— Oh, nonno!
— È inutile protestare. La storiella può insegnarvi a non esser troppo esigenti, ed a contentarvi di quanto vi si può dare. Per conseguenza non ve ne faccio grazia. Tanto, debbo aspettare qui la Giovannina, che verrà anche lei a vedervi.
Chinammo il capo un po’ imbroncite, ed il nonno, a bassa voce, per non disturbare gli altri gruppi di collegiali e di visitatori, che ingombravano il parlatorio, cominciò subito la storiella:
«Ogni anno, alla stagione dei bachi, mio padre ne allevava una grossa partita, e voleva che tutti in casa, piccoli e grandi, ce ne occupassimo senza risparmio di fatica.
«Io ebbi sempre una repulsione per quei vermiciattoli che, per quaranta giorni, crescevano, crescevano, mangiavano senza posa, e diventavano grossi come maccheroni.
«S’era appena finito di rizzare un palco di sei, sette stoie, sovrapposte l’una all’altra, che già i bachi lo avevano invaso tutto, e bisognava rizzarne un altro.
«E quando non c’era più spazio per nuovi palchi, i bachi crescevano ancora, e bisognava posare le stoie sui mobili, in tutte le stanze, accanto ai letti.
«Si doveva star sempre rinchiusi con una copertaccia di lana appesa contro gli usci, perchè quegli animalucci stessero ben caldi. E, tra il calore, la mancanza d’aria, l’odore della foglia verde, l’atmosfera non era più respirabile.
«Ma non importa; bisognava starci, e lavorare. Staccare la foglia dai rami, tritarla, spargerla sulle stoie. E guai se pioveva! Allora bisognava accendere un bel fuoco, e stendere i rami di gelso ad asciugare, perchè i piccoli bachi soffrivano a mangiare la foglia umida.
«Ed intanto, tutti quegli avanzi di erba rosicchiata si accumulavano sulle stoie, formando un letto umidiccio e fitto, che minacciava di fermentare.