***
La prima sensazione che provai destandomi alla vita fu un malessere inesprimibile. Un'afa pesante mi avvolgeva. Mi sentivo oppressa. Non c'era un soffio d'aria che mi desse forza di spiegare le foglie.
Mi riescì appena con grande fatica e con grande lentezza di socchiudere in punta i miei petali.
Il mio occhio giallo, dal centro del mio bruno volto, potè ricevere un po' di luce, e prendere cognizione degli oggetti situati in linea retta dinanzi a quella specie di cannocchiale che i petali attorcigliati gli facevano intorno.
Per qualche tempo non potei discernere altro che una luce fosca intercettata da una specie di nebbia; ma a poco a poco, esercitando meglio la vista, mi accorsi che quella che mitigava la luce intorno a me non era punto nebbia; era una parete, che dalla curva che avevo dinanzi, e di cui non vedevo il termine, argomentai essere di forma circolare. Essa non era nè abbastanza trasparente da lasciarmi distinguere gli oggetti esterni, nè abbastanza opaca da privarmi di luce.
Hoffmann, quel bizzarro ingegno che conosce tutte le lingue delle cose che non parlano, ha detto a voi altri uomini che noi fiori non moriamo se non per rinascere poi a nuove vite, nelle quali, come Cagliostro, come il conte di San Germano, serbiamo memoria di tutte le esistenze anteriori.
Io avevo terminato la mia vita precedente frammezzo a due croci nell'occhiello dell'abito d'un uomo di Stato. E là, durante la mia lenta agonia, avevo inteso parlare delle cittadelle di Alessandria, di Fenestrelle, dello Spielberg e dei Piombi.
Ora, al vedermi quella parete intorno, pensai con raccapriccio a quelle prigioni; e feci come i discepoli di Cristo alla vista del paralitico; mi domandai per qual colpa de' miei padri ero stata condannata a quella pena.
A questo punto interruppi la viola per dirle: