Le undici lire le aveva ricevute, ma mi raccomandava di non mandargliele più, povera donna, e di serbarle per rinnovare gli stivalini e gli abiti.
Sulle prime, la novità di trovarmi in una città grande, d'andare e venire sola, di sedere a tavola in una pensione con molta gente, di raccontare la mia posizione eccezionale, e di ripetere ancora ed ancora alla padrona di pensione, ed alla serva stupefatta, ed ai compagni di tavola, che ero impiegata come un uomo, e che guadagnavo come un uomo, mi mantenne in uno stato d'esaltazione, e mi sentii felice.
Ma alla fine del secondo mese, quando la padrona di casa mi presentò il conto della lavandaia, quello della stiratrice, più due lire pel lume che non era compreso nella pensione, in tutto nove lire che dovevo sborsare pigliandole sulla mesata ventura, cominciai a sgomentarmi.
Intanto era finito l'ottobre, ed il novembre cominciava con un freddo invernale. La sera gelavo nella mia stanza. Qualche volta mi lasciai andare al lusso di accendere il camino mentre stavo alzata a dare qualche punto alle biancherie, ed a ravviare gli abiti. Ma la spesa della legna era superiore a' miei mezzi. Quel mese, tolta la pensione e quelle nove lire di conti pagati, m'erano rimaste due lire per le spese straordinarie. Nella nostra povera casa non m'ero mai trovata in quegli impicci.
Giorno e notte pensavo al modo di diminuire quelle spese. Rinunciai a ber vino per farmi ribassare di qualche lira il prezzo della pensione; ma tant'è tanto, se mi riesciva di pagare la lavandaia, la stiratrice ed il lume, per la legna non mi rimaneva nulla. E quel ribasso di prezzo aveva anche ribassata l'opinione che la padrona di casa aveva di me. Mi trattava con disprezzo.
Era una vita arida e noiosa. Casa e studio, studio e casa, coi piedi umidi, le membra assiderate, il pensiero occupato da calcoli minuti ed uggiosi, nessun'affezione per consolarmi, nessuna distrazione. — Ed i miei abiti si sciupavano, le mie scarpe si logoravano.
Eppure guadagnavo ottocento lire all'anno. Avevo raggiunto il mio sogno di grandezza, il mio ideale. Dio! che delusione!
Ero anche bellina. Quando andavo, sola e male in arnese per le strade, c'era spesso chi mi diceva parolette dolci, chi si offriva d'accompagnarmi, ed anche con molta insistenza e senza troppo rispetto.
Allora mi venivano in mente i discorsi della mamma, e le sue paure. — Ma poi tornavo alle mie idee:
— Quando le donne hanno un'occupazione seria, e pensieri seri, non cadono in leggerezze. La loro vanità dipende appunto dalla vita oziosa e senza responsabilità a cui sono condannate, ecc. ecc.