Bevve due bicchierini di cognac uno sull'altro, come per riscaldarsi, ci domandò cosa si stava dicendo, ma non diede retta alla risposta e non prese parte al discorso.

Era distratto. Stava muto e pensoso e guardava fissa la brage del caminetto, con uno sguardo di ribrezzo, come se fosse stata qualche cosa d'orribile.

Subivamo tutti l'influenza di quell'improvviso cambiamento d'umore, e, dopo aver rallentata la conversazione, abbassata la voce, finimmo per star zitti anche noi, non osando parlare, ed imbarazzati del nostro silenzio.

Ad un tratto il professore ci guardò cogli occhi ancora stralunati, e disse:

— Scusate; vi ho fatti ammutolire colla mia aria tragica. Ho ricevuto dianzi una forte scossa morale. Ho visto un individuo che mi ha ricordato un caso atroce della mia vita.

Quella scusa non era fatta per rimetterci in allegria, e rimanemmo ugualmente impacciati e muti. Egli versò dell'altro cognac in giro, ne bevve appena un sorso, poi si alzò con impeto, e disse risolutamente:

— Volete che vi narri quella storia? Ora ne ho la testa così piena che non saprei parlar d'altro.

Figurarsi se volevamo! il professor Navaro era il più benvoluto ed il più ammirato dei nostri insegnanti. Il racconto d'un fatto della sua vita c'interessava tutti vivamente. E per giunta egli narrava bene, con facilità di parola da vero Siciliano. Ci stringemmo tutti intorno a lui, ardenti di curiosità, ed egli cominciò a parlare coll'accento vibrato e gli occhi luccicanti come se fosse già entrato nel vivo del racconto...

«Nel 1853 studiavo all'università di Messina, ed ero innamorato della padrona del solo caffè che la polizia borbonica tollerasse. Eravamo in tre a disputarci le sue grazie, tutti e tre studenti di medicina.

«Uno de' miei rivali era un certo Turiddu, figlio d'un emigrato, al quale il Governo aveva permesso da poco tempo di rimpatriare, e che, durante l'esilio, aveva cominciati gli studi universitarî a Parigi.