Bisognò chiamare il medico, il vecchio medico di sua sorella Rosa, che era sempre in cura pel suo fegato. Per disgrazia, appunto quel giorno il medico era a letto con un'infreddatura. Gli altri erano tutti in giro per le visite mattutine; e nè in casa nè alle farmacie si potevano trovare. Intanto la ragazza dava in ismanie, pareva che impazzisse.

Finalmente il padre pensò ad un malato di vaiuolo, presso il quale un medico aveva passata la notte, perchè l'infermo era aggravatissimo. Vi accorse, e trovò appunto il dottore che usciva dalla camera del moribondo. Non gli parve vero di condurlo subito da sua figlia, che a forza di calmanti si tranquillò, sebbene rimanesse inconsolabile.

Era guarita dalla convulsione; però, dopo alcuni giorni, fu presa dal vaiuolo, che si sviluppò violento, terribile. Il medico le aveva portata l'infezione. La sua forte natura, la sua gioventù lottarono lungamente, e trionfarono del male; ma la bella fanciulla rimase orrenda. La bocca era contorta, gli occhi loschi; la pelle violacea e fortemente butterata pareva la corteccia d'un popone; ed uno stiramento di nervi sotto la guancia sinistra, torceva perennemente il collo da quella parte. Così erano finite la gioventù e la bellezza della signora Caterina. Quelle dieci visite dello sposo, avevano riassunta tutta la parte di poesia e d'amore, concessa alla sua povera vita.

Dopo d'allora erano passati molti anni. Il padre era morto, lasciando gli affari del negozio in cattivo stato; e le due sorelle, invecchiate, s'erano trovate povere colla madre cieca, e s'erano ritirate nella casa del prete, dove, per dodici anni, avevano fatto la stessa vita di lavoro e di reclusione solitaria.

Dopo dodici anni, la madre cieca si era spenta quietamente, senza malattia grave, senza dolore. Ed allora il prete aveva reclamato il suo quartierino.

Quando io le vedevo giornalmente, la casa di San Giovanni non era più che una memoria rimpianta del loro monotono passato. La signora Caterina non aveva più fiori. Abitavano sulla piazza del mercato di contro alla nostra casa. Avevano una camera da letto, dove dormivano tutte e due, ed una prima stanza che chiamavano sala, ma che in realtà sarebbe stata una cucina. C'era un camino, nel quale la signora Caterina cucinava il pranzo, una tavola coperta di marmo bianco, che era il mobile di lusso, l'orgoglio delle due sorelle, due seggiole poste ai lati del balcone, e, contro la parete di faccia alla tavola, un mobile misterioso coperto con un tappeto verde. Quel mobile erano i fornelli; ma non funzionavano da fornelli. Nei due vani, destinati ad accogliere il carbone acceso, erano stati messi due grandi bacini di terra, che lungo il giorno stavano coperti da un'asse sul quale si stendeva il tappeto. Nel vuoto sotto i fornelli c'era il secchio coll'acqua, c'era la mestola e c'erano due casseruole lucenti, avanzo della passata grandezza, che non s'adoperavano mai.

Per quanto di buon'ora si alzassero i vicini, nessuno riesciva mai ad essere tanto sollecito da prevenire le due zitellone. Quanto a me, a qualunque ora scendessi dal letto, le vedevo sempre sedute ai due lati del balcone, con due panierini di vimini ai piedi per riporvi le lane, il filo, le forbici, e tutti gli arnesi da lavoro. La signora Rosa cuciva, tenendosi il lavoro sulla punta del naso perchè era miope; e la signora Caterina faceva calze con una rapidità sorprendente, dalla parte del cuore, perchè non poteva voltare il capo dall'altro lato. Aveva raccolta qualche novità da raccontare alla sorella, perchè a quell'ora aveva già fatta la sua corsa giù nella piazza del mercato, per le provviste della giornata. Narrava il prezzo delle ova, del burro, dei legumi, e se dalla fruttaiola l'aveva servita la madre o la figlia, e quanta gente c'era dal salumaio. La signora Rosa ascoltava in silenzio; aveva i gusti più fini, e quelle ciarle da mercato non la interessavano.

Quando mancava un quarto d'ora al mezzodì, la signora Caterina posava il lavoro nel suo panierino, allontanava il paracamino, accendeva il fuoco e con un pentolino ed una padelletta, che stavano appunto nascoste sotto il camino, preparava il pranzo: una zuppa di magro, oppure condita col lardo, e delle ova o della verdura.

Al mezzodì tutto era pronto, e le due sorelle pranzavano, civilmente, con una bella tovaglia pulita sulla tavola di marmo. Poi la signora Rosa, colle sue mani gialline e delicate, toglieva il tappeto che copriva i fornelli, alzava l'asse, e nei due bacini, rigovernava. Non ho mai capito perchè quella faccenda la facesse appunto lei, che aveva bisogno di serbare il suo ricamo candidissimo. Forse perchè era tanto esigente sulla pulizia, e non si fidava della rigovernatura sollecita che avrebbe fatta sua sorella. Ad ogni modo le sue mani non serbavano la menoma traccia di quell'ingrata operazione; erano sempre morbide e gialline, ed il ricamo non ne pativa. Al tocco il camino era di nuovo mascherato dal paracamino, i fornelli, ricoperti dall'asse e dal tappeto, avevano ripresa la loro aria misteriosa di sarcofago, e le due sorelle erano sedute al loro posto ai lati del balcone, coi loro lavori, che non ismettevano più fino alla sera.

Quando imbruniva, profittavano del breve momento in cui non era tanto buio da accendere il lume, per cenare con pane e noci, o pane e frutta fresca, a seconda della stagione. Poi accendevano una lampadetta ad olio, e tornavano a lavorare fino alle nove. Dacchè erano venute ad abitare di contro, la sera la passavano spessissimo da noi. Ma sempre lavorando. In casa loro, il balcone aperto era l'unico distintivo dell'estate; il caldanino ai piedi era l'unico distintivo dell'inverno. Il fuoco non era mai acceso nel camino fuorchè quando s'aveva a preparare il pranzo. Stufe non ce n'erano. I caldanini erano fatti colla carbonella e duravano tutto il giorno; e dovevano prepararli in quelle ore mattutine che non mi riescì mai di sorprendere, quando nessuno, tranne le due zitellone, era fuori dal letto. Da venti, da trenta, da quarant'anni facevano sempre quella vita, tutti i giorni eguale, meschina, arida, senza un bene, strascicando una salute sciupata in una sequela di privazioni. All'estate l'aria era cattiva. Tutti s'andava in campagna; Novara rimaneva deserta. Le due sorelle s'affacciavano al balcone per vederci salire in carrozza, colle valigie, la mattina della partenza; ci salutavano colla mano, e prima che la carrozza avesse voltata la cantonata, erano ancora sedute ai loro posti, coi loro lavori. Passavano per noi tre mesi di gite, di vendemmie, di merende, di balli campestri, di recite di beneficenza, di spassi d'ogni maniera; ed alla fine di novembre, arrivando in città, sbucando sulla piazza, le prime cose a vedersi erano la signora Rosa e la signora Caterina ai due lati del balcone, coi due panierini, e la calza, ed il ricamo.