dell'impero. E però alla morte di Adriano, Carlomagno lo piange come amico suo, e detta i versi del suo epitaffio, scolpito in lettere d'oro sulla sua tomba, e il capo, il gran re degli Austrasii, diventa poeta latino:
Lagrimando sul padre, io Carlo questi
Versi dettai. Te piango,
Mio amore, e mio consiglio,
E i chiari nomi nostri ho insiem contesti.
Adriano e Carlo; io re, tu padre. Ah! il figlio
Ti rimembra, te 'n priego, e fa che tosto
Ei venga al padre accosto[11].