— Non ha altre risorse che il suo impiego? — mi domandò.
— Altre risorse! Ma il mio impiego mi frutta ottocento lire, — risposi sbalordita. — Sessantasei lire e sessantasei centesimi al mese con una frazione continua....
— Trovare una pensione a questo prezzo è difficile, — borbottò quel signore.
Io cascavo dalle nuvole. Dovevo spendere sessantasei lire e sessantasei centesimi soltanto nella pensione? E vestirmi? e mandare qualche cosa alla mamma! — Ma che! Quel signore, aveva idee troppo grandiose. Noi in casa con poco più d'una lira al giorno si viveva tutti.
Il capo d'ufficio ebbe forse pietà della mia inesperienza. Si occupò del mio magro affare, e gli riesci di collocarmi in una pensione dove mi davano alloggio e vitto per cinquantacinque lire.
A me pareva una spesa enorme. Ma più tardi mi accorsi che per vivere in città era pochissimo.
Alla fine del mese, appena ebbi riscosso il mio denaro, m'affrettai a pagare la padrona di pensione ed a fare un vaglia delle altre undici lire per la mamma. Coi sessantasei centesimi che avevo serbato per me, pagai il vaglia postale ed il francobollo, e rimasi a secco.
Quando uscivo la mattina per andare all'ufficio le botteghe erano chiuse, le strade quasi deserte; qualche lattivendolo, qualche panattiere col cesto in capo come il gran panattiere di Faraone, era tutta la gente che incontravo. Al ritorno gli altri impiegati salivano nell'omnibus. Io facevo la strada sola, a piedi, nel fango, pensando quali vantaggi mi procurava mai quell'impiego, che era sembrato a me ed a' miei un colpo di fortuna.
La mamma scriveva che della mia lontananza risentiva soltanto il danno. Quanto al mio mantenimento risparmiato non se ne accorgeva neppure. — E dire che a me quel mantenimento costava cinquantacinque lire! Cosa vuol dire separarsi!
Ed intanto si lagnava che non m'aveva più accanto, che non l'aiutavo più a custodire i bimbi ed a fare la massaia.