«Era un buon giovine, di modi aperti, leale, buon patriota; ma quando entrava a parlare dei grandi scienziati francesi, dei loro studi, delle loro scoperte, non la finiva più. Nominava Velpéau, Nélaton, Ricord, come fossero stati suoi colleghi. Aveva frequentate le lezioni di Claude Bernard, e lo considerava, come era realmente del resto, un luminare della scienza. Tutto questo però, e neppure la rivalità in amore, non c'impediva d'essere buoni amici.

«La mia avversione la serbavo tutta per l'altro rivale, Rosario Angherà, che era, non so bene se figlio o nipote, d'un pezzo grosso, e frequentava la casa del vescovo. Aveva lo sguardo falso e la parola melata; non s'abbandonava mai ad impeti di furia nè a sfoghi di passione. Era insinuante, conciliante, gesuiticamente dolce. Non lo potevo soffrire.

«Una sera, alla presenza della bella caffettiera, gli misurai un ceffone che lo sbattè contro il muro. Si fece pallido di rabbia, ma non reagì. Raccolse il cappello che gli era caduto, e borbottando sommessamente, uscì dal caffè dove non si fece più vedere.»

Il professor Navaro fece una pausa, durante la quale noi esprimemmo il nostro biasimo per la condotta di quel gesuita di Rosario, poi riprese:

«Avevamo per professore di patologia un pover'uomo, il quale suppliva alla scienza che gli mancava, colle ciarle, col tuono dottorale ed enfatico, e con una gran fede in sè stesso. Lo chiamavamo il dottor Dulcamara. Però, se i suoi colleghi ed anche gli studenti lo conoscevano per quel che valeva, in città era riescito a farsi la riputazione d'uno scienziato. Si dava sempre l'aria d'un uomo assorto in profondi studi, ne parlava con grande sfoggio di parole tecniche ascoltandole rimbombare con compiacenza, ed i profani dicevano: Quanto sa quel professore!

«Un giorno lo vedemmo venire in iscuola con un'aria più sibillina e tronfia del solito.

«Una fortunata occasione, cominciò, una di quelle occasioni che si offrono soltanto all'uomo che vigila sempre per impadronirsi di ogni nuova scoperta che possa interessare la scienza, mi permette d'intrattenervi oggi d'un veleno rarissimo, e di mostrarvene sperimentalmente gli effetti. È questa certo la prima volta che in un'università del Regno, e cioè, con carattere scientifico, si presenta questo preparato, del quale credo che tutti voi ignoriate ancora il nome. Si chiama il curare ed a me è serbato l'onore di rivelarvene, pel primo, l'esistenza e le proprietà meravigliose.

«Non so se i miei compagni fossero nello stesso caso, ma per conto mio era infatti quella la prima volta che sentivo nominare il curare che, a quei tempi, era ancora una novità in Europa.

«Egli girò lo sguardo intorno lentamente per godere della stupefazione che era certo d'aver suscitata in noi, poi, pavoneggiandosi nella sua eloquenza, cominciò a divagare sui selvaggi dell'America del Sud, sulle loro freccie, che traversano l'etra a volo, e vanno a colpire il pennuto volante presso le nubi, il fiero bisonte nei labirinti della foresta, e lo piombano fulminato al suolo. Poi, chiudendo l'inevitabile esordio che precedeva sempre le sue trattazioni, concluse:

«— Quelle freccie sono avvelenate col curare.