Le quattro maggiori fonti delle tradizioni istoriche. — Le croniche intorno a Carlomagno. — Gli Annali d'Eginardo. — I Fatti e le gesta dell'imperatore del monaco di San Gallo. — La Cronaca di San Dionigi. — Il Poeta sassone. — L'arcivescovo Turpino. — Le vite dei santi. — Le leggende. — Carte. — Diplomi. — Esame del cartolare di Sithieu. — Carteggio dei papi. — Canzoni eroiche e croniche in verso. — Tradizioni verbali. — Pellegrinaggio sulle rive del Reno. — Riputazione di Carlomagno appo il popolo alemanno. — Leggenda intorno a lui come santo. — Culto alla imagine di lui.

768 — 814.

Il nome di Carlomagno riempiè il secolo del medio evo, più grande ancora al tempo di Filippo Angusto che fra i contemporanei[124]. Quel vasto intelletto, quell'uom forte signoreggia le generazioni feudali con la memoria delle sue conquiste, del suo governo, della gagliardia del suo corpo, delle imprese sue maravigliose; un certo che di straordinario si mesce al regno suo, egli è argomento a una quantità di croniche, di leggende, di canzoni eroiche, che celebran la sua vita, le sue parole, le sue conquiste e i suoi miracoli; esse il fanno grande in uno e santo. Nessuno fra i re delle tre stirpi ebbe a lasciare orme profonde come le sue nello spirito dei tempi; infiniti sono i documenti che di lui trattano; i Benedettini raccolsero più di ottocento frammenti che a lui si riferiscono, e la raccolta del Pertz forma da sè sola ben tre gran volumi in folio, tutti sopra il solo suo regno, dove con paziente erudizione fu ragunato tutto che riman delle memorie intorno alla persona dell'imperatore; le croniche, le carte, le leggende, i diplomi, i sigilli, tutto in somma (salvo la storia epica e romanzesca) trovasi accolto nell'opera di quel dotto paziente, e tenero della sua patria, che conservar volle ogni più minima pietra del maestoso edificio del primo de' Carolingi.

Le croniche, che sono le fonti di maggior pregio da cui derivare la storia di Carlomagno, possono ristringersi a quattro principali, e comprendono rilevate ed esatte nozioni intorno alla vita di lui come re e come imperadore; le prime di esse croniche, col titolo di Annali d'Eginardo, sono, per via di congetture, anzichenò arbitrarie, attribuite al cancelliere di Carlomagno; ma non v'è indizio a chiarircene; sono annali monastici, scritti poco men che giorno per giorno e tali che si distinguono anche per la forma, dall'opera non contradetta di Eginardo: La vita di Carlomagno. Strano sarebbe invero che dopo aver sì partitamente descritto i fatti e le gesta del suo signore, Eginardo avesse raccolto, entro i termini medesimi, altri annali, e replicato il suo biografico lavoro. Cotesti annali, correttamente scritti, rivelano la monastica e la latina origine del loro autore, e porgono tutti gli indizi d'un'opera contemporanea; gli avvenimenti vi son riferiti giorno per giorno con iscrupolosa fedeltà, chè lo scriver la storia in que' tempi era un dovere di religione, un'opera di santità, nè allegavasi fatto alcuno che non fosse nella coscienza del cronista, povero fraticello, che passava la vita a istruirsi e a cercar di ciò che importar potea di sapere alle venture generazioni[125]. Questa prima e maggior cronica, ch'io tengo esser opera di qualche monaco della badia Seligenstad, fondata da Eginardo, principia dal regno di Pipino il Breve, e giunge fino al mezzo dei tempi di Lodovico, d'onde poi cominciano i grandi annali di San Bertino e di Fulda, continuando così la serie delle tradizioni scritte intorno ai Carolingi, che vengon di prima fonte dai monasteri. Gli annali sono generalmente freddi, aridi, laconici; e accennano i fatti con quella brevità che i sommari ed i titoli dei capi nei libri di storia; gli avvenimenti sono raccontati così come cascano dalla penna, senza colori, senza commenti; sono la cronologia sacra del monastero, la serie dei tempi che scorrono dinanzi a que' padri, come il grande oriuolo a polvere delle Ore.

La Vita di Carlomagno, opera incontrastata di Eginardo, differisce dagli annali in ciò, che questi si frammettono dei fatti generali della società, intantochè nella vita composta dal fido amanense e cancelliere del gran Carlo, non trattasi che della persona sua, delle sue azioni e del suo modo di vivere; tutti ivi sono religiosamente raccolti i fatti e detti suoi, sì che per quest'opera misurar tu puoi la gigantesca statura sua di sette piedi, e sentir la sua voce, acutissima in quel capacissimo petto, e apprender le prodezze del suo poderoso braccio e le abitudini della sua vita, e tutto che fu da lui operato dall'infanzia sua fino alla morte. Eginardo, ammiratore appassionato di Carlomagno, ha vissuto in palazzo con lui come suo famigliare, e gode di seguirlo alla guerra, fra mezzo alle battaglie e nella vita privata, onde per questo rispetto, non v'è monumento che desti più viva nè più forte curiosità dell'opera da lui lasciata, la quale fu scritta da esso dopo la morte del suo signore, e al principio del regno di Lodovico Pio, quasi per dare nella grandezza del padre, un grande ammaestramento al figliuolo, e mostrare ad un imperio, che già decade, l'opera sublime compiuta da Carlomagno.

Dassi il nome di Cronaca del monaco di San Gallo (avuta in dispregio da molti eruditi) al racconto dei fatti e delle gesta di Carlomagno, scritto in quella badia di San Gallo poco distante dal lago di Costanza, tanto al principe diletta, e il cronista chiamato col nome di monaco di San Gallo, è uno scrittor di leggende di viva e poetica imaginazione, che si piace di raccoglier tutti i fatti e l'epiche tradizioni. Egli non è, a dir vero, autore contemporaneo, ma ogni cosa ha cercato che referivasi a Carlomagno, e ogni cosa racconta di buona fede, e se veduto non ha cogli occhi suoi propri, o udito co' suoi propri orecchi quanto ei riferisce, l'ha tratto almeno da pura sorgente. Da Vernebetto, un de' confratelli suoi, che visse alla corte di Lodovico Pio, attinse quant'ei sa delle faccende ecclesiastiche, e da Adelberto, un dei fidi leudi che seguirono Carlomagno nelle sue spedizioni contro i Sassoni, gli Unni e gli Avari, egli ebbe quanto sa delle faccende domestiche e militari. Appoggiato a queste autorità, da lui molto consultate, il monaco di San Gallo reca una moltitudine di leggende e di canzoni eroiche sulla vita domestica di Carlomagno come re e come imperatore, ned egli è altrimenti un cronista grave e malinconico, siccome il grido della notturna strige sul campanile del suo monastero; ma facondo, novelliero, allegro, spiritoso; lo stile suo è colorito, caldo come il vino di Reinfeld. Che di più poetico, esempigrazia, del racconto della guerra di Lombardia, colà dov'ei descrive quelle selve di lance, che paiono spighe di ferro cresciute nelle campagne del Milanese! Il monaco di San Gallo è un po' ciarliero; ma perchè volergliene male? Nè sprezzare si dee pur la vecchierella, che girando l'arcolaio, racconta le storielle del suo tempo, le leggende, i fatti e le imprese d'un uomo famoso. Io per me ho caro di veder Carlomagno quistionar coi cantori, sgridar gli ufiziali del palazzo, rimunerar questo, minacciar quello e tutti spaventarli con lo sguardo suo, con la sua voce acuta e stridula sì, ma sonora, e appunto in questa forma ce 'l rappresenta il monaco di San Gallo. Nella storia, i più curiosi non sono altrimenti i fatti; e non son eglino tutti sempre i medesimi al par delle passioni degli uomini e degli affetti loro? L'importante a vedersi è l'aspetto della società. Un cronista non racconta mai cosa estranea ai costumi del suo tempo, e che altro più si dee richieder da lui della puntual relazione dei casi della vita e degli usi, fra i quali egli vive? Io l'ho letto e riletto, e seriamente consultato, il monaco di San Gallo, perch'egli mi presenta Carlomagno nella sua vita privata, con quella sua violenta giustizia, con quelle sue germaniche passioni, con quella sua inclinazione a frammettersi d'ogni picciola cosa; e quasi direi perch'egli m'ha fatto conoscere i pettegolezzi della sua corte. Nella vita di un grande, le più note generalmente sono le grandi cose; ma spesso anche abbiam bisogno di riposarci nelle picciole.

Il poeta sassone, un de' cronisti più vivaci del regno di Carlomagno, non iscrisse altrimenti nella lingua dell'antica sua patria. Nasceva costui da un di que' fieri Sassoni che si opposero alle armi dell'imperatore, e che questi disperse poscia ne' monasteri. Anch'egli visse nelle solitudini del chiostro, dove descrisse i fatti e le imprese avvenute a' giorni suoi, in tempo che quasi tutte le maggiori comunità monastiche noveravan fra loro qualche religioso Sassone, venuto di lontano a cercar ivi un porto nelle tempeste che gravavano sulla patria sua. Il poeta sassone scrisse nel deserto la sua cronica in versi, e comecchè poco abbia studiato gli antichi, nondimeno qualche reminiscenza v'ha di Virgilio nel suo verseggiare. Il suo forte è il genere descrittivo, e però gode di farci assistere a tutte le pompe delle corti plenarie, e si compiace nel dipingere queste magnificenze di Carlomagno; descrive tutti gli avvenimenti, la venuta de' papi, le cacce, i conviti, la corte, la famiglia dell'imperatore, e si vede ch'egli ha serbato l'amor delle canzoni e dei poemi eroici degli scaldi e cantori della sua patria. Forse altresì ch'egli tolse le pitture sue più vivaci da taluna di quelle tradizioni scritte in lingua germanica, e il poeta sassone altro non è che un traduttore di quei canti bellicosi che animavano i guerrieri del Reno alla battaglia.

Le Croniche di San Dionigi, sì famose nei fasti della cavalleria, niente hanno di originale, però che altro non sono se non una gran raccolta o una ricapitolazione di annali e di tradizioni intorno a quel tempo. I monaci nel silenzioso scrittorio[126] della badia reale, non faceano già un racconto loro proprio, almen quanto ai tempi andati, ma raccoglievano con giudizio i migliori documenti e le tradizioni più certe del passato; ond'è che per Carlomagno e pei Carolingi in generale, che tanto beneficarono la reale badia di San Dionigi, essi tolser gli annali attribuiti ad Eginardo, de' quali il testo loro altro non è che una traduzione fedele ed esatta, che fu poscia in progresso di tempo trasportata nell'antico idioma francese, e le poche incidenze che vi si trovano sono per la più parte osservazioni fatte dai cronisti, o tradizioni tolte da altre croniche. Tutto che a San Dionigi scrivevasi, veniva, come dir, da un'inquisizione; niente si dicea che non fosse prima passato per lo staccio della verità, e quando un fatto era consegnato in quelle pagine, facea piena fede in giustizia, tanto che poi la Cronica di San Dionigi divenne il giornale politico del medesimo Carlo VI. E nondimeno in queste grandi croniche di Francia trovò pure una nicchia la leggenda di Turpino; sì la leggenda del famoso arcivescovo di Reims, Turpino, che gode di una sì popolare rinomanza insieme con Carlomagno, di quel Turpino che forma pur sempre le delizie di noi quanti siamo, amatori dei tempi antichi; di quel Turpino sì celebrato nelle leggende dei quattro figliuoli d'Amone e nel poema di Roncisvalle, dove il fiero vescovo, con l'elmo in capo, e munita la mano di ferreo guanto, atterra a mazzate gl'infedeli, per non versare il sangue umano. Tutto prova, è vero, che i fatti e le imprese riferite in questa leggenda di Turpino, sono falsati; ma nessuno negar può che questa istoria, scritta come fu nell'undecimo o nel duodecimo secolo, non abbia riprodotte le tradizioni e le idee contemporanee intorno all'impero di Carlomagno.

Accanto alle quattro principali cronache de' tempi carlinghi vengono a schierarsi altri antichi racconti, meno importanti, ma curiosi del pari per la loro origine: tali sono gli annali di San Bertino, che non si voglion punto confondere col cartolare, pia significazione dei costumi di quel tempo; poi le gesta di Carlo il Grande, scritte in versi in un monastero della Germania, specie di traduzione degli annali d'Eginardo; poi la cronica del monaco d'Angoulemme, meridionale testimonianza dei costumi e degli usi della corte di Carlomagno. Ai quali documenti d'antica data è da aggiungersi la cronografia di Teofane, il solo, tra gli storici bisantini, che abbia parlato un po' in largo dell'imperatore d'Occidente. Questo Teofane viveva in principio del nono secolo, nè lasciava d'impacciarsi nell'opera sua delle cose che avvenivano a Roma, della fuga di papa Stefano, e dell'esaltazione dei Carolingi fin da Pipino. Paolo Diacono, d'origine longobarda, com'egli è, appena concede al regno di Carlomagno e dei Franchi qualche pagina breve e concisa al par degli annali più aridi dei monasteri. Pur nondimeno nella sua men che compendiosa relazione, egli non dimentica i figliuoli, la moglie, la famiglia tutta di Carlomagno, per la cui figlia, di nome Adelaide, natagli nella breve e luminosa sua guerra d'Italia, e morta giovinetta, lo stesso Paolo scrisse l'epitaffio, e così per un'altra di nome Ildegarda.

Eccoci ora agli annali di Fulda, scritti nella nobil badia carolingica, i quali comprendono le memorie della seconda stirpe, in modo che par ch'ivi finiscano, tanto quei monaci fuldensi erano Austrasii in anima e in corpo! O vetusta badia, più non sorgono sul suolo tuo, pestato dalla guerra, che meste e tacite ruine, ma pure gli annali tuoi sopravvissero ai guasti del tempo![127] Fulda e San Gallo furon le due alemanne sorelle, che custodiron come caste figliuole gli archivi del loro padre e benefattore. Nelle solitudini di Sant'Arnoldo di Metz, conservavansi pure altre relazioni del regno di Carlomagno, chè ogni fatto degno di storia era gelosamente raccolto e celebrato. Nel monastero di San Gallo serbavasi un poema latino su Carlomagno e sull'abboccamento suo con papa Leone, avvenimento importantissimo per la generazione, però che indi venne la cagione e il principio di quella grande restaurazione dell'impero d'Occidente; il papa e l'imperatore, stretti per mano, se ne vanno a Roma, scambievolmente prestandosi la forza loro, e un vecchio monaco di San Gallo gode di serbarne ricordo; laddove questa fondazione d'un vastissimo impero appena provoca l'attenzione di qualche annalista bisantino; di Costantino Manasseo, esempigrazia, il quale, detto che papa Leone rinunziò al governo dell'antica Roma, soggiunge: «Egli unse dalla testa ai piedi, secondo il rito de' Giudei, il nuovo imperatore; l'antico legame con la prisca Roma fu rotto, la spada separò la figlia dalla madre, e Roma, sciogliendosi dalla vetustà, è tornata giovine.»