Ecco come andò la cosa: ci mettevamo sempre in parlatorio sul piccolo divano a destra dell'uscio. Una domenica vennero a sedere accanto a noi il babbo d'un mio compagno colla figliola, una giovinetta bionda, bellezza in erba, dicevo io; sebbene la Margherita, colla impertinenza de' suoi quindici anni, protestasse che l'erba aveva avuto tempo di metter le spighe, perchè aveva ventidue anni. Ma questa doveva essere una maldicenza atroce.

Per solito non mi curavo punto di essere o di parere elegante vestendomi; quanto comandava rigorosamente la disciplina, e nulla più.

Ma quella domenica memorabile, traversando il parlatorio dopo la visita, mi alzai un pochino sulla punta dei piedi per vedermi quanto meglio era possibile nello specchio appeso al muro, che riflettè la mia faccia scolorita attraverso la mussolina bianca che lo salvava dalle mosche.

E la domenica seguente, quando scesi in sala, avevo pettinato con grandissima cura i miei capelli ispidi, ed avevo versata mezza boccetta d'acqua di Felsina nella catinella prima di lavarmi. Olezzavo come un barbiere. Avevo le unghie un po' lunghette; le avevo lasciate crescere tutta la settimana e quella mattina le avevo arrotondate e limate amorosamente; e durante la visita avevo sempre tenute le mani distese sulle ginocchia ammirandone l'eleganza insolita.

Questo fu il primo indizio. Il secondo fu una preferenza tutta nuova per le imprese galanti; eroiche sempre ma galanti.

Intanto continuavo a vedere la Fulvia ogni domenica. Quando la vedevo entrare in parlatorio, alta un buon palmo più di me, coi capelli ondulati e biondi come i capelli d'una madonna, intorno ad un viso arguto come quello di certe attrici francesi, colla bocca un po' grande che sorrideva sempre mostrando dei denti un po' grossi ma bianchissimi, tutti i miei nervi trasalivano.

Doveva passare davanti a noi per andare al suo solito posto, ed io mi rizzavo stecchito come se dovessi cominciare l'esercizio, e facevo il saluto militare.

E lei era d'una gentilezza! Mi fissava in volto quei suoi grandi occhioni grigi in cui brillava un raggio di malizia, e sorrideva.

La udivo parlare con suo fratello. Che note vibravano nella sua voce! Era la melodia più soave che avessi ascoltata mai. C'erano dunque uomini a questo mondo che si sentivano dire ti amo, da una voce come quella? Mi pareva che tutto il sangue mi affluisse sul volto, ed abbassavo il capo per nascondere quella debolezza. Ma la Margherita mi gridava con fraterna sincerità:

— Che orrore! Come sei diventato rosso! Sembri una barbabietola.