Invocavo tutte le belve del giardino zoologico. Avrei voluto vederne gremita l'arena di Milano, udirne i ruggiti minacciosi. E se una fanciulla che amavo ci avesse gettato il suo guanto, sarei corso in mezzo ad esse, e chinando il capo tra le fauci del leone, sotto l'occhio iniettato di sangue della iena, avrei raccolto l'oggetto prezioso. Non mi sarebbe neppure dispiaciuto una buona morsicatura, purchè in un punto che non mi sfigurasse, per poterle mostrare che versavo il mio sangue per lei. Mi pareva di sentirmi sul collo l'alito ardente delle fiere, di udirne l'ansimare affannoso e rauco. Io non l'avrei disprezzata per quella sfida la bella fanciulla. Me ne avesse procurate delle imprese per dimostrarle la mia audacia! Non era per nulla che mi chiamavano Riccardo Cuor-di-leone.
Ma intanto le settimane passavano; io continuavo a vedere la Fulvia in parlatorio ad ogni visita, ad arrossire, a tremare, a sudar freddo, ed anche caldo, perchè ormai s'era nel maggio; — e non era mai capitata la menoma occasione di fare prova del mio coraggio esponendo la vita per lei.
La seconda domenica del mese, il signor Malinverni giunse solo in parlatorio per vedere suo figlio. La Fulvia non era con lui.
Tutto il tempo della visita fui inquieto e distratto. Non udivo che cosa mi dicesse la mamma; mi voltavo ogni volta che s'apriva l'uscio; ero sulle spine. Che fosse già andata in campagna? E non avessi a vederla per tutto l'anno;.... e forse mai più! Suo fratello era maggiore di me; l'anno seguente doveva entrare all'Accademia.
Quella settimana passò lunga e triste. Alla ricreazione m'accostavo al Malinverni per domandargli di sua sorella. Ma poi il nome non voleva uscire dalle labbra. Mi si metteva in gola come il torsolo del pomo d'Adamo e non c'era verso di tirarlo fuori. Mi strozzava. Con tanto ardimento che avevo nel cuore non osavo parlare. Ci volevano fatti per me, non parole. Oh, un'occasione! Chi mi faceva nascere un'occasione per far vedere che non ero timido, che non esitavo, che nelle circostanze ero forte ed audace come il mio amore!
La domenica seguente la Fulvia mancò ancora. Non esitai più. La sera stessa nel cortile, mi accostai al Malinverni e gli dissi risolutamente:
— Senti...
— Che cosa? — mi domandò.
— Che cosa, via! Sbrigati!