«Qui è il luogo di raccontar come l'illustre Carlo avea intorno a sè uomini sapienti in ogni cosa. Dopo celebrato il mattutino in presenza dell'imperatore, quei Greci, nell'ottava di Natale, cantavano in segreto e nella lingua loro alcuni salmi in onore di Dio, quando il re, che stava nascosto in una stanza vicina, rapito dalla dolcezza della loro poesia, impose a' suoi cherici di non por cibo in bocca finchè recato non gli avessero quelle antifone voltate in latino; quindi è che tutte son d'uno stile, e che in una di esse trovasi scritto conteruit in luogo di contrivit. Quegli stessi ambasciatori avean portato seco istromenti d'ogni sorta, che veduti furtivamente insiem con le altre cose rare che coloro aveano, furon dagli artieri del sagace Carlo, con gran diligenza imitati. Segnalaronsi essi principalmente nella contraffazione d'un organo, quel mirabile istromento che, per mezzo di vagelli di rame e mantici di pelli taurine, cacciando l'aria, come per incantesimo, in canne pur di rame, eguaglia co' suoi ruggiti il rombo del tuono, e con la sua dolcezza i lievi suoni della lira. Non è questo il luogo nè il tempo di raccontare dove fu posto quest'organo, nè quanto ei durasse, nè come andasse a male insieme con mille altre cose preziose che lo Stato perdette».
D'onde sono a notarsi i due sentimenti che inspirava a quei giorni l'aspetto della civiltà bisantina; prima un alto disprezzo per la viltà e doppiezza dei Greci, non avendo gli uomini forti e vigorosi che dimoravan sulla terra di Francia, e nelle cittadi a riva del Reno e della Mosella, stima veruna per quegli sciagurati eunuchi, quei giullari coperti di seta che difender non sapeano con la lancia e la spada la città loro; poi lo stupore e l'abbagliamento quasi, da cui eran presi a quella inoltrata civiltà, a quei mirabili monumenti, a quei progressi dell'industria, a quelle maraviglie della scultura, all'udire un organo armonioso, al vedere un dipinto di vivace colorito, un ricco reliquiario, o la porpora di quelle città loro sontuose. Questi due sì opposti sentimenti si manifestano nelle croniche; se parlano dei Greci come uomini, sono parole di spregio e d'astio di razza contro razza; se parlano all'incontro dello spettacolo ch'offre Bisanzio co' suoi monumenti, co' suoi giardini, con le sue statue, co' suoi vasti ippodromi, allora son tutti entusiasmo, e gli stessi monaci latini non posson far di non restare maravigliati a una civiltà che somiglia ad una bella statua d'avorio, tutta cosparsa d'oro e di gemme. La detta ambasceria di Niceforo a Carlomagno non avea sol commissione di appiccar pratiche per la confederazione tra i due imperi, ma sì ancora di stabilire i confini dell'una e l'altra frontiera in modo esatto e permanente; il che implicava la ricognizion pura e semplice del titolo d'imperatore d'Occidente nella persona di Carlomagno. In alcuni frammenti che ci rimangono, si vede anzi il cambiamento che viene operandosi nella diplomatica corrispondenza del gran principe austrasio cogli imperatori bisantini. Egli non è più rex soltanto, ma basileus e talvolta anche imperator; nè egli chiama più il signore che regna in Bisanzio col nome di padre, ma sì con quel di fratello; egli non è più tributario loro, ma loro eguale, cambiamento decisivo nelle forme, ed a Costantinopoli le forme erano tutto.
I limiti dei due imperi vennero, quanto all'Italia, assegnati sulle frontiere della Puglia, del ducato di Taranto e di Napoli; sull'Adriatico, alla Venezia, alla Dalmazia, all'Istria; verso il Danubio i territorii venner divisi per le nazioni barbare accampate nelle lande dal Danubio fino al Volga. La quale contrazione fu fatta non senza una certa giustizia ed equità, e l'effetto suo più significativo fu la ricognizione d'un impero d'Occidente, salutato dai Cesari di Costantinopoli come un rinnovamento di quel tempo in cui fu diviso il mondo romano, con due sedi in due grandi capitali città, Roma e Costantinopoli. E poichè le idee sopravvivono alle cose, e quest'imperio romano avea lasciato tante gloriose memorie de' suoi Augusti e de' suoi Cesari, non è maraviglia che uomini anche di stirpe germanica ad onor si recassero di ristaurar l'impero con le reliquie della civiltà da esso lasciate in retaggio alla terra. Il titolo d'imperator d'Occidente avea lasciato gran fama anche tra le barbare nazioni, e lo splendor di Carlomagno non ebbe ad esserne che più sfolgorante tra le generazioni.
La rinomanza di quest'imperatore e lo strepito delle conquiste e maraviglie sue, erano pur penetrati in Oriente, dove, l'anno dell'Egira 170 e di Cristo 786, seguì l'esaltazione d'un gran califfo di nome Arun-al-Raschild, o il Giustiziere, e Abulfeda racconta le guerre de' suoi primi anni che gli assicurarono il califfato. Le civiltà dell'India, della Persia e della Grecia operato avevano sulla nazione araba, e se ne trovavano tracce in ogni luogo. Gli Arabi non erano altrimenti un popolo creatore, ma sì imitatore, che ripetea le tradizioni persiane, indiane e greche; traduttori com'essi erano degli studi bisantini, ed esperti copiatori dell'architettura e dell'arti dell'Indostan, o dei monumenti sassanidi, ed eredi della scuola alessandrina, e' non sapevan da sè stessi nulla creare, ma destri erano in contraffare, imitare, tradurre. Dal dì della sua esaltazione Arun era in guerra cogli imperatori, quindi non è strano ch'ei cercasse l'alleanza di Carlomagno, nè questa politica dispiacer doveva ai Franchi d'Occidente[14], sì avversi com'erano ai Greci di Bisanzio. Riferiscon le cronache che il califfo mandò legati a Carlomagno con un presente di nuova foggia, ed era un orologio sul far bisantino, con tutta quella finezza e pazienza di lavoro che gli Arabi in grado supremo posseggono. Il quadrante era composto di dodici porticine che formavan la divisione delle ore; ogni porta restava aperta, poi all'ora duodecima, dodici piccioletti cavalieri, uscendo insieme, facevano il giro del quadrante, e chiudevan tutte le porte, e ogni giorno così. Questo lavoro, tutto d'avorio, ad ammirazione di tutta la corte di Carlomagno, fu collocato nella cattedrale di Compiegne[15].
Il monaco di San Gallo che scrive d'ogni novella, non lasciò di narrar, con tutti i suoi particolari, la venuta degli ambasciatori d'Arun, e le pratiche appiccatesi tra il califfato e il nuovo imperator d'Occidente. «Alcuni ambasciatori furono inviati all'imperatore dalla Persia, i quali pensarono di far meglio approdando ai lidi d'Italia, mossi anche dal grido di Roma che sapevano esser soggetta all'impero di Carlo. Ma essi furono accolti con sospetto dai vescovi della Campania, della Toscana, della Romagna, della Liguria, e finalmente della Borgogna e della Gallia, e altresì dagli abati e dai conti, cui fecero manifesto il motivo del loro viaggio, e da alcuni di essi non furon voluti ricevere, finchè dopo corso un anno, quegli sciagurati, stracchi e spossati dal lungo viaggio, vennero in Aquisgrana a trovar quest'imperatore tanto famoso per le sue virtù, se non che, giunti essendo appunto e annunziati al principe nella settimana più solenne della quaresima, fu differita l'udienza loro fino alla vigilia di Pasqua. Ed in questa festività, la maggiore di tutto l'anno, essendo l'incomparabil principe vestito d'ornamenti senza pari, fece introdurre alla sua presenza i legati di quella nazione, un tempo spavento dell'universo, e il massimo Carlo apparve loro tanto più maestoso d'ogn'altro mortale, che si persuasero di non aver mai prima di lui veduto nè re nè imperatore. Gli accolse egli benignamente, e concedette loro la grazia insigne di poter, come i suoi proprii figliuoli, andar dove più volessero, di esaminare ogni cosa, d'informarsi e pigliar nota di checchè si fosse. Rapiti dal contento, a tutte le ricchezze dell'Oriente anteposero il bene di non dipartirsi dall'imperatore, di contemplarlo e ammirarlo continuo. Saliti dunque nella tribuna che sopraggiudica intorno la basilica, e di là guardando ora il clero ed or la milizia, ma pur sempre ritornando cogli occhi sul principe, nè potendo, nell'eccesso della loro esultanza, trattenersi dalle liete loro acclamazioni, battevano palma a palma, e prorompevano: — Fin qui noi non abbiam veduto che uomini di terra; ma ora sì che ne vediamo uno d'oro. — Poi, appressandosi a ciascun dei grandi, ammiravano la novità delle vesti o dell'armi loro; di nuovo indi tornando all'imperatore, come al più degno dei loro omaggi. Passata così la notte del sabato santo e la domenica vegnente a tutto veder nella chiesa, furono in questo santissimo dì convitati al sontuoso banchetto del munificentissimo Carlo, insiem coi grandi della Francia, anzi dell'Europa; ma stupefatti a quanto vedevano, si levaron di tavola quasi digiuni. Ed ecco che il giorno appresso, all'istante in cui l'Aurora, lasciando il letto di Titone, dispensava la luce del sole[17], Carlo, insofferente del pigro riposo, muove per la foresta in caccia del bufalo e dell'uro[18], conducendo seco i legati; ma quei poveri Persiani alla vista di quelle immani belve, colti da grandissimo spavento, si danno alla fuga. Intanto il prode Carlo, che non sa che sia timore, cavalcando un velocissimo corridore, raggiunge una di quelle fiere, trae la spada, e fa per troncarle il capo; ma il colpo non va pieno, e il feroce animale rompe il calzare del re insiem con le strisce che lo legano, e gli sfrega con la ponta delle corna la parte dinanzi della gamba tanto da farlo poi alquanto zoppicare, e infuriato per la tocca ferita, fugge tra piante e balze per una macchia foltissima. Tutti i cacciatori vogliono spogliarsi a gara dei loro calzari, per servirne il loro signore, ma egli non lo consente, dicendo: — Io vo' mostrarmi in questo stato a Ildegarda».
Or nell'antica cronaca, l'imperatrice Ildegarda è la sposa diletta, la sollecita compagna di Carlomagno; essa non l'aveva tuttavia seguito in questa fiera caccia nelle selve della Germania, ed erasene restata in villa od in corte. «Intanto Isimbardo, figliuolo di Varino, prosegue il cronista, avea inseguito la belva, nè osando avvicinarsele troppo, le scagliò contro il suo giavellotto, cogliendola tra la giuntura della spalla ed il petto fino al cuore, indi la presentò ancor palpitante all'imperatore, il quale, senza pur mostrar d'avvedersene, lasciando a' suoi compagni di caccia il corpo dell'animale, tornossene al suo palazzo, ed ivi fatta chiamar la regina, e mostratole il lacerato suo calzare, le disse: — Che meriterebbe colui che m'ha liberato dal nemico da cui io ebbi questa ferita? — Ogni ben del mondo, rispose la principessa. — L'imperatore allora le raccontò l'accaduto, e fatte recare in testimonio le tremende corna della fiera, fu veduta la regina sciogliersi in lagrime, mandar profondi sospiri, e percuotersi il petto con ambe le pugna. Inteso poi che Isimbardo, in disgrazia a quei giorni del suo signore, e spogliato d'ogni onor suo, era quello il cui braccio avea liberato l'imperatore da un sì formidabil nemico, precipitatasi ai piedi del marito, ottenne da lui che allo stesso Isimbardo fosse restituita ogni cosa toltagli, nè contenta ella a questo, gli fece di sua mano larghissimi doni. I Persiani offrirono ancora all'imperatore un elefante con alcune scimie, balsamo, nardo, essenze diverse, aromi, profumi e droghe medicinali d'ogni sorta, tanto che parea n'avessero vuotato l'Oriente per empirne l'Occidente. Frattanto essendosi alquanto più addomesticati coll'imperatore, avvenne che un giorno in cui erano più allegri del solito e riscaldati da vin generoso, essi rivolsero, motteggiando, queste parole all'imperatore, il quale, temperantissimo, era in tutto il suo senno: — Certo, imperatore, la vostra potenza è grande, ma pur meno assai di quanto la fama divulgò nei regni dell'Oriente. — A che Carlo, dissimulando l'interno suo corruccio, rispose ridendo: — E a quale proposito dite voi questo, figliuoli miei? e da che vi fu suggerito questo pensiero? — Ed essi allora, tornando ai primi tempi del loro viaggio, gli raccontarono per filo e per segno tutto ciò che ad essi era intervenuto nelle regioni al di qua dei mari, dicendo: — Noi Persiani, Medi, Armeni, Indiani ed Eleniti, vi temiam tutti più che il nostro medesimo signore Arun. Che direm poi dei Macedoni e dei Greci, i quali paventano la vostra grandezza, come più atta ad opprimerli dell'onde del mar Ionio in tempesta? Quanto agl'isolani tutti, fra mezzo a cui siamo passati, ei si mostrano siffattamente solleciti e devoti a vostro servigio, da crederli pasciuti nel vostro palazzo e gratificati dai vostri più magnifici e onorevoli benefizi. Ma i grandi all'incontro del vostro paese non ci sembrano troppo vogliosi di piacervi, se non in presenza vostra; prova ne sia, che quando noi, per via, gli abbiamo pregati si degnassero di far qualche cosa per noi, a riguardo della vostra persona, che noi venivamo a cercar sì da lontano, eglino ci han congedati senz'ascoltarci ed a mani vuote.» Udita la qual cosa l'imperatore privò di tutte le loro cariche ed onori i conti e gli abbati, ai quali presentati si erano gli ambasciatori[19]; quanto ai vescovi, essi furon da lui condannati a forti ammende, dopo di che ordinò che i legati fossero condotti con grandissimi onori e attentissime sollecitudini sino alle frontiere del loro paese.
Queste pratiche tra l'imperatore d'Occidente e i califfi posavano particolarmente sulla scambievole necessità d'invigilare i sovrani di Bisanzio; naturalissima invero era l'ammirazion dei califfi per Carlomagno, ma anche l'interesse avea la sua parte in questi uffizi tra sovrano e sovrano. Il monaco di San Gallo prosegue indi a dir delle altre maravigliose ambascerie, che vennero a complir coll'imperatore alle sue diete d'Aquisgrana, e massime di certi legati d'un re d'Affrica, che gli recarono in presente un leone della Libia, uh orso della Numidia, del ferro d'Iberia, della porpora di Tiro e altre ricche derrate di quella contrada; e racconta, come Carlo in contraccambio sovvenne, per fin che visse, quei Libii, poverissimi com'erano in terre coltivabili, delle ricchezze che somministra l'Europa, in grani, vino, olio, e li sfamò con man liberale, conservandoli così eternamente a sè fedeli e devoti, senza bisogno di soggettarli a vergognosi tributi. Indi tocca d'una legazione dallo stesso Carlo mandata in Persia con suoi doni pel re, poi torna di nuovo al califfo Arun, dicendo com'egli volea dar tutto sè stesso e il suo regno in mano di Carlomagno, tanto andò preso alla grandezza e potenza sua. Ora, quantunque la storia non debba tenere per pretta verità ogni detto del monaco di San Gallo, sì entusiasta pel suo principe, non è tuttavia men vero, che tutto ciò non serva a provar l'importanza, che oramai i califfi e gl'imperatori d'Occidente ponevano nei vincoli fra loro, avversi come gli uni e gli altri avevano i Greci; oltre i quali i califfi aveano per avversarii gli Arabi di Spagna, che i Franchi annoveravano parimenti fra i loro nemici. Laonde Carlomagno ed Arun-al-Raschild non aveano alcun opposto interesse; che se la diversa credenza religiosa formava ostacolo alla stretta intimità loro, pur continuamente la politica e il commercio li raccostavano, ed aveansi scambievolmente in rispetto. I due imperi anche non si toccavano da nessuna parte, e Carlomagno trovava nell'amistà di Arun un modo a spaziare colle sue navi, ed a potere assecondar lo spirito di pellegrinaggio, che di que' giorni volgevasi verso la Siria. Vero è bene che Arun-al-Raschild non cedè altrimenti la signoria della Palestina a Carlomagno, chè la fu questa una di quelle tradizioni delle croniche, da porsi fra i romanzi di cavalleria[20]; ma pur sempre sussiste che egli concedè ai pellegrini libero il passo per a Gerusalemme. Queste consuetudini di pellegrinaggio erano famigliari all'Oriente, dove un sepolcro muover faceva intere generazioni, e i costumi di quei popoli erranti vi facean comuni i viaggi da un capo all'altro del deserto per atti di religione e di pietà. Furon concessi privilegi e prerogative da una parte e dall'altra, Carlomagno ed Arun fecero accordo per condursi con la stessa politica verso i Greci, e la moral preminenza dell'imperatore occidentale in Oriente ascese sì alto, che al regno suo si riferisce l'origine della maggior parte delle patenti di commercio e dei privilegi mercantili de' Francesi nella Siria.
Così da re come da imperatore, Carlomagno aveva sue corrispondenze cogli emiri di Spagna, coi conti di Castiglia, coi vassalli e con le popolazioni ond'erano attorniati gli sterminati suoi dominii d'occidente, sì che scorrendo i diplomi e le pergamene, tu resti maravigliato a tanta moltitudine di omaggi, che vengono a riverir l'imperatore. Ora sono gli emiri[21] o alcaidi di Catalogna o del Guadalquivir, che, carichi di presenti, vengono a dichiararsi vassalli suoi in mezzo alle sue corti plenarie; ora sono capi di tribù e duchi e conti che concorrono a schierarsi d'intorno alla suprema autorità dell'imperatore. Il nome di Carlomagno è sì famoso per tutto il mondo, che appena egli si mostra in questo o quel luogo, tosto a lui vengono i visitatori d'ogni paese, e il regno suo è siffattamente avventurato e forte, che appena ci ha una sola disfatta veramente deplorabile, quella di Roncisvalle. Nè le pratiche che si stabiliscon fra gli emiri, gli alcaidi, i conti di Castiglia e Carlomagno, chiamar si possono corrispondenze diplomatiche; bensì sono omaggi feudali e sommissioni per tributi e donativi; le sole corrispondenze solenni, e da pari a pari son quelle che egli ha cogli imperatori di Costantinopoli e coi califfi di Persia.
Ci ha qualche diploma che testimonia pur le corrispondenze di Carlomagno coi capi, reges o condottieri dell'ettarchia sassone, e particolarmente con Offa, re di Scozia, che, a quanto pare, era amico dell'imperatore. L'Inghilterra, con tutti i suoi ripartimenti e sminuzzamenti infiniti, avea avuto il privilegio di mandar quasi tutti i più potenti convertitori di popoli che scorrevano la Germania a predicarvi la legge di Cristo. Questi sacerdoti, Bonifazio in capo di lista, che venivano dalla Gran Bretagna, per annunziare la fede al mondo, aveano un non so quale ardimento e coraggio, come tutte le popolazioni sassoniche; quindi è ch'eglino attraversavano sicuramente la Belgica e la Neustria, per portarsi sulle rive dell'Elba. Carlomagno poi ponea gran cura a protegger questi predicatori, stromenti come erano operosissimi per la conversione della Sassonia, e li esorta e prega continuamente di visitar le provincie dell'impero suo, e vuol che seguasi l'esempio sì prevalente di san Bonifazio, e che i predicatori cristiani vengano a raffermar la conquista; infatti queste comunicazioni co' sacerdoti anglosassoni, prepararon quell'altre più ampie che si stabilirono in sul finire de' Carolingi. Ma fino al regno d'Alfredo il Grande, nulla si fa di qualche momento in Inghilterra; la razza sassone vivea ne' suoi campi militari, frastagliata in ettarchia, senza maggiore unità di quella che ci avea nell'Austrasia e nella Neustria innanzi all'esaltazione di Carlomagno, e il cercar ivi regolari comunicazioni, sarebbe un medesimo che mostrarsi ignari dello spirito dei tempi e della storia.