Veniva il carnovale; c'erano i teatri, i balli, noi s'andava fuori quasi ogni sera; le due zitellone non potevano più venire a lavorare in compagnia; ma la loro vita non mutava; era sempre quella, sempre eguale, regolata come un orologio; sempre le stesse cose alle stesse ore. Eppure non si lagnavano mai, ed erano sempre pulite, e pei giorni di festa serbavano un vestito di seta nera; andavano superbe delle loro trecento lire di rendita, e la signora Caterina diceva: «E non sono imbarazzata a guadagnarne altrettante». La signora Rosa sorrideva in silenzio, perchè in realtà la maggior parte di quel magro guadagno era dovuto a' suoi fini lavori; ma la signora Caterina, che era la più forte, si considerava come capo della casa, e parlava sempre in prima persona.
Un giorno, un unico giorno indimenticabile, le vidi capitare a casa nostra in un'ora insolita, mentre era chiaro, e si sarebbe potuto lavorare. La signora Caterina era più rossa, più violacea del solito; la signora Rosa era più gialla, ed ansimava di più. Entrarono nello studio del mio padrigno, e chiusero l'uscio.
S'udì un parlare concitato, poi dei singhiozzi; poi l'uscio si aperse e la signora Rosa uscì per la prima col viso inondato di lagrime; ma neppur il pianto convulso aveva potuto arrossare la sua faccina anemica; era giallina come al solito; soltanto gli occhi natavano nelle lagrime e la faccia era lucida. La signora Caterina si soffiava il naso, e diceva, facendo l'indifferente: «C'è una nebbia quest'oggi che la si taglierebbe col coltello». Mio padrigno aveva la parrucca di sghembo coll'incavo d'un orecchio in mezzo alla fronte; segno di gran turbamento di spirito. Uscì subito colle zitellone.
Il banchiere, amico e lontano parente, pressa il quale erano collocate le seimila lire famose delle povere donne, era fallito.
Per più d'un mese non udii parlar d'altro che di fallimento, di sindaci di fallimento, tanto per cento, ecc. ecc. Non credevo di veder più la fine di quel discorso; e mi faceva una gran pena. La signora Rosa non era più giallina, ma color d'arancio, e non mangiava più. La signora Caterina, malgrado la diminuzione della rendita, faceva delle spese stravaganti per preparare dei piattini alla sorella. Comperava del cervello di capretto; un giorno mise persino al fuoco una delle casseruole relegate sotto i fornelli. La signora Rosa sorrideva d'un sorriso mesto, e contemplava con ammirazione la sua sorella burbera e buona, che non se ne avvedeva perchè non poteva voltare il capo.
Ci fu un grande andirivieni in tribunale; e poi una mattina le due donne vennero da noi, portando qualche cosa nel grembiule. La signora Rosa aveva sempre quel sorriso desolato; ma la signora Caterina era raggiante di gioia. Nel grembiule aveva tremila lire; il cinquanta per cento ottenuto dal sindaco del fallimento sul loro capitale. Quel capitale lei non lo aveva mai veduto, era come nominale. Invece le tremila lire le sentiva, vedeva luccicare i marenghi nel suo grembiule; alla sua corta intelligenza riesciva impossibile di comprendere che aveva fatta una perdita, mentre aveva tutto quel denaro che le tintinniva in grembo; le pareva d'essere arricchita, e rideva del suo riso muto e gongolante, dicendo alla sorella:
—Via! Ti posso dare molti fritti di cervello, con tutto questo.
Mio padrigno trovò modo d'impiegare quelle tremila lire al sei per cento. Ma tuttavia v'erano sempre centoventi lire all'anno di meno: il prezzo della pigione. Senz'allontanarsi dalla piazza le povere donne mutarono alloggio e presero una camera sola. Poi ripigliarono la solita vita lavorando ancora di più, mangiando ancora meno, facendo durare più a lungo le cuffie della signora Rosa, i vestiti, le scarpe; ma serbandosi sempre pulite, e nei giorni di festa portando sempre il vestito di seta nera.
Mio padrigno morì; la nostra famiglia si disperse. Io fui assente da Novara parecchi anni; quando ci tornai, di passaggio, le due zitellone erano ancora sedute ai due lati del balcone, coi due panierini ed i due lavori. La signora Rosa ricamava cogli occhiali, la signora Caterina aveva delle rughe che complicavano ancora più i rabeschi fatti dal vaiuolo sul suo volto violaceo. Si intrattenevano ancora, una del romanzo della signora Caterina, l'altra dell'avventura del fallimento.
Sempre malate, sempre miserabili, sempre laboriose, sempre rassegnate, hanno bisogno di tutte le forze, di tutto il coraggio, e di tutte le ore della loro povera vita, per mantenerla in quello squallore. Ora debbono essere vecchie del tutto; in quell'età in cui i mali si aggravano, il lavoro riesce più difficile, e le forze mancano per sopportare le privazioni.