Aveva sentita una scossa al cuore a quella parola, colla quale pareva che Fausto volesse dirle che si credeva unito a lei, che le apparteneva già tanto, da associarsi ad ogni suo disegno stravagante ed ineffettuabile, e voleva nascondere la sua commozione.

Lui dovette scusarsi del suo appetito; s'irritò di quella risposta prosaica.

Se l'avesse amato, se avesse desiderato di sapersi amata da lui, avrebbe potuto rispondergli: — Con che diritto, perchè vuol venire con me?

E lui le avrebbe sussurrato: «— Perchè l'amo.»

Invece l'aveva evitata quella parola: non voleva udirla. E più tardi, sola nella sua camera, anche la Contessa rimpiangeva la stessa cosa. Se avesse osato domandargli perchè si associava a quel suo disegno, egli le avrebbe risposto:

«— Perchè l'amo.»

Risentiva nel silenzio della notte quella parola sussurrata da quella voce; ne provava un fremito, una soavità infinita. Sperava che gliela direbbe il domani, e fantasticava la poesia dolce d'una confessione d'amore.

Ma i domani si succedevano tutti ugualmente delusori.

Sempre le stesse soggezioni da cui non osava svincolarsi; sempre la stessa timidezza, le stesse diffidenze; la stessa conversazione, a frizzi, scherzosa, paradossale, di cui avevano presa l'abitudine, e che toglieva ogni valore anche alle espressioni più amorose ed ardite.

Fausto ebbe ancora una speranza, una sera che la Contessa lo invitò a prendere il tè.