Ma in realtà non ascoltavo nulla. Guardavo la Fulvia, più bella che mai, con un vestito bianco leggero; mettevo tutta l'anima negli occhi, e fissavo i suoi, che mi fissavano anch'essi, e mi sorridevano...
Se il cavallo del generale, in un accesso di pazzia, avesse preso la fuga precipitandosi contro di lei! Mi sarei gettato innanzi a farle scudo del mio corpo, l'avrei sollevata fra le mie braccia, con tutta l'audacia del mio amore e de' miei quindici anni!
«Oh!» — non era il cavallo. Era la Fulvia che facendo per vezzo il mulinello col fazzoletto di trina, mentre mi guardava sorridendo, se l'era lasciato sfuggire di mano.
Era venuto a cadere a due passi da me, e lei continuava a sorridere come per invitarmi a raccoglierlo. Dio, che momento!...
Il cuore si pose a sussultarmi con tanta violenza nel petto, come se volesse uscirmi dalla bocca. Volli spingermi innanzi, precipitarmi. Ma il movimento non mi riusciva. Era come il torsolo del pomo d'Adamo che restava in gola. Rimanevo là inchiodato, guardando con ansia quel piccolo disco di trina.
Oh! se ci fosse stato soltanto un leone, un piccolo leoncino... Ma in quel circo di belle signore che mi guardavano bisbigliando fra loro, che nascondevano dietro il ventaglio il sorriso ironico delle loro labbra, ed intanto ridevano colla fronte, cogli occhi, con tutta la persona... oh! meglio tutti i ruggiti della fossa di Daniele che quel chiacchierìo sommesso e pungente, come il sibilo d'un branco di serpi.
Ed intanto la Fulvia continuava ad invitarmi collo sguardo, e dietro a me i miei compagni urtandosi col gomito susurravano troppo forte:
— Riccardo Cuor-di-leone.
Presi una risoluzione eroica; mi spiccai dal mio posto; mi feci innanzi arditamente contro il fazzoletto... ma nel momento di curvarmi a raccoglierlo sotto il fuoco di tanti sguardi, il cuore mi mancò; — gli diedi una lunga occhiata, un sospiro, — poi mi scansai per non calpestarlo, e tornai al mio posto fra i compagni, che mi accolsero con una salva di fischiate.