«Infatti, venne colle nostre belle amiche a farci una visita, e la maggiore delle Liprandi, che parlava bene, avviò il discorso con garbo, per preparare l’invito.
— «Queste signorine, disse alla bionda miope, hanno una bella villa fuori di porta Vercelli.
«E l’altra, che non s’era mai degnata di guardare l’umile Cascinino del nonno, rispose tutta in un sorriso:
— «Oh lo so! La conosco. Ci si passa per andare alla Vigna Grande.
«La Vigna Grande era la sua villa. Una vera villa, quella. Non di lusso, nè elegante; ma certo adatta per passarvi il tempo della villeggiatura, e da non confrontarsi colla nostra capanna.
«Ma era l’idea del ballo che rendeva quelle ragazze tanto indulgenti e complimentose verso il povero Cascinino. Troppo complimentose; tanto, da parere che ci burlassero, perchè, mentre noi balbettavamo con dei falsi attucci modesti: «Oh! la nostra non è una villa... Le sta meglio il nome che le ha posto il nonno: il Cascinino... ecc. ecc.» la Liprandi maggiore c’interruppe, per dire, sempre alla sua amica:
— «Ma no, no. Se tu vedessi, di dentro, è bellissima!
«Poi, un po’ confusa di quella bomba che aveva sparata, riprese:
— «Modesta, sai; campestre, anzi. Ma graziosa. E contano anche di darvi un ballo, appena comincerà la primavera.
«L’altra, che era venuta per quello, fece le meraviglie, come se non ne sapesse nulla.