Io avevo frequentato le scuole comunali, poi avevo continuato a studiare coll'aiuto della maestra, nell'idea di ottenere anch'io il diploma di classe inferiore. Quella maestra era istrutta, aveva molti anni di pratica, ed aspirava ad un posto migliore; ed io aspiravo a prendere il suo, quando lei lo avesse lasciato. Trecento lire e l'alloggio, aggiunto ai frutti del nostro palmo di terra, per noi che avevamo pochi bisogni ed abitudini modeste, sarebbero stati una fortuna.

Ci si pensava sempre. Si facevano progetti su progetti:

— Trasportarci tutti nella casa magistrale; — erano tre camere, ma bastavano: non ne avevamo mai avute di più. — Vivere come s'era vissuto fin allora, soltanto con qualche privazione di meno; perchè, già, c'erano giorni in cui non si metteva la pentola al fuoco; e, se ci fosse venuto quell'aumento di rendita, codesto non sarebbe più accaduto. Esser sempre ben coperti l'inverno, e far fare a tutti i ragazzi le quattro elementari prima di mandarli ad un mestiere....

Io mi sentivo superba e contenta d'essere il perno su cui s'appoggiavano questi disegni facili a realizzarsi, e che ci avrebbero permesso di vivere tutti uniti, i figlioli sotto gli occhi della mamma, fintanto che fossi stata più matura. Poi avrei potuto sperare un posto onorevole, da istitutrice in una buona famiglia, o da direttrice in un collegio...

Un giorno venne fuori a trovarci una zia che avevamo a Torino, e mi parlò di certi impieghi al telegrafo che si davano alle donne.

Si guadagnava di più che a far la maestra, c'erano speranze di aumento, si poteva capitare a vivere in città.... Via; era una carriera aperta come per gli uomini; e punto faticosa....

Quella prospettiva mi parve splendida. Stare in una città; andare allo studio come un giovinotto; avere la mia casa, e molte ore di libertà; ed essere indipendente.

La mia testa cominciò a fantasticare su quel tema. Il progetto di fare la maestra nel mio piccolo paese a tutti quei contadinetti che conoscevo e che mi conoscevano, mi parve meschino. Una maestra cosa poteva aspettare dall'avvenire. Mentre una telegrafista, era un impiegato governativo.

Non so proprio cosa ci vedessi di bello; ma è certo che la stessa eccentricità della cosa lusingava la mia immaginazione. Quando ne parlavo in paese e vedevo le meraviglie che suscitava quel discorso, provavo un gran desiderio, una vera ambizione di raggiungere quella posizione meravigliosa. E mi compiacevo a figurarmi di ritorno in paese per qualche breve vacanza, vestita da cittadina, col titolo di telegrafista, anzi d'ufficiale telegrafico, discorrendo d'orari, di capi d'ufficio, d'avanzamenti, di traslochi; dicendo noi per nominare tutta la rete telegrafica dello Stato, tutti gli impiegati, gli uffici, le macchine, i pali e me stessa. Cos'era l'impiego decoroso di direttrice al confronto di codesto? Di direttrici ce n'erano molte, ce n'erano state sempre. Di telegrafiste non ne avevo vedute mai, e mi pareva che quelle donne impiegati dovessero essere qualche cosa di affatto differente dalle altre.

Avrei sempre portato denaro alla mamma; con uno stipendio che col tempo avrebbe potuto salire fino a cento lire al mese...! Figurarsi! Noi, in cinque che eravamo, non avevamo mai spese, e neppure vedute cento lire al mese.