Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver vinto, aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un impeto di carità per un vecchio moribondo.
Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola fra due letti d'ospedale.
Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla. Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da monaca e s'affrettò dietro la donna.
Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della mezzanotte, avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato all'ospedale.
Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza ch'ella ricomparisse nella corsia.
La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno strano rumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento, ed il cinguettìo d'una voce infantile.
Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed apparecchiata per due.
Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue domande, ingrossando la voce per narrarle il terribile fatto della sua reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano recarsi presto, ad abitare insieme.
Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la suora rabbrividiva.
Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra i rintocchi lenti della campana.