Pochi anni appresso, il monastero di Sithieu ottiene un altro regio diploma, che porta in fronte: De venatione sylvarum (della caccia ne' boschi); ed ivi Carlomagno prende il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi e di patrizio di Roma. «Noi confermiamo, ivi è detto, per l'eterna nostra salute, i doni da noi già conceduti ai servi di Dio; e però si fa noto ai presenti ed ai futuri, aver noi conceduto ad Ardrado abbate, ed ai monaci del monastero di Sithieu, la facoltà di cacciare nei boschi, così essi come la loro gente, sì che possano aver modo ad uccider de' capriuoli, affin di servirsi delle loro pelli a coprire i libri ed a far guanti e cinture, e questa facoltà s'intenda concessa loro in perpetuo.» Onde, se gli abbati di San Bertino dimandavano di poter con pelli ferine coprire i loro volumi, per difenderli dai guasti del tempo, segno è che aveano già una libreria ragguardevole. Infatti ancor giunto non era il trambusto che fu alla fine del secolo nono, nè i Normanni aveano ancora saccheggiati e arsi i monasteri.
Non pochi erano i libri al tempo di Carlomagno, e formavano come a dir le reliquie dell'antica sapienza e il vanto del monastero. Alcuni di quei cataloghi, che ancor ci rimangono, comprendono non che tutte le opere dei padri della Chiesa, come sono san Girolamo, san Paolo e gli altri, e le antiche e sacre scritture, anche gli autori profani, Virgilio, Orazio e fin Ovidio co' suoi poetici amori. Ci avea severissime pene contro chi distruggesse i libri, e quella pure della scomunica, troppo importando il salvar que' preziosi tesori dalla malizia o negligenza altrui. Il carteggio epistolare degli abbati di San Bertino coi papi era attivo e continuo, e godendo eglino il privilegio di dipender direttamente, per la loro giurisdizione, dai pontefici romani, chiedevano ad essi consigli sui negozi del mondo, ed in ogni cosa aveano a che fare: ne' concilii, nelle adunanze pubbliche, nei placiti, e ci venivano colla mitria in capo e il pastorale in mano.
Vedete voi que' marmorei pontefici corcati sopra i loro monumenti con iscrizioni dei tempi caroliniani? Sono gli antichi abbati di Sithieu, rosi dai secoli; ma fu un tempo in cui questi uomini potenti, all'ombra del loro monastero, contrastavano contro i re medesimi, custodivano i re scaduti, avean giurisdizione sovrana, e regi dominii, e una repubblica sotto il reggimento del pastorale. Bello era veder quei monaci darsi d'attorno, all'appressarsi dell'elezione, e opporsi vivamente a quell'abbate, che troppo pio avesse voluto introdur la riforma nel monastero, ponendo innanzi i loro privilegi, a cui erano affezionati come alla vita medesima. Ma questo nome di riforma, bene udire il facevano i pontefici più severi e religiosi, e quando i monaci si scostavano dalla regola austera, imposta da san Benedetto, scriveano loro: «Emendatevi, però che l'ozio è contro la vostra Regola.» E quando essi troppo a lungo sedevano in refettorio, o non osservavano i digiuni comandati dalla Chiesa, o violavano i canoni dei concilii, se si abbeveravano di vin generoso, se satollavansi co' pesci del vivaio, o con la selvaggina del bosco, i papi li minacciavan dell'interdetto, e venerandi custodi, come questi erano, della santità de' costumi, non pativano nè il praticar delle donne per entro alle celle, nè la vita romorosa della caccia per le foreste. Simili riforme erano eziandio tentate da qualche vigile abbate o austero vescovo; ma allora che recalcitrar, che gridare! Que' religiosi che non volean saper di riforma, mormoravano contro l'abbate dittatore, i pochi, stretti in tempestose leghe, con lui contrastavano, e il cartolare di San Bertino appunto a conoscer ci dà la storia di così fatti contrasti.
Gli annali dei monasteri sono nel medio evo la parte attiva, intellettuale, politica della storia; ma s'ha egli a porre allo stesso ragguaglio e dare il medesimo pregio alle canzoni eroiche, vere epopee di quell'età? Nessuna di siffatte tradizioni, ci convien ridirlo, fu scritta contemporaneamente al regno di Carlomagno, e fatica gittata sarebbe il cercarvi i fatti veri della vita del grande imperatore; sono anzi ricami intessuti sull'ordito dei fatti veri, narrati dalla cronica, dove al tutto manca la verità in quella che chiamasi cronologia storica; gli autori di queste canzoni eroiche pigliano un fatto, e lo acconciano a modo loro, in quella guisa che i miniatori del medio evo dipingevano Giuditta, Oloferne e gli altri personaggi del Nuovo Testamento, abbigliati alla foggia che usavasi al tempo in cui miniavano! Così fanno i trovieri, e tu vedi a piena mano profusi nelle loro canzoni i colori, e a ogni poco descrizioni di battaglie e di costumi della vita feudale; e poichè quanto ancor ci resta di così fatti poemi non va più su del secolo duodecimo, gli è naturale che i trovieri da cui furono composti, gli abbiano tinti dei costumi e degli usi de' loro contemporanei, tutti figurandoli in persona di Carlomagno. Il fondo di tutti questi poemi è lo stesso, solo la coloritura è diversa; le originali canzoni eroiche schierano uno stuolo di paladini intorno a Carlomagno, e gli formano la sua pleiade; il conte Orlando, Uggero il Danese, Olivieri, Turpino, Ganalone di Magonza, i quattro figli di Amone e il longobardo Astolfo, sono continuamente in campo con lui. I quali nomi furon dai trovieri tolti alle croniche per attribuir loro quel maraviglioso che forma, come a dire, il fondo dei loro episodi: le guerre dei Sassoni, dei Longobardi, dei Saraceni, o i pellegrinaggi di Carlomagno a Gerusalemme o a Sant'Jacopo di Compostella, sono i temi invariabili dei romanzi cavallereschi: vasto campo in cui tanti prodi paladini si veggono e tante prodezze! Nè già è che prestar si debba intera fede a queste cavalleresche epopee; ma nell'indagine de' tempi antichi, tutti gli indizi e gli elementi giovano a formarsi un giusto concetto della società.
E chiunque ha in pregio la storia, non isdegni pur le verbali tradizioni, che passarono d'età in età, e delle quali grande numero troverà sulle rive del Reno e della Mosa, relative al periodo carolino. In qualunque delle età alemanne egli vegga una statua colossale, con la corona in capo e la spada in pugno, quello è Carlomagno; se in vece sia un dipinto, foss'anco un avanzo d'un san Cristoforo dell'Olbein, esso è pur Carlomagno! La polvere delle ruine ha sepolto i monumenti da lui edificati, salvo poche reliquie che rimasero in piedi: Carlomagno fu quello che pose la prima pietra di questo coro della basilica d'Aquisgrana; vedete quel sepolcro coperto d'un'ampia lapide? ivi dentro egli posava con giunte le mani; quel sedile di pietra gli è il medesimo in cui sedeva alle corti plenarie; questo cerchio d'oro, questa corona era quella di Carlomagno; quest'arca benedetta chiude le sue ossa; le foreste della Mosa, della Mosella, del Reno udivano i nitriti de' suoi cavalli e i latrati de' suoi cani; que' castelli colà oltre, sul monte, le cui ruine si confondono coi poggi indorati dalle viti, furon le sue dilette dimore, però ch'egli avea caro di spesso visitare Magonza, la sede episcopale di san Bonifazio. A Francoforte ancor durano alcune vestigia del suo palazzo; la via in riva del Reno è tutta carlinga, e tu vi spiri un aere tutto pregno di ricordanze, che tutte ti richiamano il grande imperator d'Occidente; le instituzioni germaniche, le leggi, le pompe, le feste, tutto si riferisce a Carlomagno, il fondatore di tutto ciò che v'ha d'antico e di grande in Franconia, in Svevia, in Turingia, in Baviera, nella Belgica, dal Reno fino alla Sala.
Ond'è, o grande imperatore, che le generazioni del Reno ti santificarono e posero la tua vita nelle leggende, e tu divenisti per le semplici popolazioni dell'Alemagna san Carlomagno! Or quando a Colonia, ad Aquisgrana, a Magonza, vedi un santo muoversi nella sua nicchia, e odi suonar gli orologi, e gli inni rimbombar sotto quell'ampie volte, tutto è per Carlomagno. Scorri le liturgie tedesche, e ci troverai l'imperatore onorato qual santo; leggi la bolla d'oro, e apprenderai che da esso derivano tutte le leggi germaniche. Le imagini di Carlomagno son ivi adorate al pari delle reliquie; si cerca ivi il suo cranio, le sue ossa, le sue pietre, le sue fondazioni, e il suo nome riempie di superba compiacenza gli abitanti del Reno.
Il popolo che si ristora alle tepide sorgenti d'Aquisgrana, nel discendere gli scaglioni che mettono alla bollente fontana, e nell'appressarsi la tazza di cuoio alle labbra, pensa a Carlomagno; quella calca che trae al giubileo della chiesa d'Aquisgrana, nel tempo che si espongono le reliquie alla vista di migliaia e migliaia di pellegrini venuti di Baviera e di Svevia; quella calca che inginocchiasi e prega, s'inginocchia e prega dinanzi al grande imperatore; e il navicellaio del Reno, nell'intonar le sue tedesche canzoni, le tradizioni o leggende d'amore, agitato è pur dalle memorie di Carlomagno, di Berta dal gran piè sua madre, di Emma sua figlia, la nobile amante di Eginardo, il protettore della badia di Sellinstad, le cui ruine dinanzi a lui si dileguano fra le ultime nebbie della sera. Di questo modo se avvien che un grande nome si stampi nella storia d'un paese, tutte le tradizioni vengono a congiungersi a quello, ed esso diviene il vanto, la poesia, la forza morale d'una nazione!
CAPITOLO XII. INDOLE E CARATTERE LETTERARIA DEL PERIODO CARLINGO.
Opere letterarie di Carlomagno. — Frammenti delle sue lettere. — Suol versi. — Biografia d'Angilberto. — Landrado, arcivescovo di Lione. — Agobardo. — Turpino, arcivescovo di Reims. — Teodolfo, vescovo d'Orleans. — Adalardo, abbate di Corbia. — Angesiso, abbate di Fontenelle. — Felice, vescovo di Urgel. — San Benedetto d'Antano. — Altri scrittori oscuri. — Gli studi alla fine dell'Impero di Carlomagno. — Quanto ei fece a favor delle lettere e delle scienze. — Teologia. — Filosofia. — Scuole e biblioteche monastiche. — Prototipi della scienza germanica. — San Gallo. — Fulda. — Magonza. — Scuole dell'Austrasia. — Metz. — Verdun. — Scuole della Neustria. — San Germano di Parigi. — Corbia. — San Martino di Tours. — Scuole italiche. — Montecassino. — Morte del diacono Paolo Lombardo. — Inizio del secolo letterario di Lodovico, figliuolo di Carlomagno. — Incmaro, arcivescovo di Reims. — Lupo, abbate di Ferrieres. — Pascasio Radberto.
800 — 814.