Le Vite dei Santi son pur una fonte, ch'egli è mestieri consultar continuamente chi scrive intorno alla storia del medio evo, non già per accettar tutto che la pietà del servo narra del padrone, a' miracoli del quale tien dietro, ma sì per la pittura dei costumi ch'ivi trovasi intera. E qual è il secolo che non abbia le sue leggende? Qual è l'uom sovrano, di cui posteri e contemporanei non dican favole e novelle? Chi non ha la sua storia romanzesca, la sua mitologia vicino alle realità? Quando s'è riempiuto il secolo d'un nome, gli è ben d'uopo che storici e poeti giustifichino l'ammirazion loro col raccontarne prodigi, gli è ben d'uopo che dicano perchè posero un uomo in tanta altezza; ond'è che se tu leggi, esempigrazia, il leggendario dei santi, scritto dal celebre arcivescovo Iucmaro, ci trovi particolarità e fatti della vita domestica di Carlo Martello, di Pipino e di Carlomagno; e così l'anonimo che scrisse la vita del beato Alcuino, racconta mille particolarità intorno alle corti plenarie e agli studi, al tempo dell'imperatore.

Ma il più ampio, il più ragguardevole di siffatti leggendari, si è il libro, o per così dire il poema, sì particolareggiato e rilevante, noto sotto il titolo di Miracoli di san Benedetto, scritto dal franco Aldorano, monaco di San Benedetto. Ivi, nella lunga relazione dell'innumerabili fatiche di quell'uomo smisurato, che fondò la civiltà e la regola in Occidente, troverete l'episodio del conte Rodolfo e della sua concubina, sprofondata nell'inferno, racconto che assister ci fa a tutte le larghezze ed a tutti i donativi fatti già dai re alla badia di San Benedetto in sulla Loira, dov'essa è navigabile; curioso documento sul commercio dell'era carolina. Leggete ancora i Miracoli di san Dionigi, scritti da un pio religioso di questa badia nel nono secolo, e per conseguente contemporanei, e vedrete che questa leggenda è una specie di descrizione della vita civile sotto i Carolingi. Che se poi vi piace far cognizione degli usi germanici di Carlomagno, e sapere i silvestri costumi della Svevia, del Reno e della Mosa, scorrete le relazioni dei Miracoli di san Goaro, scritti da un monaco della badia di Prumia, fondata dall'imperatore. Qual germanica semplicità in quelle narrazioni! Tutto ivi, per verità, si riferisce al Santo, tutto volge a chiamar la venerazione e i doni sul monastero; ma pure queste leggende del bosco e del deserto ci danno assai bene a conoscere i tempi caroliniani, e in queste vite de' santi si trovan più che altrove le particolarità della vita pubblica o privata di quelle generazioni. Onde chi ama le cose antiche, legga i Miracoli di san Vandregisillo, abbate di Fontenelle, che contengon la storia della conversione di un Sassone; legga la Vita di sant'Angilberto, abbate di San Ricchieri, e vedrà come Berta, una delle figliuole di re Carlo, presa da grandissimo amore per Angilberto, ch'ella vedeva esser più che qualunque altro caro a suo padre, ardentemente desiderando d'averlo a marito, nè attentandosi in cuor suo di dirlo al padre, fece in modo tuttavia ch'ei lo venne a sapere. Il quale, benchè di mala voglia vedesse la figlia sua in preda a quest'amore, pure per tema di peggio, e considerato che Angilberto discendeva d'antica e nobil prosapia, aderì al desiderio della figliuola, e vedrà come avutala questi in isposa, depose l'abito sacerdotale, e lasciata la corte, venne a stabilir la sua dimora a San Ricchieri, sdegnando le vane pompe degli onori, per vivere in quel monastero con la sua Berta, la quale pigliò pure il velo nel chiostro medesimo.

La vita di Gregorio Magno, scritta da Giovanni diacono, ne rende informati di curiosi particolari sull'introduzione del canto romano nella Gallia, e con questi particolari appunto si viene scrivendo e componendo la storia. «Re Carlo, scosso dalla discordanza che era tra il canto sacro dei Romani e quel dei Galli, ne chiese la cagione, e questi ultimi adducevano che il canto romano era stato corrotto da arie nazionali, gli altri all'incontro sostenevano la purezza delle loro melodie. Onde il re dimandò allora dove si trovasse l'acqua più pura, ed ognuno affrettato essendosi di rispondere alla fonte, il re soggiunse: — Or bene questo sia detto per noi che abbiamo fin qui bevuto l'acqua corrotta del rigagnolo; purifichiamoci alla fonte eterna. — Lasciò quindi presso a papa Adriano due cherici, e quando tenne che fossero abbastanza ammaestrati, li richiamò alla sua metropoli di Metz, d'onde purificò poi il canto di tutta la Gallia. Se non che morti, indi a gran tempo, essi cherici, si fu avveduto che il canto ecclesiastico nella Gallia erasi di nuovo falsato, e disse: — Torniamo di nuovo alla fonte. — E tanto fece, che il papa, cedendo alle sue istanze, mandò in Gallia due altri cantori, pe' quali fu provato che il canto gallico erasi di nuovo corrotto per colpa di chi lo esercitava, benchè i cherici di Metz fosser quelli che manco si scostavano dal canto romano; sì che da quel tempo in poi si tiene per indubitato, che quanto il canto di Metz s'è scostato da quel di Roma, altrettanto il canto dell'altra Gallia s'è scostato da quello di Metz[128]

Or mentre queste leggende e questi maravigliosi racconti, se hanno qualche importanza, si è per l'orme che recano profondamente impresse dei costumi di quei tempi, nelle carte, nei diplomi e nei capitolari ci ha invece un'autenticità che più dubitar non lascia dei fatti e degli atti della vita da essi testificati. Certo che in generale la lettura di queste carte è arida e infeconda, siccome quella degli atti rogati da un notaio, o trascritti negli archivi d'un tribunale; ma per l'antiquario che raccoglie le reliquie del passato, son documenti atti a porgere una nozione generale delle consuetudini civili di una società, e due sono i risultamenti che dallo studio di essi si ottengono: prima quello di stabilir le date, sì che più dubitar non si può che un fatto non sia proprio avvenuto al tempo assegnato, essendo la carta o il diploma il miglior modo a stabilir tutta la serie dei tempi d'un regno, il principio suo, il mezzo ed il fine; poi, ciò che ancor meglio ci guida nel curioso studio del medio evo, il riferirsi della maggior parte di questi atti alle transazioni private in mezzo a quella generazione. In così fatte scritture trattasi spesso della vendita d'un benefizio o d'un allodio, o anche d'un cavallo da guerra; e dove hai un atto di donazione d'un pezzo di terra o d'un mulino alla badia; dove una scritta di matrimonio, e dove l'emancipazione d'un servo con le formali consuetudini d'ogni singola nazione, in che appunto questi atti hanno un pregio storico. Il cartolare comprende in sè la raccolta di queste carte, titoli antichissimi a comprovar la legittima proprietà dei beni monastici, e lo studio meditato di quelle antiche pergamene, è, a così dire, una maniera d'iniziazione al medio evo. I capitolari, foggiati sopra più ampie basi, sono codici che abbracciano le consuetudini generali della società; la carta è l'atto della vita privata dal barone sino al servo; i capitolari sono lo statuto per ogni razza, per ogni frazion sociale, per ogni popolo, pel dominio e per la proprietà pubblica; i diplomi procedono dai re; le carte dai conti, dagli abbati, dai borghesi ed anche dai servi; tutti elementi che rischiarano la storia, e stabiliscono i costumi di ciascuna età.

Fra le reliquie di quei tempi antichi, io trascelsi un de' monumenti più preziosi a personificare in un sol quadro l'intera vita della comunità monastica, ed è il Cartolare di San Bertino, cioè la conserva delle carte e diplomi che costituirono e arricchirono quella grande badia. Le potenti comunità di quel tempo non eran già solo silenziose solitudini, in cui uomini meditabondi, al sicuro dalle mondane passioni, attendevano a coltivar la terra, ad ampliare il regno della scienza ed a pregare, ma sì ancora corpi politici che si frammettevano negli affari del mondo. Gli abbati, eletti quasi sempre dai monaci e confermati dal papa, conducevan vita vigilante ed attiva, ed esercitavano grande autorità sull'intero corpo civile. Accadeva egli che i pontefici convocassero un concilio per dare assetto alle cose della Chiesa, o che il sovrano bandir facesse una dieta militare del campo di maggio? gli abbati delle principali fondazioni monastiche v'accorrevano colla mitra in capo e la stola al collo per deliberare intorno alle pubbliche faccende. Francati, com'essi erano, dalla giurisdizione episcopale, tutti gli obblighi loro eran verso Roma, sorgente dell'unità cattolica: avean frequente, attivo carteggio co' re e coi papi, nè trattavano solo gl'interessi de' lor monasteri, ma venivano anche per l'esperienza loro consultati intorno ai casi della vita pubblica; nulla faceasi anzi nel mondo senza la cooperazione o il consenso dei capi di quelle colonie monacali che signoreggiavano la Gallia, la Germania e l'Italia.

I monasteri formavano di que' tempi una vera, tanto agitata, quanto faticosa repubblica, nella quale i monaci adoperavano nella elezione d'un abbate tutto il fervore della democrazia elettorale, con maggioranze e minoranze, e calde ed appassionate opposizioni: nè al medesimo abbate non era, quando eletto, troppo facile esercitar intera l'autorità sua; e talvolta ci avean tra i monaci più vecchi di quelli che la facean da tribuni a difendere gli antichi privilegi della badia. L'eguaglianza più perfetta regnava dovunque tra i membri di una stessa comunità, però che il monastero era rifugio anche ai grandi della terra: i principi scaduti eran cacciati nei chiostri siccome fossero prigioni di Stato, e a finir v'andarono re longobardi, capi sassoni e conti bavari. Corbeja, San Bertino e Sant'Ovano chiusero le ferree porte loro dietro a non pochi re di corona, i quali, confusi colà entro fra l'innumerevole famiglia dei frati, non avean cosa che li distinguesse dagli altri servi di Dio ricoverati dall'eremo e dalla badia. Ora tutti questi casi e fatti erano raccolti dai monasteri, e ne tenevano nota; e a queste note aggiungevano indi carte e allegati, originali documenti che giustificavano le relazioni del monaco, a cui era commessa la cura di raccogliere il cartolare, il qual monaco avea nome, quasi dappertutto, di fratello archivista, deputato a far tesoro d'ogni minimo titolo che si riferisse alla badia.

Niuno v'era al medio evo che non sapesse l'antica celebrità del monastero di Sithieu, fondato da san Bertino, non lunge da Sant'Omero. Era san Bertino un pio monaco, nativo di Costanza sul Reno, città romana e nido già di sapienza e di luce. Abbracciò lo stato monacale con sant'Omero, il primo che incivilì la Fiandra, e seguíto da parecchi devoti compagni, andossene in quella provincia, ch'ei con essoloro toglier doveva all'ignoranza e all'idolatria. Giunti nel paese di Terrovana, ivi per prima cosa edificarono una chiesa tutta di muro, contro l'uso di quel tempo, che era di edificare in legno, e la ornarono di mosaici e di colonne, e circondarono intorno di celle, che divennero in breve tempo troppo anguste, onde ne fu spiccata una colonia di lavoratori, la quale, guidata da san Bertino, avviossi verso la città di Sant'Omero, dove i religiosi corsero le campagne a cercar un ricetto e un luogo adatto alla coltura. Or mentre stavano pregando Dio per questo, ecco venire a loro un ricco Franco, di nome Adroaldo il quale già vecchio e senza eredi, mosso da devozione verso san Pietro, donò a que' poveri monaci una villetta chiamata Sithieu; ed essi vi lavorarono intorno sei o sette anni, e rizzaronvi una cappella; poi coll'andar del tempo, il monastero andò sempre più ampliandosi, finchè un'altra colonia venne a stabilirsi sur un monticello vicino, fabbricandovi una chiesa ed un cimitero, e tutte queste succursali formarono di poi la grande abbazia.

La lista degli abbati di San Bertino fu indi tosto ricca di nomi illustri; intantochè le altrui donazioni allargavano continuamente i poderi suoi. Gli abbati erano talvolta di schiatta regale, cioè figli di prefetti palatini e di re merovingi; ma nulla più valse a innalzarla nel concetto de' popoli, dell'aver essa raccolto gli ultimi de' Merovei. La prole dei re criniti fu cacciata in quella solitudine, convertito il monastero così in una prigione politica, nè più s'udì parlare di quella progenie fulminata dalla fortuna; San Bertino fu, come dire, il sepolcro de' Merovei, e gli abbati, complici umilissimi del nuovo lignaggio, spensero colà entro gli ultimi rampolli dell'antico.

Il cartolare di San Berlino appena tocca un motto di Childerico, l'ultimo di que' Merovei che pure aveano a quella badia conceduti tanti privilegi. «Dopo qualche tempo, dice il cartolare, il re Childerico avendo finita l'ultimo scorcio di sua vita nel monastero di Sithieu, fu sepolto nella chiesa di San Bertino.» Nè una parola pur di compassione su questa morte, nè un lamento su questo re d'una famiglia scacciata; egli è rinchiuso, e muore come il più oscuro di que' monacelli, e appena il suo nome è scritto nella liturgia; più anzi si parla della storia d'un abbate, della sepoltura d'un cantore, che d'un re scaduto, però che la Chiesa è ligia al degno figliuol di Pipino. Onde Carlomagno anch'esso ricolma di privilegi i monaci di Sithieu o di San Bertino.

Le prigioni di Stato sotto l'impero di Carlomagno furono adunque San Bertino, Corbia, Fontanella, Sant'Ovano, Fulda in Germania, e Montecassino in Italia, tutti monasteri continuamente popolati di vinti, sì che l'imperatore, ben servito, rimerita i sostenitori dell'autorità sua col seguente diploma: «Carlo, per la grazia di Dio, re dei Franchi, uomo illustre, esercitando la podestà nostra reale, confermiamo i doni fatti dai nostri predecessori ai luoghi santi, secondo la regia consuetudine. Venuto dunque alla nostra presenza il venerabile Ardrado, abbate del monastero di Sithieu, edificato in onore della madre di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo, ricordando alla real munificenza nostra quanto i nostri antenati fecero per le immunità del monastero, fra le quali, per esempio, quella che nessun giudice pubblico entrar possa nelle terre della badia a giudicare le cause, noi abbiamo confermato i detti privilegi in ogni cosa che vantaggiar possa il monastero.» Ed appiedi è il sigillo del gloriosissimo Carlo; il qual sigillo, copiato come fu nel cartolare, rappresenta un volto grave, perfettamente delineato, con la corona in fronte; barba folta, occhio grande, naso di forma germanica. Che sia questo il tipo carlingo?