Por dire la verità, fummo poco compatite.

Il nonno, da quell’uomo operoso e filosofo che era, non se ne avvide neppure. Le compagne più superbiose, invece d’intenerirsi, ci misero in burla, noi e le nostre compagne di sventura, chiamandoci le «musicofobe.» Alcune, più buone, cercarono per alcuni giorni di consolarci; ma vedendo che non ci riescivano, perdettero la pazienza e vi rinunziarono.

Allora, prive anche del misero sollievo di attirare l’attenzione, sentimmo più acerba che mai la ferita dell’amor proprio, e cominciammo a pensare a mille ripieghi per uscire da quella situazione che ci mortificava.

Avremmo voluto abbandonare l’istituto, andarci soltanto un’ora al giorno per la lezione di francese; ma per far questo ci voleva il consenso del nonno, e noi non osavamo domandarlo, non sapendo come giustificare la nostra domanda.

Mentre stavamo in questo abisso d’incertezze, una sera capitò a casa nostra un signore che aveva due nipotine da mandare a scuola, ed il nonno gli fece un grande elogio della nostra direttrice, che diceva degna d’ogni stima e d’ogni fiducia.

Queste dichiarazioni ci suggerirono l’idea d’interessare la direttrice alla nostra causa, e di invocare il suo appoggio, per ottenere nientemeno che di studiare il pianoforte.

Naturalmente, ci guardammo bene dal dirle che la causa del nostro gran malcontento, ed il movente che ci spingeva allo studio della musica, era la meschina vanità di non voler figurare da meno delle compagne.

Capivamo benissimo che questa ragione non era fatta per disporre l’animo della direttrice in nostro favore. Parlammo invece d’una gran passione per la musica, un’attrazione prepotente, una vocazione addirittura. Mia sorella, la voce più stonata ch’io avessi mai udita, osò dire che le bastava d’ascoltare una frase musicale, per impararla e ripeterla esattissimamente.

Io, per non esser da meno, dissi con accento elegiaco, che quando udivo, dalle compagne che prendevano lezione, la melodia soave delle cinque note: «do-re-mi-fa-sol, fa-mi-re-do» avevo delle palpitazioni violente, impallidivo, e finivo per struggermi in pianto dirotto, che continuava finchè durava il commovente esercizio.

La direttrice si rannuvolò, e disse: