— Oggi è doman l'altro: voglio andare dal nonno.
Per tutta la strada camminò innanzi, voltandosi appena ad ogni cantonata come per domandare da che parte dovesse dirigersi, poi tirando via daccapo frettoloso e muto.
Voleva essere il primo a rivedere il nonno; gli dava noia che la Margherita entrasse con lui; gli tardava di parlargli da solo, di sedergli sulle ginocchia, di dirgli tutto quello che aveva sul cuore.
Si figurava di trovarlo in una bella stanza, sano ed allegro com'era stato sempre. Gli avevano detto che all'ospedale lo farebbero guarire, ed egli lo aveva creduto. Non s'era rassegnato che a quella condizione.
Invece entrando, vide una corsia lunga lunga, con un altare in fondo come una chiesa, ed una sfilata di letti, quasi tutti occupati da figure macilente con un berretto bianco; vide le monache con quella vestitura stravagante, che passavano, come ombre, di letto in letto, parlando piano, e fermandosi appena; udì quel rumore triste di tossi, di rantoli, di scodelle urtate, di lamenti, ripercosso dalle vôlte immense; ed ebbe paura.
Si voltò severamente alla Margherita e le domandò: «Dov'è il nonno?» coll'accento che deve aver avuto il signore domandando a Caino: «Dov'è Abele?»
— Numero trentanove, rispose tranquillamente la donna; ed accennò ai numeri sovrapposti ai letti.
— È in letto? domandò Carlo stupito.
— Sicuro; dove vuoi che sia?
— Allora non l'hanno fatto guarire, avete detto la bugia, ribattè il bimbo più severo che mai.