Fausto non era geloso, e la Contessa neppure. Avevano troppo spirito per questo. Ma tutti i terzi che s'intromettevano fra loro li irritavano; d'altra parte, avevano abbastanza pratica di società per saper pigliare le cose con disinvoltura, e nascondere il loro malcontento.

Ma nascondendolo agli altri, se lo nascondevano anche a vicenda, e ciascuno interpretava come indifferenza la rassegnazione dell'altro, e si scoraggiava, e ci metteva della dignità a dissimulare ed a vincere un sentimento che non credeva più corrisposto.

Così non cercarono più di isolarsi.

Lui andò a far la corte alle altre signore, e lei si lasciò far la corte dagli altri giovinotti.

Soltanto tratto tratto si mandavano una parola al volo, si guardavano da lontano, ed erano sempre quelle occhiate profonde, intime, amorose che suscitavano una tempesta nel cuore di tutti e due.

Mentre mangiavano seduti in un prato, Fausto udì la Contessa discorrere col giovine milanese di una sua idea paradossale di andare in Terra Santa colla società della Propaganda Fide.

Era smaniosa di vedere quei luoghi pittoreschi tutti idealizzati dalla poesia del cristianesimo...

«— E non c'era obbligo di far propaganda, nè di associarsi a tutte le preghiere ed ai digiuni.» Ciascuno era libero di agire come gli consigliava la sua coscienza; onestamente, ben inteso. Si pagavano mille lire e si era provveduti di tutto per sei mesi; viaggio, carovane, guide per essere accompagnati nei luoghi pericolosi; era anche un'economia...

— Quando partiamo? disse Fausto.

— Ma che! Lei crede di trovare sul Golgota codeste fette di roast-beef? rispose la Contessa.