Privilegio degli uomini che primeggiarono nella storia, è l'assorbir tutto lo spirito d'una età; il secolo piglia nome da loro, non v'ha letteratura, nè poesia, nè storia, se non all'ombra della fama loro. Tale si fu a Roma il secolo d'Augusto, e tale al medio evo, il secolo di Carlomagno; allato alle ampie conquiste, e più alto che l'ordinamento politico, vediamo l'impero incontrastabile del sapere, uno smisurato universal desiderio d'ampliarlo, una prepotente inclinazione pe' classici studi. Nel parlar ch'io feci delle gloriose guerre di Carlomagno, ebbi a noverare i conti valorosi e forti, che gli furono compagni nelle imprese militari; ora parmi necessario di pigliar a considerare gli uomini che contribuirono a far procedere innanzi la civiltà, molto più che in questo punto luminoso, situato fra la prima e la terza stirpe, ci ha qualche illustre intelletto che si vuol togliere all'obblivione dei secoli, e siffatto lavoro formerà il natural compimento di questi annali. Ho a parlar di opere morte, di idee che più non corrispondono a nulla di quanto alletta l'attual società; ho a dir come intere generazioni andavano alle scuole de' monasteri per ascoltarvi sottili dissertazioni; ma oimè! manco per avventura sottili di certi pensamenti intorno ai diritti ed alle prerogative delle moderne podestà.

Carlomagno, a imitazione degli altri grandi uomini, signoreggiar volea la letteratura del suo tempo con la forza medesima da lui posta a crearsi l'impero. La natura sua fatta non era per lo studio; infatti, quasi continuamente affaccendato nelle lunghe sue guerre, come potea trovar il tempo da dedicare alla lettura ed alla meditazione dei libri? E nondimeno egli lasciò varie opere messe insieme con iscrupolosa accuratezza. I capitolari, fra queste, non sono altrimenti letterari monumenti, nè alcun orma hanno in sè del progresso delle lettere; sono atti legislativi, scritti di mano in mano, a seconda delle contingenze; alcuni anche (ommessi dai compilatori e raccolti dal solo Galdasto), benchè monumenti rari e preziosi, riputar non si deggiono, nè sono che semplici rescritti e diplomi[129]; parecchi di quei valorosi conti, usciti dalla schiatta dei Sassoni, aveano accompagnato l'imperatore alla guerra contro i Saraceni di Spagna, ed egli, con un capitolare dettato al suo cancellarius, distribuiva loro grandi tratti di terra in Turingia, con diritto di far lavorare nelle miniere d'oro e d'argento; o pure, l'atto da lui dettato era a favor della sua diletta città d'Aquisgrana, di cui egli stesso ricorda l'antica origine, e gli splendidi privilegi; o se più vuoi, in qualche altro ad esaltar si fa il titol di nobile appo i Franchi e i Germani, o diventa poeta descrivendo i misfatti enormi che si commettono in Francia e in Italia, e dice: «Queste colpe han provocata la collera di Dio, la sua pazienza è giunta al colmo, e vuole sterparle col castigo del fuoco agli sciagurati autori di tante enormezze.»

Nel secolo scorso fuvvi come un pellegrinaggio di dotti in cerca delle opere di Carlomagno, e i padri Martene e Durand, benedettini, andarono di città in città scorrendo l'Italia, per trovare le tracce dei capitolari e i documenti dei tempi carlinghi, in che già preceduti gli avea il padre Mabillon; e le indagini da essi fatte per le biblioteche fruttarono fortunati scoprimenti, da cui poscia i dotti seppero trarre profitto. Le lettere di Carlomagno furon quindi raccolte e coordinate, ed una ve n'ha importantissima da lui dettata e indiritta ad Elipando Toletano ed agli altri vescovi di Spagna, sul proposito dell'eresia di Felice da Urgel, fulminata dal concilio di Francoforte. «Oh quanto grande è il ben che viene dall'unità religiosa! E che v'ha egli di più ammirabile, di più santo della cattolica religione? Perchè dunque infrangere la venerabile autorità sua? Poco era per costoro il vivere in mezzo ai Saraceni di Spagna, che gravar vollero la propria condizione con un errore ancor più funesto, errore unanimamente condannato da un concilio di vescovi rappresentanti tutte le chiese dell'impero. Orsù! accettate in pace questa sentenza dei concilii, nè vogliate presumervi più sapienti della Chiesa universale.» Tali sono le parole di Carlomagno in quella lettera autenticata col suo sigillo[130].

L'imperatore la fa pur da teologo in una curiosa spiegazione che egli dà intorno a Settuagesima, Sessagesima, Quinquagesima, nomi ecclesiastici delle tre domeniche che precedono la quaresima; e questo avviene appunto in quel tempo ch'egli ha più da far come re dei Franchi e dei Longobardi, e ch'egli attender dee a più guerre ad un tratto. Mente in vero suprema e maravigliosa! La più curiosa di queste lettere dimostra il suo nobile amore agli studi, volendo egli che sieno aperte scuole in tutte le chiese. «E ponete, dice, a condur queste scuole uomini atti.» Poi, il fiero principe, uscito dalle foreste, si fa ad enumerar quivi lungamente i vantaggi della scienza, madre e fonte di tutte le cose[131]; dove si sente già il pensare di chi ha corso l'Italia, dell'amico d'Adriano, del patrizio di Roma! Certo che alcuni di questi atti sono opera dei cherici che circondano Carlomagno; ma e quel nobile impulso allo studio non viene forse da lui? Egli vi si adopera senza posa; fa compilare una raccolta di omelie per utile delle chiese, e vi premette una prefazione, nella quale il proposito suo è di provar che lo studio è il primo dei doveri; e scorre l'intiera sua vita, e se trova in essa qualche ragion di lode, si è solo pel poco ch'egli ha fatto a pro delle scienze; a considerarlo nella sua vita attiva tu diresti ch'egli è tutto nelle sue conquiste, tutto atteso ad aggiunger nuove terre all'impero suo, qua contro gli Unni, colà contro i Saraceni ed i Sassoni; e pur non è cosa che negli scritti suoi dia a conoscere il conquistatore; tutto ivi sente del legislatore e del principe studioso. Sì grande com'è, si vede ch'ei si piace negli studi teologici; e cosa che non par credibile, compone di suo un trattatello sui doni dello Spirito Santo, e scende alle più minute disquisizioni per promovere l'amor degli studi, ed entra in lizza solo perchè abbia maggiore importanza e splendore. In fatti, può egli scegliere argomento più sublime a trattare, dei doni e attributi dello Spirito Santo? «Gli antichi filosofi avean essi ricevuto il dono dello spirito?» Carlomagno lo nega: «Però che ricever non si può verun di siffatti doni, senza tutti raccoglierli.» Tal altra fiata l'imperatore depone in seno a' suoi confidenti i grandi suoi disegni per l'avvenire; e scrive, esempigrazia, ad Angilberto, a cui dà il misterioso nome d'Omero[132], d'andar privatamente a trovar papa Leone: «Chè troppi sconci sono nella Chiesa, e vuolsi ad ogni modo diradicar la perniciosa zizzania della simonia.» E per quella via gli offre il danaro necessario ad innalzare in Roma una basilica a san Paolo. Le discussioni intorno allo spirito formano il soggetto di un'altra lettera al papa, e quasi d'un altro trattatello dommatico, in forma di sottile dissertazione che sembra opera di un ecclesiastico piuttosto che di un guerriero. Il tempo presente, con quel suo superbo sprezzo, non comprenderà certo come un potente imperatore sia disceso a queste sottigliezze; ma il perdersi in sottigliezze non è già il tarlo di un potere o d'un tempo solo; ogni età ha le sue cose puerili, le sue fanciullesche dissertazioni sopra i misteri dell'autorità; all'ottavo secolo Carlomagno fece il mestier del teologo; in altri tempi avrebbe fatto il mestiere del politico.

Ora eccolo poeta, in atto di scandere i versi latini, l'idioma scientifico di quella generazione: il tradurre le opere della lingua comune e romanza in latino era cosa che usavasi fin sotto la prima stirpe; e la stessa canzon guerriera dei Franchi in armi era tradotta in latino. Oltre all'affettuoso epitaffio di Adriano, addio d'un figliuolo al padre, che vedemmo scritto da Carlomagno, egli avea pure mandato al papa un picciolo salterio che comprende un intero poema in lode del pontificato. Protettor com'egli era degli uomini di lettere, amava pure o di farsi egli incontro a loro, o di chiamarli a sè; onde a Paolo Varnefrido, o Paolo Diacono, che s'è ritirato a Montecassino per vivervi da eremita, indirizza alcuni versi elegiaci affine d'indurlo a venir di nuovo alla sua corte, tal che l'hai per Augusto che scriva a Virgilio; e quando Alcuino, vecchio e logoro, si toglie dalla corte, a lui scrive come a suo maestro e dottore: «O padre, voi vi siete ritirato in solitudine, e buon per voi; aiutatemi con le vostre orazioni a conseguire l'eterna salute.» Poi trovandosi a Roma, l'imperatore detta di colà nuovi versi al solitario di Montecassino, al suo Varnefrido, dicendogli: «Perchè non venire a trovarlo in Roma, perchè dimenticarsi così dell'amico?»

Poscia il potentissimo principe si converte in gramatico, e prende a fare un lessico della lingua tedesca, con le parole latine a riscontro, lavoro comparativo da lui piantato su larghissime basi; indi corregge di sua mano gli esemplari della Scrittura, e convien dire ch'ei fosse pervenuto a un alto grado di perfezione nello studio delle lingue, se gli annalisti suoi si curarono di notare che re e imperatore riscontrò con grandissima diligenza i quattro Evangeli sul testo greco e la versione siriaca[133]. Egli sapea dunque le lingue orientali a segno da tradur gli Evangeli dalla lingua ebraica nella tedesca, e da critico acuto riscontrava gli Evangelisti fra loro, li punteggiava e correggeva. Amasi talvolta di contemplare i grandi uomini nelle picciole opere, quando scherzano, a così dire, col destino a cui sono nati; e quindi bello è ancora veder Carlomagno dar vita o indirizzo ai libri carolini intorno al culto delle imagini, spiegare il senso del concilio di Francoforte, avverso al culto delle arti, e termine di mezzo tra la dottrina iconoclastica, che non vuole rappresentazioni di sorte alcuna, e la sentenza di alcuni artisti greci, che sostengono l'adorazion delle imagini essere altrettanto santa, quanto la medesima Trinità. Egli è difficile che un uom sovrano non si frammetta delle quistioni del suo tempo, e tanto più s'egli ha obbligo di governare la società, chè allora non gli è lecito sequestrarsi dalle opinioni che si agitano intorno a lui, dovendo, chi regge gli uomini, investirsi fin anco delle loro passioni. Quanto alla lingua usuale di Carlomagno, già dicemmo essere la tedesca, e abbiamo ancora di suo, in questo idioma, un formolario per la confessione. Curioso è in vero veder, per istoria, l'alacre attività di questo sovrano intelletto, che non punto spaventato da queste minuzie e frivolezze della vita, gode anzi di travagliarsi in questo compito letterario ch'egli insiem cogli amici e confidenti suoi ha imposto a sè stesso. E questo è pure un tratto di rassomiglianza che la storia trova in tutti i conquistatori; aman essi d'intrattenersi coi letterati e con gli scienziati, nè sdegnan punto d'entrar in gravi o ameni discorsi con loro; però ch'ei sanno, una nazione non poter esser grande e forte, se non per l'opere dell'ingegno. Ed essi medesimi che sarebbero mai, se la storia non s'impossessasse del loro nome? Il nome che più illustre splenda allato di Carlomagno, in fatto di scienze e di lettere, quello si è d'Alcuino, che fu promosso alla dignità d'abbate di San Martino di Tours. Nasceva egli di nobili e facoltosi parenti, l'anno 735, nella provincia di Jorc, con vari fratelli, un de' quali fu vescovo di Salisburgo, e tanto era in lui il sapere e l'ingegno, che si meritò il soprannome di aquila. Studiò fanciullo nella fortissima e dottissima scuola di Jorc, dove insegnavasi il latino, il greco e l'ebraico, e dove da discepolo divenne maestro, da studiante, bibliotecario; poi fu fatto diacono di quella Chiesa, degna sorella dell'altra di Cantorberì, ed amendue ufiziate dai monaci di San Benedetto. Salito in grido ben tosto, visitò Roma e l'Italia, ivi scontrossi in Carlomagno e il re e il sapiente subito furon d'accordo; Alcuino promise di recarsi in Francia, tenne la sua promessa, e v'ebbe ricche abbazie; poi si mise nello stesso palazzo di Carlomagno, e vi tenne cattedra di scienza, siccome pare, leggendo pubblicamente sotto i portici di quelle regie dimore, e ristorando gli studi dell'antichità con la guerra ch'ei fece all'ignoranza insieme ed all'eresia. Nè guari andò che, ritiratosi nella solitudine di Tours, applicossi a meditar la Scrittura, e fece di propria mano una copia correttissima e perfetta dell'Antico e Nuovo Testamento, da lui, con una lettera dedicatoria, profferta a Carlomagno. Alcuino morì molto innanzi negli anni, e nell'antica chiesa di San Martino conservossi per gran tempo l'epitaffio, pieno di umiltà, da lui per sè stesso composto. Apprezzabili sono le opere che di lui ci rimangono. Le sue quistioni intorno alla Genesi sono una vera dissertazion filosofica che sa della scuola sassone del venerabile Beda; ivi egli bravamente va discutendo su quelle parole di Jeova: «Facciamo l'uomo a nostra imagine e somiglianza:» e questo scritto, di tal merito che vi fu chi volle attribuirlo a sant'Ambrogio e a sant'Agostino, fondò la prima riputazione d'Alcuino. Compose indi un trattato sui sette salmi penitenziali, sull'uso da farne e sui notabili precetti, che trar se ne ponno a ben vivere. «O anime sante (così egli) cantate, cantate le laudi del Signore,» gli inni di glorificazione. Ma e il Pange lingua, quel cantico sublime, è opera di Fortunato o d'Alcuino? La quistione pende ancora indecisa dinanzi al tribunale della critica. Poi, ancora il sassone dottore, discute intorno all'Ecclesiaste e al Cantico dei Cantici. Che significan quelle parole: «Ci sono sessanta regine e ottanta mogli di seconda schiera?» In che si oppongon esse alla santa unità del matrimonio?

Segue indi un trattato sulla Trinità santa e indivisibile, dedicato a Carlomagno, col quale intende a raffermarlo nella fede cattolica, e però che Carlomagno è pur sempre il simbolo per lui della protezione e dell'invocazione, a lui scrive sotto il nome di Davide, della differenza che passa tra l'eternità, l'immortalità e la perpetuità, tra secolo, età e tempo[134]. E dopo questo si scaglia nella filosofia più sublime, in un trattato sulla ragione dell'anima[135], da lui indiritto alla vergine Eulalia, alla quale, seguendo il genio suo poetico, manda un'orazione in versi a Dio, con una breve istruzione e litanie, e altre preci. Nè men potente è Alcuino dov'ei si fa controversista, e se la piglia con Felice d'Urgel, dicendo: «E che cosa insegna questo eresiarca? Forse alcun che di nuovo? No, perchè dir che Cristo è il figliuolo adottivo di Dio, e non più, è risuscitar gli errori di Nestorio.» E così dov'entra in controversia con Elipando, vescovo di Toledo; e detta un libro sull'Incarnazione, difendendola e santificandola, e ora svolge la grandezza del battesimo, e ora le maraviglie dei Sacramenti; esalta la virtù, danna il vizio, e sentenzia che la vita ha da essere un composto di castità e di purità.

Fin qui Alcuino s'è tenuto nel campo della filosofia, ma d'ora innanzi egli scorre quel delle lettere e delle scienze più amene, e l'opera sua prima in questa materia è un trattato delle sette arti liberali, di cui soli ci restano alcuni capitoli. Quello fra essi che tratta della gramatica, è a forma di dialogo tra un Franco ed un Sassone che discutono intorno alla punteggiatura, alle parole, al senso loro. Ingegnoso è il disegno di questo dialogo, in cui il Franco e il Sassone parlano due lingue distinte. Segue dappoi un altro trattato sulla retorica e sulla virtù, più curioso ancora del precedente, per la qualità degli interlocutori, che sono Alcuino stesso e Carlomagno. Il dottore ama quivi di provocare il potente principe alle quistioni più alte della scienza, e lo fa stare continuamente in scena, in modo che tu diresti esser egli la sua providenza, la sua forza, la sua salvaguardia, il suo tutto, e te lo mostra come un saputo teologo, e un dottor cattedrale. Alcuino ha studiato le opere di Cicerone, e Aristotile stesso non gli è ignoto; in ogni parte, a quel tempo, traspira lo studio degli antichi; in fatti quest'accozzamento della dottrina e della virtù in un medesimo trattato non è fors'egli un simbolo adombrato già da Cicerone nelle sue lettere famigliari? E l'arte del ben parlare, non dee forse aver l'origine sua nel pensiero e nel proposito di ben fare?

Tutto negli studi d'Alcuino si riferisce a Carlomagno, protettore ed amico suo; nulla egli scrive che a lui non sia dedicato; egli è un maestro sempre in commercio co' suoi allievi, l'imperatore e i figliuoli di lui: principio ed autor com'egli è della scienza, ei discende tuttavia ad insegnare i primi rudimenti, e il suo dialogo col principe Pipino è un modello analitico della filosofia umana e cristiana ad uso dei giovani. E scrive la vita di san Vasto, vescovo di Arras, e compone iscrizioni sepolcrali, chè il sepolcro era il pensiero di tutta quella generazione. In fatto poi di lettere, nessuno ebbe a scriverne più di Alcuino, e prezioso è il suo epistolario, molto più ch'esso addita il progresso delle arti e delle scienze, nè v'ha nulla mai di superfluo in questo studio dello spirito umano. Ventisei di queste lettere sono indirizzate a Carlomagno, e trattano d'importantissimi e svariatissimi argomenti: di storia, di giurisprudenza, d'astronomia, alcune in versi latini ed altre in prosa. La poesia forma il sollievo di quell'uom grave, ed egli ama di compor inni in onore di Dio e in esaltazion dei misteri di nostra religione. Leone III viene in Francia, ed Alcuino scrive un lungo poema in onor suo; poi, mescendo i nomi dei santi cristiani alle memorie di Grecia e di Roma, indirizza versi agli amici suoi sotto i pseudonimi di Dafni e di Menalca; poi un poemetto sulla vigilanza del gallo, poi un altro sulla tristezza e servitù del mondo, poi un lungo poema eroico, fatto a celebrar la storia degli arcivescovi di Jorc, e fin compone una genealogia di Cristo. Grande è la rassomiglianza sua con sant'Ambrogio e sant'Agostino; egli è, al par di loro, un filosofo letterato, disputatore, ingegno ameno per la forma, e scientifico per le memorie e gli studi profondi della scuola sassone. La storia di costui è appunto importantissima, perch'ella si mesce e confonde con quella di Carlomagno, di cui egli è institutore, e a lui attribuir si dee il risorgimento degli studi.

Questa curiosa smania che trae alcuni di quegli scienziati verso l'antichità greca e romana, manifestasi principalmente in un monaco semplice, di nome Angilberto, ch'erasi meritato il soprannome d'Omero del tempo suo, siccome Carlomagno il chiama nelle sue lettere. Alcuino veniva, quasi pellegrino, dalla Sassonia; e Angilberto era della Neustria, ed il più caro allievo e discepolo che quegli si avesse, e ben per saggio e prudente il conobbe Carlomagno, che il diede per primicerio a Pipino, quando fu coronato re d'Italia. Poi di colà ritornossene in Francia; sposò Berta, propria figlia dell'imperatore, e venne in tanto favor di questo, ch'ei fu fatto duca e governatore della Francia littorale dalla Schelda fino alla Senna. Uomo tra i più atti agli affari del tempo suo, com'egli era, fu adoperato nelle legazioni di maggior rilievo; giovine ancora, e consentendolo Berta sua moglie, ritiratosi nel convento di Centula o San Ricchieri, pigliò l'abito di bigello come semplice monaco, e vestito di quest'umil tonaca, accompagnò Carlomagno a Roma, quando ivi fu cinto della corona imperiale; finalmente, rinunziato al mondo, passò di vita nel monastero suo di San Ricchieri, dove fu sepolto, secondo l'ultimo suo volere, alle soglie della chiesa, con un epitaffio, non tanto modesto, quanto quel d'Alcuino. Quest'Angilberto, l'Omero della corte di Carlomagno, fu di fatto un poeta. Indirizzò egli a Pipino, re d'Italia, parecchie centinaia di versi, nei quali gli dipinge la gioia che provò Carlo suo padre al rivederlo dopo un'assenza di più anni; poi Pipino, tutto forza e valor giovanile, tornava vincitore degli Unni, e Angilberto celebrava le sue vittorie; s'ei fondava un monumento, una chiesa, un monastero, e Angilberto esaltava in versi queste sue fondazioni; poi ora scriveva epitafi, ora dedicazioni di chiese, dilettandosi egli di scriver nel marmo quei caratteri che invitano all'orazione ed alla meditazion della morte.