— Tu hai troppa poesia in testa. Ti figuri che tutti abbiamo le tue delicatezze. Invece il mondo è differente; e bisogna pigliarlo com'è. Se vorrai maritarti, mia cara, ti ci dovrai avvezzare.

— No, è impossibile, diceva la Paola, se il matrimonio è così non ne voglio sapere.

— Ma come vuoi che sia? insisteva la Bianca, vincendo un poco l'usato riserbo del loro parlare, per dare un poco d'ilarità alla sorella troppo ideale. Vuoi che due sposi stiano a guardarsi da lontano come due papi di gesso? Se si fanno qualche carezza, non ci vedo nulla di male.

La Paola crollava le spalle e stava zitta. Infatti non avrebbe potuto dire che ci vedesse del male neppur lei.

Ma non trovava più bello il matrimonio, dacchè lo vedeva così, e si sentiva profondamente delusa, e soffriva della sua delusione, e non sapeva più cosa desiderare nè cosa sperare, dacchè il suo sogno era svanito.

A forza di isolarla in un ambiente di purezza ideale, di parlarle col frasario convenzionale inventato per le ingenue, di accarezzare il suo pudore esagerato e ritroso da sensitiva, l'avevano lasciato esaltare fino alla mania.

Co' suoi ventidue anni e la sua intelligenza, non poteva serbare l'indifferenza e la fede d'un'ingenua; capiva che fin allora s'era ingannata; si sentiva fuori dalla normalità; ma non poteva vincere le sue impressioni, la sua delicatezza nervosa, e soffriva, piangeva, si eccitava.

***

Dopo alcuni mesi la sposa cominciò ad abbandonarsi sulle poltrone in abito discinto, e lo sposo, più tenero verso di lei, parlava tutto ringalluzzito, di «quello che verrà,» della culla, dell'allattamento.

Erano discorsi nuovi in quella casa, dove era molto se, arrossendo e chinando gli occhi, si diceva che «una tale signora aveva comperato un figliolo».