Fu la stessa zia di Torino che mi fece andare a casa sua, e mi tenne con sè parecchi mesi, benchè fosse povera, per mandarmi alla scuola di telegrafia, ed avviarmi a quella nuova carriera aperta alle donne, che dev'essere la gloria, il trionfo dell'onorevole Salvatore Morelli; l'alloro che gli farà da primo guanciale per riposarsi delle sue fatiche parlamentari. Il secondo guanciale glielo farà il divorzio.
Lascio stare il tempo di studio, poi il primo impiego da giornaliera. Ero chiamata quando il lavoro era eccessivo, ed in quei casi avevo due lire al giorno. Se non c'era lavoro di troppo, non ero chiamata, e non avevo nulla. Ma non importa. Vivevo colla zia. A lei una tazza d'acqua di più nella pentola per aumentare d'una porzione la minestra, e quel poco di più ch'io potevo mangiare costava poco, e lo dava volentieri.
Non voleva neppure i miei piccoli guadagni che servivano a vestirmi. Non mi rimase mai nulla da mandare alla mamma. Ma era naturale. Ero in principio di carriera. Una volta che avessi avuto un impiego fisso, con un buono stipendio — allora sì che avrei potuto aiutare la mia famiglia.
Finalmente, dopo un lungo tirocinio, e tante suppliche, ricorsi, palpiti da pigliarne una malattia di cuore, lo ottenni quel sospirato impiego; e nientemeno che negli uffici telegrafici di Milano, con uno stipendio di ottocento lire all'anno.
A noi parve di veder giungere in casa Giove trasformato in pioggia d'oro con quella notizia. Dico a noi così per dire; ma la zia, poveretta, ed i suoi bambini non sapevano nulla di Giove e delle sue metamorfosi. E quanto alla mamma, lei non si rallegrava di quell'avanzamento.
Aveva le idee piccine. Le pareva che sarebbe stato meglio guadagnare soltanto trecento lire e stare in paese, e vivere tutti uniti aspettando il meglio per quando fossi stata matura, che andare in giro, una figliola di diciotto anni, sola per il mondo, a far l'impiegato.
— Dà retta, — mi diceva. — Codeste cose sono buone per le signorine venute al meno, che hanno la famiglia in città. — Andranno all'ufficio come tu dici; ma accompagnate dalla mamma o dal babbo; e, fuori di là, saranno ancora coi loro parenti. Per quelle lo capisco; è un lavoro come un altro. E poi ancora, se dentro gli uffici debbono stare cogli impiegati, non ce le dovrebbero mettere prima de' venticinque o trent'anni.
Lei non lo sapeva che uomini e donne sono eguali davanti al progresso, e che l'emancipazione non ammette giovinette inesperte.
La lasciai accorata, povera donna, e venni sola a Milano. Nè lei nè la zia potevano fare la spesa del viaggio per accompagnarmi, e tutte e due avevano bambini da custodire.
Appena giunta mi presentai al capo d'ufficio, e lo pregai di dirigermi un poco nella mia installazione.