Nelle prime ore del pomeriggio si trovò in piazza Cavour, all'ingresso dei giardini pubblici. Andò fino al laghetto a vedere le anatre, poi più in giù alla grande gabbia degli uccelli, poi tornò indietro, e si fermò allo steccato, in cui s'aggiravano melanconicamente due cervi freddolosi.
Addossati alle sbarre, parecchi bambini eleganti ben ravvoltolati nelle pelliccie, porgevano delle chicche ai cervi, mentre le bambinaie discorrevano coi loro conoscenti.
Un bambinello tutto vestito di bianco, che si reggeva appena, non riesciva, per quanto allungasse il braccino minuscolo, ad attirare l'attenzione d'un cervo sul suo pezzo di chicca. Carlo aveva fame, prese pian piano dalla manina del bimbo quel dono trascurato dall'animale, e si pose a mangiarlo.
L'infante rimase stupefatto a guardarlo coi ditini stesi nel suo guanto bianco; aperse la bocca come per piangere; poi gli venne un'idea più amena. Prese il resto della chicca che aveva nell'altra mano, e cominciò a mangiare anche lui, sorridendo a Carlo con aria d'intelligenza.
Più tardi cominciò a cadere un nevischio gelido; scese la nebbia. Carlo aveva ripreso ad errare per le contrade, ma il freddo gli penetrava nelle ossa.
Avvezzo dal nonno a tutte le agiatezze, quell'umidità che gli gelava i panni addosso, gli dava noia.
Si trovava in piazza del Duomo. Pensò che quel giorno non aveva pregato, e che per questo non gli riusciva di trovar l'ospedale.
Entrò in chiesa.
Era un po' assonnato; non si rendeva ben conto di quanto farebbe dopo.
S'andò a rannicchiare in un angolo buio, nell'ultima cappella a sinistra che era in riparazione. C'erano ponti da tutti i lati, travi, tele distese, materiali da lavoro. Ma in quell'ora i lavori erano sospesi, ed il fanciullo si trovò isolato nella massima tranquillità.