Adriano papa apparecchiò l'esaltazione di Carlomagno all'impero, e Leone la compie; Leone che ha maggior uopo ancor d'Adriano della protezione di lui, però che l'altro avea per sè il popolo romano, i patrizii, i discendenti dei senatori; la famiglia sua era potente, e sui gonfaloni leggevasi la lista de' suoi antenati. Papa Leone, all'incontro, è in avversione al popolo di Roma, ond'egli invoca in aiuto suo il patriziato del signor dei Franchi, e l'antica città vede sventolare i vessilli della gente boreale. Leone viene a trovar re Carlo fino in mezzo alle sue corti plenarie del Reno, della Mosella e dell'Elba, e prostrasi dinanzi al monarca che passa tosto in Italia per proteggere il papato. In quegli ultimi parlamenti decretata è la ricostruzion dell'impero d'Occidente; questa dignità lusinga l'orgoglio di Carlomagno, chè per essa è innalzato al grado dei Cesari e degli Augusti, illustre pur tuttavia per tutto il mondo, intanto che Leone si vede protetto dall'impero d'Occidente, da lui posto e acclamato nelle mani di Carlomagno, il quale, fatto oramai principe e signore di Roma, può co' suoi Franchi raffermare il pontificato contro le turbazioni e le sommosse popolari sì frequenti per lo spirito sedizioso dei Romani.
Da questo momento le pratiche fra gl'imperatori e i papi vanno acquistando forma più regolare; nell'ordine materiale l'imperatore è tutto; nell'ordine morale il capo è il papa; i concilii governano il mondo cattolico; l'imperatore regna su tutte le terre che compongon l'impero, e le bolle medesime recan la data della sua esaltazione. Carlomagno e Leone si dan mano, si spalleggiano scambievolmente, e siffatta è l'union loro, sì costante l'intimità, che le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria fingono che Leone fosse un bastardo di Carlomagno; idea tutta feudale, tradizione germanica fatta a giustificar tutti quegli infiniti donativi di terre che l'imperatore fece al pontefice. Questa confusion dell'impero e del papato fu in appresso la cagion movente delle grandi contese fra gl'imperatori germanici ed i successori di Leone al pontificato. Come infatti sceverar ciò che era d'ordine spirituale da ciò che era d'ordine temporale nel patto dei Carolingi coi pontefici? Ond'è che i discendenti della casa di Svevia si fecer più volte a rivendicare i diritti di Carlomagno, ed i papi a rintuzzar le pretensioni di quegli Alemanni che, coperti di ferro, calavano dal Tirolo fin sotto le mura di Roma. Il decimo secolo e l'undecimo furon tutti pieni di queste contese fra papi e imperatori, originate dalle donazioni di Carlomagno.
L'inconcussa dignità degl'imperatori di Costantinopoli e la porporata vanità loro avean per più secoli tenuto a vile la famiglia dei Merovei, siccome quella che regnava sui Barbari in una parte lontana dalle loro frontiere; e quei greci regnanti, ricevendo a ogni poco umili memoriali di questi capi franchi, con che chiedevano il pallio del consolato o qualche dignità di palazzo, concedean loro i titoli di capi e re tributarii, a dir degli scribi, coperti d'oro. Quindi è che, allo stabilirsi del lignaggio carlingo, gli annali dell'impero appena ne parlano nella quistione delle immagini, al tempo che Leone l'Isaurico e Costantino Copronimo scrissero a Carlo Martello ed a Pipino, stimolandoli a mettere in pezzi quei falsi simboli, ed a fare, ad esempio loro, man bassa dei reliquarii d'oro. In tutto il resto i Franchi andavano confusi con gli altri Barbari ond'era cerchiato l'impero, e con tutte le altre torme di popoli e di tribù. Appena è che si trovi orma della corrispondenza dei Carolingi coi Greci, ed appena uno o due storici toccan di quel Carlo che era succeduto ai prefetti di palazzo dei Franchi. Più tardi tuttavia, fu ben forza fare stima della possanza di questo Barbaro, che già sovrastava, per le sue conquiste, alle possessioni dei Greci.
A Costantino Copronimo era succeduto Leone IV, nè l'esaltazione di questo nuovo imperatore fu contrassegnata da alcun rivolgimento di palazzo, chè la quistion delle immagini tutte assorbiva le menti. Leone IV metteva in pezzi i bassorilievi d'oro e i reliquarii d'argento per levarne le pietre preziose che ornavano i santuarii, e le leggende raccontano ch'egli s'impadronì d'una corona d'oro, di smeraldi e di brillanti, appesa all'altare di Santa Sofia, e che, all'accostarsi questa corona alla fronte, essa lo scottò come un carbone acceso. Leone IV morì, lasciando a succedergli nell'imperio un fanciullo, di nome Costantino, e l'imperatrice Irene, che lasciò gran memoria di sè negli annali del Basso Impero. Donna forte costei e inesorabile, dopo aver, secondo l'uso dei Greci, fatto senza pietà mutilare i parenti di suo marito, competitori di lei nella corona, tenne il figliuol suo in grandissima suggezione, poi quando fu divenuto maggiore, il fece deporre per regnar sola. Amante delle arti, anzichè intimar guerra alle immagini ne allargò ed accrebbe il culto, e a lei si debbe la conservazione dei monumenti bisantini.
Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'intimità fra Carlomagno e l'impero d'Oriente, chè, senza dubbio, essi ebbero principio alle invasioni delle provincie lombarde e dell'esarcato di Ravenna, e all'occupazione dei feudi del Friuli, di Benevento e di Spoleti per parte dei conti franchi; se non che allora tenean della conquista e della guerra, chè queste terre eran prima possedute dai Greci, e formavano, un secolo innanzi non intero, altrettante pertinenze dell'impero d'Oriente, insieme con l'Adriatico greco, e solo le avevano svelte alla corona d'oro degli imperatori, le conquiste dei Longobardi. Irene ebbe pratiche d'amistà con Carlomagno re dei Franchi quand'egli fu incoronato a Monza, e gli annali dicono ch'ella profferse per isposo il figliuol suo Costantino ad una delle figlie di quello, chiamata Geltrude, e che anche celebrate furono le sponsalizie. Le canzoni eroiche narran pure che Irene, imperatrice di corona, profferto avea la sua mano a Carlomagno, il quale avrebbe così aggiunta una figlia della Grecia all'altre sue donne franche e germane, e congiunto le due corone imperiali. Leone III fu l'ardente promotore di queste nozze, però che i papi, simboli veri del principio d'unità, cessar voleano le contese di religione tra l'Oriente e l'Occidente, e l'unione o mistica o naturale d'Irene con Carlomagno sarebbe stata come il termine dello scisma mercè la reintegrazione del mondo romano.
Se non che tutto questo fu sconciato per le segrete mene dei principi longobardi rifuggiti alla corte di Costantinopoli; anzi vi ebbe un'intimazion di guerra fra i Greci ed i Latini; e Giovanni, logoteta della milizia greca, dalla Sicilia venne ad approdar nel regno di Taranto e di Napoli, per indi cacciare i Franchi dall'Italia; ma nelle prime schermaglie, i Greci, sgominati, la diedero a gambe innanzi alle lance dei Franchi, e Giovanni fu preso e messo a morte per ordine di Carlomagno. I Greci, sì culti, sì snervati dalla civiltà, non valevan più nulla per soldati, ora come avrebbon essi potuto combattere contro gli uomini del Nord, contro quei Franchi d'Austrasia più valenti dei Bulgari ond'era minacciata la loro metropoli? Irene, la protettrice delle immagini, la donna artista, non rinunziò punto per questo al disegno di sposar suo figlio Costantino Porfirogenito a Geltrude, e mandò un'ambasceria greca che venne a trovar Carlomagno ad Aquisgrana, dove furon celebrate nuove sponsalizie, e tanto è vero che queste nozze furono convenute indi a breve tempo, che gl'inviati greci lasciarono a Geltrude un eunuco dottissimo per istruirla dei costumi e degli usi di Bisanzio, e così della lingua ch'ella parlar doveva ai ministri del palazzo. Le quali pratiche fra Irene e Carlomagno continuarono fino a che una nuova rivoluzione abbattè l'autorità dell'imperatrice, e lo storico Teofane afferma che ancora trattassi di congiungere i due imperi. «Alcuni apocrisarii, egli dice, furono inviati affin di congiungere Irene in matrimonio con Carlomagno, e unire in un solo gl'imperi d'Oriente e d'Occidente; ma Azzio, cui stava a cuore d'assicurar l'impero al proprio fratello, sconciò questo disegno». Un fecondissimo avvenimento sarebbe stato questo maritaggio dell'imperator d'Occidente coll'imperatrìce d'Oriente, poichè per esso sarebbe stato ricomposto il romano impero negli ampli suoi confini, e i Barbari distrutto non avrebbero gli ultimi avanzi dell'antica civiltà. Se non che nel corso dei tempi raro è che le cose si ricompongano sotto le medesime forme: ciò che cade più non risorge, e quando un edifizio è crollato, niuno può far di raccorne sì a punto i rottami da rifarlo grande e forte in tutto come prima, nè più ridonar si può la vita a chi è spento.
La rivoluzione del palazzo di Bisanzio, che spezzava lo scettro in mano ad Irene, sollevava all'onor della porpora un uom di guerra, Niceforo, che fu dai soldati alzato in sugli scudi, come si vede nelle miniature dei tempi, e fu dal patriarca coronato in Santa Sofia. Irene, trattata prima con riverenza, siccome sposa di Leone e madre di Costantino Porfirogenito, fu indi chiusa in un monastero, e colei che pur dianzi avea grado e podestà d'imperatrice, andò a finir cattiva e confinata nell'isola di Lesbo. Una lettera dei legati franchi a Costantinopoli narra questa revoluzione domestica, nella quale sostennero Irene finchè poterono, siccome alleata di Carlomagno, ma poi terminato il moto, abbandonaron Costantinopoli per venire a riferir di presenza all'imperatore gli avvenimenti che agitato aveano l'impero d'Oriente, e i motivi politici ond'era stata mossa l'esaltazione di Niceforo.
La possanza di Carlomagno era tale che Niceforo ben comprese dover egli cercare, innanzi tutto, l'amistà sua;le frontiere dell'uno toccavan quelle dell'altro e grande era il timor delle irruzioni dei Franchi coronate sempre dalla vittoria. Per acquistarsi quindi l'amicizia e la grazia di Carlomagno, Niceforo gli mandò una solenne ambasceria; ed esperti oratori, com'eran quei Greci, giustificar doveano l'esaltazione del signor loro, e i motivi ond'era stato svelto lo scettro di mano ad Irene, amica dell'imperator dei Franchi. Il monaco di San Gallo, vivace cronista, segue, passo per passo, gli ambasciatori greci, che vengono a salutar Carlomagno a nome di Niceforo. I Franchi aveano grandemente in dispregio questa razza bisantina; i vescovi da Carlo mandati a Costantinopoli raccontavan mille istorie intorno alle bizzarre usanze dei Greci, e queste istorie giravano di bocca in bocca, e il buon monaco di San Gallo le racconta a questo modo: «Nel tempo della guerra contro i Sassoni, Carlo mandò suoi legati all'imperatore di Costantinopoli, il quale si fece a dimandar loro se gli stati di Carlo suo figliuolo[12] erano in pace, o turbati dalle nazioni vicine; e avendo il capo dell'ambasceria risposto che tutti erano in pace, salvo un certo popolo, chiamato i Sassoni, che infestava con le sue depredazioni le frontiere di Francia: — Oh cielo! rispose quel principe che marciva nell'ozio, e non era punto fatto alla guerra, e perchè il diletto figliuol mio si affatica egli a combattere sì picciol nemico, senza fama nè valore? Io dono a te stesso questa nazione con tutto ciò che possiede! — Tornato in patria, l'ambasciatore riferì questo discorso a Carlo, il quale gli rispose queste parole: — Ben più avrebbe fatto per te quest'imperatore, se t'avesse donato un buon mantello per un sì lungo viaggio».
I vescovi mandati da Carlomagno nell'impero di Costantinopoli, essendo stati, come vedesi, male accolti, se l'avean legata al dito, e il monaco di San Gallo non manca di soggiunger appresso, come i Franchi se ne vendicarono. «Poco di poi l'imperator greco mandò anch'esso suoi ambasciatori al glorioso Carlo, e si abbattè appunto che in quell'occasione si trovasser con lui il medesimo vescovo ed il duca di cui è detto, i quali, all'udir annunziare la venuta di quei legati, suggerirono al saggio monarca di farli condurre attraverso alle Alpi per vie impraticabili tanto che logorato e consumato avessero al tutto quanto seco portavano, e fosser così obbligati di presentarsi a lui già ridotti in pessimo arnese. Poi, quand'ei furono arrivati, il vescovo e il compagno suo fecer sedere il conestabile in mezzo a tutti i suoi dipendenti, e sovra un seggio elevato per modo che far non si potea di non prendere quest'uffiziale per l'imperatore. Onde gli ambasciatori, come tosto lo videro, si prosternarono a terra per adorarlo, ma ributtati dai servitori di Carlo, furon costretti a passar nelle altre stanze più innanzi, ove, avvisato il conte del palazzo che parlava ai grandi raccolti intorno a sè, credendolo il principe, di nuovo si precipitarono a terra. Cacciati più innanzi e schiaffeggiati dagli astanti, che andavan loro dicendo: — Questi non è l'imperatore, — andarono oltre, e trovarono il siniscalco della tavola reale attorniato da tutti i famigli, coperti di abiti ricchissimi, nè più dubitando che colui non fosse il re, eccoli di nuovo a terra. Cacciati anche da questo luogo, videro in un salone tutta la gente di servigio della camera reale intorno al loro capo, e per allora si tennero certi che quello esser dovesse veramente il primo dei mortali. Ma quell'uffiziale li tolse da questa credenza, e promise loro di fare ogni poter suo in un coi primi della corte, per ottenere ad essi, se far si potea, la grazia d'essere ammessi alla presenza dell'imperatore augusto. Alcuni di quelli che trovavansi con lui, ebbero intanto commissione d'introdurli in gran cerimonia.
«Carlo, il più illustre dei re, sfolgorante come il sole al suo sorgere, e tutto splendiente d'oro e di gemme, stavasene assiso presso una finestra che mandava gran luce, appoggiato ad Ettore, che tale era il nome del vescovo da lui già mandato a Costantinopoli. Intorno all'imperatore erano schierati a cerchio, a simiglianza della milizia celeste, i suoi tre figliuoli da lui assunti a compagni già nell'impero, le sue tre figlie con la madre loro, splendide di virtù in uno e di bellezza; e prelati d'aspetto e di merito senza pari; e abati illustri per la nobiltà del pari che per la santità loro, e duchi, appetto dei quali tal non fu in antico lo stesso Giosuè nel campo di Galgala. Questa schiera, al par di quella che ributtò Ciro e gli Assirii suoi dalle mura di Samaria, avrebbe potuto, come se avesse avuto Davide nel mezzo, giustamente cantare: O re e popoli tutti della terra, o principi tutti e giudici della terra, garzoni e donzelle, vecchi e fanciulli, lodate tutti il nome del Signore! — Gli ambasciatori greci, colti da stupore, si sentirono venir meno; e usciti di conoscenza, caddero muti e svenuti al suolo. L'imperatore, con tutta benignità, li fece alzar da terra, e procurò di rincorarli alquanto con parole di conforto; ma quando poi videro colmato di tanti onori quell'Ettore che i Greci trattato aveano con tanta sgarbatezza e disprezzo, presi da nuovo spavento, ricaddero a terra, nè si levarono finchè il principe ebbe giurato loro, pel re de' Cieli, che non sarebbe lor fatto male alcuno. Rassicurati da questa promessa, cominciarono a mostrar maggiore fidanza; ma, ritornati che furono alla patria loro, non posero mai più piede nel nostro paese[13].