Vicenzino, meravigliato di quella musica tutt'altro che quaresimale, domandò allo zio:
—Ma si può sapere che bella cosa è accaduta, che qui si fa festa?
—O, la festa non è per noi, mio caro Vicenzino, sospirò il vecchio. Noi resteremo soli, non avrai più che questo povero vecchio infermo nella tua bella casa parrocchiale….
Vicenzino si sentì impallidire, e non ebbe la forza di parlare.
L'infermo riprese:
—La nostra Elena se ne va anche lei.
—È capitato uno sposo? disse Vicenzino tutto tremante.
—O, è un pezzo che è capitato. Sono sette anni che lo aspetta. Era nelle Indie… Vicenzino si alzò come per andare a congratularsi colla cugina, ma in realtà per nascondere il tremito che lo scoteva tutto.
S'avviò lentamente, si fermò a guardare in giardino, poi chiuse le vetrate, mormorando che l'aria era troppo fresca per lo zio; e finalmente, pallido ancora ma padrone di sè, andò a sedere presso l'Elena, e le domandò:
—Dunque avevi un segreto?
—Sì, disse l'Elena voltandosi a guardarlo coi suoi begli occhi limpidi. Ma non devi lagnarti, perchè ne profittavate tutti. Era il segreto del mio buon umore, della rassegnazione con cui vedevo passare gli anni e partire le mie sorelle. Ero certa che sarebbe tornato.