— Che fra due settimane ci sarà la distribuzione delle cifre reali.

Mi asciugai la fronte bagnata di sudore. Sempre il torsolo del pomo d'Adamo. M'era rimasto in gola.

Ed intanto la sua lontananza, la paura di non rivederla più, m'infiammavano sempre maggiormente. Tremavo di me stesso, della mia passione calda e pazza. Chi poteva dire a che eccessi di audacia mi avrebbe portato? Mi sentivo il coraggio di rapirla; temevo di non sapermi frenare, di slanciarmele incontro cieco, fremente d'amore, e di stringerla al cuore alla presenza di tutti.

La distribuzione delle cifre reali fu fissata per l'ultima domenica di maggio. Tutti i parenti furonvi invitati; doveva essere una festa solenne.

Oh se la Fulvia fosse venuta! Io non avrei avuto ai fianchi come le altre domeniche la mamma e la Margherita; e dal mio posto in mezzo ai compagni avrei potuto contemplare la mia bella fanciulla, mentre lei mi avrebbe guardato co' suoi grandi occhi chiari. Mi guardava sempre, e mi sorrideva. Oh mio Dio, mio Dio! che cosa sarebbe accaduto? Mi sentivo delle audacie, delle audacie!...

E quel giorno venne senza ch'io l'avessi più riveduta al parlatorio. Quando scesi nel cortile per la cerimonia, ero in uno stato d'esaltazione da non si dire. Se non veniva, era finita; non l'avrei forse veduta più. Era necessario che quel giorno la Fulvia venisse, e che quel giorno sapesse che l'amavo. Avevo passata la mattina a scriverle in ottava rima, le angoscie e le smanie del mio cuore innamorato. Bisognava che ad ogni modo le dessi quel biglietto, anche a costo di far nascere uno scandolo. Che m'importava di suo padre, de' miei parenti, di tutto il mondo? Io lo sfidavo il mondo nella foga del mio amore.

Eravamo tutti schierati. Il generale con un seguito di ufficiali superiori ci passava in rivista. Gli invitati venivano a gruppi; le signore cogli ombrellini aperti, cogli abiti lunghi lunghi, che i signori pestavano un pochino per poi salutarle fino a terra nel dire pardon. Pigliavano i posti con un gran bisbiglio, poi li mutavano per star più comode, e movevano le sedie, e le facevano cadere, e salutavano le nuove venute da lontano, poi volevano avvicinarle, si scambiavano dei segni, s'alzavano in piedi un'altra volta, e ricominciavano ad andare e venire, e conversare.

In quella confusione, per quanto guardassi, non potevo vedere se c'era la Fulvia. Avevo anche il sole che proprio mi dava negli occhi.

Ad un tratto risonò un rullo di tamburo prolungato, s'intonò la musica. Cominciava la distribuzione delle cifre reali. Dovevo essere uno dei primi chiamati.

Quando udii il mio nome uscii fuori. La cifra da darsi a me era stata portata alla mamma. Mi feci innanzi, umile in tanta gloria... Dio degli innamorati! Accanto alla mamma c'era il signor Malinverni, ed accanto a lui la Fulvia, come in parlatorio. Un momento fui sul punto di correre a lei, di gettarmi a' suoi piedi. Ma la mamma era là colle mani stese per darmi la cifra; tutti gli occhi erano su di me; dovetti frenare il mio ardore, e stare ad ascoltare quanto mi diceva la mamma, ed accogliere i complimenti di una quantità di cugini che aveva condotti con sè.