Ed allora cominciò per Vicenzino la sua triste vita senza amore. La sola passione che gli era concessa, era quella del bene; ed egli metteva tutto il suo cuore nell'assistere i moribondi, nel soccorrere i poveri, nel sollevare gli spiriti abbattuti con parole di conforto e di fede. Ma non era un cattolico fervente, aveva idee liberali, e questo attenuava di molto agli occhi de' suoi superiori il merito del suo zelo. Egli però se ne consolava col pensiero di far vivere la sua famiglia adottiva col magro frutto delle sue prime fatiche, e colla rendita del suo beneficio. Ma anche questa nobile gioia doveva essergli amareggiata e resa difficile. Alla fine del 1870 la nuova legge sui beni ecclesiastici minacciò di sopprimergli il benefizio; e fu soltanto dopo una lite lunga e dispendiosa per rivendicarlo, che potè riaverlo, diminuito d'un terzo.
Dovette cercare di dar lezioni in paese, farsi ripetitore presso vari studenti del liceo, per sovvenire ai bisogni della casa e del vecchio infermo. Tra i suoi doveri ecclesiastici e quelli d'insegnante, faceva una vita laboriosa, occupato tutte le ore del giorno, e spesso strappato al sonno la notte, per accorrere al letto di qualche ammalato.
Quelle fatiche, nelle quali si esaurivano le sue forze giovanili, lo lasciavano prostrato, e la sua mente stanca non aspirava che al breve riposo che le era concesso. Così viveva relativamente tranquillo, troppo occupato per pensare ad altre eccitazioni, ad altre tempeste. Soltanto la presenza dell'Elena qualche volta lo turbava. Uno sguardo, una parola amichevole, bastavano a richiamargli al pensiero le dolci visioni d'avvenire ch'egli aveva vagheggiate altre volte, ed a gonfiargli il cuore di amarezza e di rimpianti. Ma, troppo onesto per abbandonarsi a quelle fantasie tentatrici, egli si consolava de' suoi sogni svaniti, pensando che una volta, nel segreto del suo cuore quella bella fanciulla bionda lo aveva amato. E quel vago ed innocente ricordo era la sola gioia della sua vita.
A vent'anni la Laura venne fidanzata ad un giovane napoletano impiegato al telegrafo. Ci furono due mesi di agitazione insolita in casa. Gli apparrecchi pel corredo, i doni nuziali, i disegni d'avvenire, ed un po' il rincrescimento della separazione, perchè lo sposo doveva essere traslocato a Milano, occupavano straordinariamente le fanciulle. Poi c'erano le visite dello sposo, le sue tenerezze, i rossori espressivi della giovinetta, i loro colloqui a mezza voce. Vicenzino faceva la parte di vecchio parente; provvedeva a tutto, assisteva a quelle visite; pensava alle carte, alla richiesta al municipio, alle pubblicazioni, a tutto. Ma in quei giorni era triste e nervoso, e la sua alta missione di carità non bastava a consolarlo.
La vigilia delle nozze, mentre gli sposi, colla mano nella mano, erano assorti in un lungo silenzio d'amore, la Maria che a diciotto anni aveva ancora tutta la spensieratezza d'una fanciulla viziata, disse all'Elena:
—Perchè la Laura, che è più giovane, si marita prima di te?
—Io non penso a maritarmi, rispose l'Elena. E c'era un accento di malinconia così profonda in quelle semplici parole, che Vicenzino si sentì tutto turbato. Essa lo aveva amato, aveva compreso il suo sacrificio, ed accettandolo pel bene de' suoi, s'era sacrificata con lui. Quando uscì per ritirarsi, nel silenzio della strada buia, il giovane prete alzò le braccia al cielo e ringraziò Iddio per quella gioia.
Vincenzo doveva arrivare nella notte pel matrimonio della sorella, e quando vide l'amico la mattina seguente, gli trovò un aspetto così soavemente calmo, così sereno, che non ebbe neppure l'ombra d'un sospetto del sacrificio che gli aveva fatto, ed abbraciandolo allegramente gli disse:
—Mio bell'arcangelo, eri proprio nato per essere prete.
L'anno seguente si maritò la Maria, ed anche lei se ne andò fuori di paese. La casa divenne silenziosa e mesta, troppo vasta, per quel vecchio infermo e quella fanciulla. Vicenzino ci tornava ogni sera: il vecchio steso in una poltrona leggicchiava un giornale o sonnecchiava. L'Elena lavorava al suo tavolino, ed il cugino sedeva dall'altro lato, in faccia a lei, come una volta. Parlavano della salute del babbo, delle sorelle lontane, di Vincenzo che stava per passare ufficiale; erano tanti affetti comuni, tanti vincoli che li legavano. Vicenzino narrava de' suoi poveri, de' suoi malati, che l'Elena prendeva molto a cuore. La vita omai pareva facile e dolce al giovane prete, confortata da quella pura affezione fraterna, e dalla calda amicizia di Vincenzo. Omai le prove erano finite, le tempeste erano cessate; qualche anno ancora, poi Vicenzino prenderebbe il posto del vecchio parroco che pensava a ritirarsi, accoglierebbe i suoi due parenti nella casa parrocchiale, e vivrebbero assolutamente in famiglia. E quando, per disgrazia, dovesse mancare il sig. Dogliani, sarebbe passato del tempo, del tempo assai. I due cugini non sarebbero più giovani, avrebbero presa l'abitudine di vivere uniti, e potrebbero continuare a vivere così, come buoni fratelli, senza pericolo. E chissà, forse allora anche Vincenzo, stanco della vita militare, avrebbe ascoltato il consiglio del suo cuore affettuoso e riconoscente, sarebbe venuto a vivere presso il suo salvatore, con una sposa e dei bambini, riscaldando il suo triste focolare da prete colla vista di quella felicità di cui andava debitore a lui. Gli pareva di vederle, intorno alla sua mensa, le dolci testine bionde, e di udire la voce di Vincenzo a dirgli: